I robot sociali per gli anziani soli

Il New Yorker racconta prospettive, limiti e criticità di uno sviluppo della cura della persona con cui fare i conti, nonostante i dubbi etici

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Gli Stati Uniti sono uno dei posti del mondo in cui le persone anziane hanno maggiori probabilità di vivere da sole. È così per quasi il trenta per cento degli americani con più di 65 anni, per la maggior parte donne. Le persone anziane sono anche le più inclini alla solitudine: ne soffre il 43 per cento della popolazione americana con più di 60 anni. Diverse ricerche recenti hanno mostrato e descritto i danni fisici associati alla solitudine e all’isolamento, condizione straordinariamente amplificata dalla pandemia: possono determinare, tra gli anziani, un maggior rischio di demenza, depressione, ipertensione, ictus e altre patologie.

La giornalista e scrittrice canadese Katie Engelhart, che di recente si è molto occupata di pandemia, sanità e bioetica, ha scritto in un lungo articolo sul New Yorker dei tentativi in corso da qualche anno, in alcune aree degli Stati Uniti, di contrastare la solitudine tra le persone anziane e contenerne gli effetti attraverso la distribuzione di robot da compagnia e peluche animatronici (cioè animati da movimenti robotici), e delle opportunità e dei limiti di questi tentativi. Alcuni robot somigliano a una versione elaborata e “incorporata” dei dispositivi di assistenza vocale presenti in commercio, altri sembrano semplici giocattoli per bambini, nemmeno troppo curati nei dettagli, ma apparentemente graditi e utili.


Una signora di novantadue anni che abita da sola nella contea di Cattaraugus, un’area rurale nello stato di New York, al confine con la Pennsylvania, ha parlato con il New Yorker della sensazione di solitudine che a volte prova, descrivendola come una specie di tristezza che va e viene, come se non avesse nessuno da chiamare. «Sì che ce l’ho, una famiglia, ma non voglio disturbarli. Loro dicono “ma no, quale disturbo?!”, però, ecco, io non voglio essere un disturbo», ha detto.

Ha quindi parlato del piacere di vivere con un gatto animatronico, da novembre scorso, e della compagnia che le fa mentre si muove per casa, con il girello. Lei non può scendere nello scantinato, né salire ai piani superiori di casa, perché i figli glielo hanno vietato per paura che cada, come è già successo altre volte. E non può più guidare. Nei giorni in cui si sente triste, ha detto, si siede sulla poltrona e accarezza il gatto tenendolo sulla pancia. Sa che è programmato per fare versi, muoversi e reagire in quel modo, ma quasi se ne dimentica. «Ti fa sentire come se fosse reale. Voglio dire, razionalmente lo so che non lo è, ma… ecco! ecco che miagola di nuovo!».

I miagolii fanno parte degli oltre trenta suoni e azioni – come chiudere gli occhi, aprire la bocca, girare la testa – che cani e gatti animatronici Joy for All, dell’azienda Ageless Innovation, sono progettati per fare. Nel 2018, l’ufficio che coordina i servizi di assistenza agli anziani nello Stato di New York avviò uno studio sperimentale che prevedeva la distribuzione di robot Joy for All a sessanta residenti. Scoprì, tramite un questionario di valutazione della solitudine, che il 70 per cento si dichiarava meno solo un anno dopo aver ricevuto il robot.

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L’ufficio (Office for the Aging) gestisce diversi servizi e programmi per gli anziani, tra cui alcuni di distribuzione dei pasti e quello di supporto per caregiver familiari (National Family Caregiver Support Program). Una delle dipendenti, Allison Ayers Hendy, un’assistente sociale di 55 anni, ha parlato con il New Yorker di quanto la pandemia abbia stravolto gran parte delle routine di lavoro, durante l’anno scorso.

Le visite di persona a casa degli anziani, spesso fattorie fatiscenti, furono sostituite da telefonate per assicurarsi che i residenti stessero bene. Alcuni di loro non erano in grado di procurarsi il cibo da soli, o erano troppo spaventati per provarci. E, in quel caso, le consegne dei pasti quotidiani preparati dall’ufficio erano un’occasione per tenere d’occhio quelle persone, che in moltissimi casi vivevano da sole. I fattorini trovarono un anziano bloccato al secondo piano di casa perché non aveva nessuno che lo aiutasse a scendere le scale. Altri erano sul pavimento, dopo essere caduti, non in grado di rialzarsi. Un’anziana era circondata da pannoloni usati perché suo figlio non era potuto andare a trovarla e lei non era in grado di portare fuori la spazzatura. E qualcuno era morto.

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Il bisogno più condiviso tra tutti quegli anziani, ha spiegato Hendy al New Yorker, era di non rimanere da soli: volevano che il fattorino si fermasse più a lungo, anche soltanto per parlare. I rischi della solitudine sono noti da tempo agli operatori che lavorano nell’assistenza agli anziani. Nel 2003, durante l’epidemia di SARS a Hong Kong, le autorità sanitarie registrarono un aumento di suicidi tra le persone anziane costrette a rimanere isolate. Alcune lasciarono degli appunti segnalando il timore di diventare un peso per le loro famiglie.

L’isolamento è anche alla base di aumenti significativi della spesa sanitaria nazionale. Secondo una ricerca condotta dall’Università di Stanford e di Harvard, la mancanza di contatti tra gli anziani determina una spesa aggiuntiva di 6,7 miliardi di dollari (circa 5,5 miliardi di euro) all’anno sul programma federale Medicare, rivolto agli anziani. E la ragione è che, a causa dell’isolamento, quelle persone si presentano in ospedale più malate e ci restano più a lungo. L’iniziativa intrapresa dallo stato di New York con i robot animatronici è considerato un tentativo di provare a rimediare all’assenza di programmi efficaci di assistenza.

Scrive il New Yorker, tracciando il profilo dei destinatari tipici dell’iniziativa, persone senza caregiver.

Sono un po’ troppo benestanti per stare su Medicaid, che prevede un po’ di aiuti a domicilio per i beneficiari a basso reddito, ma non abbastanza ricchi per pagare gli assistenti privati. Tutto ciò che hanno è Medicare, che non copre l’assistenza a lungo termine, nemmeno in caso di bisogno di aiuto per lavarsi, per mangiare o per andare in bagno. Le persone tendono ad accontentarsi finché non cadono e si fratturano un’anca, o magari si procurano una piaga da decubito infetta; poi finiscono in un ospedale e infine in una casa di cura. Lì spendono migliaia di dollari al mese, finché non esauriscono tutti i risparmi, e a quel punto finalmente accedono a Medicaid e possono trascorrere le loro giornate in un letto e con un assistente sovvenzionati dai contribuenti.

Ad aprile 2020 lo stato di New York ha effettuato un ordine di un migliaio di cani e gatti animatronici Joy for All, che non sono modelli particolarmente curati e realistici – come invece lo sono altri robot utilizzati per l’assistenza sociale – ma hanno il vantaggio di avere un costo relativamente ridotto (intorno ai 100 dollari l’uno). La scorta è andata esaurita molto rapidamente.

Alcuni anziani con problemi cognitivi hanno avuto qualche attimo di smarrimento: uno ha telefonato al dipartimento per dire che il suo gatto non stava mangiando. Ma, in generale, i robot animatronici sono stati molto apprezzati e richiesti: in un anno ne sono stati consegnati 2.260, nello stato di New York. E sono più di ventimila quelli distribuiti complessivamente contando anche le iniziative simili intraprese dai dipartimenti di altri ventuno stati per l’assistenza agli anziani soli.


Hendy ha spiegato che il dipartimento non ha mai cercato di offrire questi prodotti in termini stucchevoli o facendoli passare per qualcosa di diverso da quello che sono. Se qualche anziano sembrava perplesso, lei diceva: «senti, facciamo che te lo porto oggi insieme al pranzo, e poi vedi tu?», e in questo modo ne ha consegnati molti. Uno, per esempio, lo ha dato a un’anziana che aveva lasciato il marito dopo aver subìto talmente tanta violenza fisica da non riuscire più a guardare nessuno in faccia, perché il marito le impediva di stabilire un contatto visivo. Un altro è andato a un vedovo ottantacinquenne ipovedente, che ha da subito apprezzato l’abbaiare del suo cagnolino animatronico.

Il marchio di fabbrica Joy for All passò nel 2015 dall’azienda di giocattoli Hasbro a Ted Fischer, all’epoca capo di un team di sviluppo della stessa Hasbro. Fischer intuì il potenziale di quei giocattoli tra i clienti più anziani, anche attraverso una serie di test e studi commissionati, e nel 2018 ha fondato Ageless Innovation, l’azienda che li produce oggi. In collaborazione con ricercatori e studiosi, tra i quali lo psichiatra geriatrico Gary Epstein-Lubow dell’Università Brown di Providence, Ageless Innovation sta lavorando alla possibilità di integrare nei suoi animali domestici animatronici futuri aggiornamenti basati sull’intelligenza artificiale.

Quello dei cosiddetti robot sociali – robot autonomi che interagiscono e comunicano con gli esseri umani seguendo comportamenti sociali e regole prestabilite – è considerato uno dei settori in rapida espansione nell’ambito dell’assistenza agli anziani. In Canada un robot umanoide, Ludwig, è in grado di monitorare l’evoluzione della malattia nei pazienti con Alzheimer analizzando l’evoluzione nel tempo dei modelli vocali nelle conversazioni con la persona anziana assistita. Un altro modello recentemente sviluppato da ricercatori del Trinity College di Dublino integra funzionalità avanzate di intelligenza artificiale per sostenere conversazioni prolungate.


Un’azienda israeliana, Intuition Robotics, ha sviluppato un modello di «robot sociale proattivo» per niente umanoide e più simile a una lampada da tavolo: ElliQ. In questo caso, scrive il New Yorker, «i progettisti del robot hanno deciso di rimanere dal lato giusto della uncanny valley». È una teoria nota nella robotica, secondo la quale – superata una certa soglia di somiglianza con la figura umana – l’eccessivo realismo nei robot antropomorfi può produrre sensazioni di disagio e turbamento. E Intuition Robotics, da questo punto di vista, ha scelto di non correre quel rischio.

ElliQ è progettato per interagire e “adattarsi”, tramite un sistema di apprendimento automatico, alla personalità del proprietario, del quale è in grado di definire un profilo specifico sulla base delle interazioni. Valuta se la persona anziana è un tipo “avventuroso” oppure no, per regolare la frequenza dei suggerimenti di nuove attività. Apprende se la persona risulta essere più motivata dall’incoraggiamento, o da un approccio più scherzoso, o da uno più rigoroso basato sull’elencazione dei benefici del movimento.

Per scelta approvata dai capi dell’azienda, gli ingegneri hanno integrato tra gli strumenti motivazionali anche il senso di colpa, per indurre la persona a fare qualcosa: mangiare meglio, bere più acqua, imparare qualcosa di nuovo. Futuri aggiornamenti potrebbero integrare altre funzioni più specifiche, relative all’assistenza sanitaria per l’assunzione dei farmaci, la segnalazione degli effetti collaterali e la descrizione dei sintomi.


Studi citati dal New Yorker e considerati dagli sviluppatori dei modelli più recenti di robot sociali mostrano che gli esseri umani tendono ad attribuire «naturalmente» alle macchine qualità come “intenzione” e “premura”. Alcuni mostrano che le persone tendono ad affezionarsi di più ai robot, se è richiesto loro di prendersi cura del robot, per esempio svolgendo qualche operazione specifica di nutrimento. E si ritiene che i proprietari di robot «fisicamente incorporati», a differenza degli utenti che interagiscono con voci incorporee come Siri o Alexa, possano stabilire più facilmente legami di fiducia con i robot.

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Il discorso dell’attaccamento delle persone sole ai robot vale anche per quelli non progettati per avere funzioni sociali, ricorda il New Yorker citando uno studio sui robot aspirapolvere Roomba. Alcuni proprietari danno un nome al loro aspirapolvere e, in caso di guasto, rifiutano di ricevere un Roomba nuovo in sostituzione di quello danneggiato: vogliono che venga riparato il loro.

L’assistenza fornita alle persone anziane tramite robot sociali, anche alla luce dei progressi recenti dei sistemi di intelligenza artificiale e delle applicazioni possibili nel settore dei prodotti animatronici, è un argomento che alimenta un esteso dibattito etico. Secondo alcuni, scrive il New Yorker, è «intrinsecamente indecente» offrire agli anziani l’attenzione di un robot come alternativa alla compagnia umana. Il timore condiviso è che la persona anziana possa sentirsi infantilizzata, o persino degradata, dall’offerta.

Altri esperti temono esattamente l’opposto: che gli anziani soli possano arrivare a stabilire relazioni profonde e preferire l’assistenza di una macchina a quella di un essere umano. Un portavoce di un’azienda di robot sociali ha citato il caso di un’anziana belga che aveva raccontato delle sue frequenti cadute notturne dal letto soltanto al suo robot umanoide, mentendo agli assistenti sociali che le chiedevano la causa delle sue ferite e degli ematomi.

Di questi limiti e rischi sembrano essere consapevoli anche gli sviluppatori dei robot, che sottolineano la necessità di allineare le aspettative con la realtà meccanica dei robot. «Molti utenti stanno supponendo cose sull’intelligenza di ElliQ che non sono sempre vere. Quando le loro aspettative saranno esagerate, alla fine arriveranno le delusioni», ha detto al New Yorker Dor Skuler, cofondatore di Intuition Robotics.

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Un argomento piuttosto comune tra i meno critici verso la prospettiva dei robot sociali per gli anziani soli è che siano semplicemente meglio di niente, in un momento storico in cui le tendenze demografiche aggiungono peraltro ulteriori preoccupazioni. Secondo le previsioni dell’ufficio del censimento americano, entro il 2034 gli americani con più di 65 anni saranno per la prima volta in numero superiore alle persone con meno di 18. E si prevede che per allora il paese avrà una carenza di 150 mila caregiver retribuiti.

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