Un fotogramma del cortometraggio “Il dilemma di Paperino”, del 1947

Perché non ci piace la nostra voce

La sensazione di disagio che si prova ascoltandone una registrazione è molto comune, e ha ragioni sia fisiologiche che psicologiche

Un fotogramma del cortometraggio “Il dilemma di Paperino”, del 1947
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Neel Bhatt, docente di otorinolaringoiatria all’Università di Washington, a Seattle, è un chirurgo specializzato nel trattamento dei pazienti con problemi alla voce. Una parte del suo lavoro prevede la registrazione frequente di quelle voci in modo da tenere traccia di ogni lieve cambiamento tra una visita e l’altra, e capire se i suoi interventi chirurgici o terapeutici hanno apportato miglioramenti. «Ma veramente suono così?», è una delle domande che gli rivolgono più spesso i pazienti.

Quella di trovare strana la propria voce ascoltandola attraverso un dispositivo di registrazione, o persino di non riconoscerla, è una sensazione piuttosto condivisa tra le persone. Bhatt, peraltro autore di numerosi studi scientifici, ne ha scritto sul sito The Conversation, descrivendo il disagio che molti suoi pazienti provano quando si sottopongono alle sedute in cui lui tira fuori le registrazioni. Alcuni diventano talmente inquieti da rifiutarsi di ascoltare la loro voce, sebbene possa servire a percepire i sottili cambiamenti che Bhatt intende far notare.

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Secondo Bhatt, le ragioni che generalmente rendono strano o sgradevole l’ascolto della propria voce nelle registrazioni sono sia di ordine fisiologico che psicologico. Come spiegato in passato da altre ricerche sullo stesso argomento, le ragioni fisiologiche fanno riferimento al modo in cui il suono della registrazione arriva al cervello, che è diverso dal modo in cui viene trasmesso il suono generato quando si parla.

Le onde acustiche generate dalla riproduzione della propria voce registrata viaggiano attraverso l’aria e fino alle orecchie, utilizzando quella che viene definita “conduzione aerea”. Dall’orecchio esterno, medio e interno, e poi al nervo cocleare arrivano al punto in cui comunicano con il sistema nervoso centrale. L’intero sistema è progettato per raccogliere, filtrare, amplificare e convertire le vibrazioni sonore in schemi di impulsi, poi rielaborati ulteriormente dal sistema nervoso centrale sotto forma di segnali uditivi che arrivano al cervello.

Quando parliamo, il suono della voce arriva all’orecchio interno in un modo diverso, e che prevede soltanto in parte la conduzione aerea sfruttata dagli altri suoni che normalmente ascoltiamo quando non siamo noi a produrli. Gran parte del suono della voce che emettiamo viene condotto direttamente attraverso le ossa del cranio, un tipo di conduzione interna che aumenta le frequenze più basse. È questo il motivo per cui le persone, tendenzialmente, percepiscono la loro voce come più profonda quando parlano e più stridula e più acuta quando la ascoltano attraverso una registrazione.

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L’altra ragione per cui l’ascolto della propria voce registrata – specialmente le prime volte – può generare una sensazione di disagio, secondo Bhatt, è psicologica. Quella voce è in un certo senso una voce «nuova», una prova della differenza tra la propria percezione di sé e la realtà. E dal momento che intendiamo la voce come unica e come una componente importante dell’identità delle persone, la discrepanza tra la voce nota e quella nuova può essere molto stridente. «All’improvviso ti rendi conto che altre persone hanno sentito qualcos’altro per tutto il tempo», scrive Bhatt.

L’imbarazzo per la propria voce deriverebbe quindi non dal fatto che la voce registrata – ossia quella che ascoltano le altre persone sempre – sia “peggiore” di quella da noi percepita quando parliamo. È piuttosto da ricondurre, secondo Bhatt, alla nostra abitudine a sentir suonare quella voce in un modo completamente diverso. Il nostro presunto disprezzo per la nostra voce potrebbe quindi essere basato più sulla sorpresa che non su un’avversione concreta, sostiene anche Susan Hughes, psicologa evoluzionista dell’Albright College a Reading, in Pennsylvania.

Esistono studi che dimostrano, con una serie di prove ritenute piuttosto valide, differenze fisiologiche ed emotive rilevanti tra il modo in cui le persone ascoltano sé stesse e il modo in cui ascoltano tutte le altre. Alcuni dimostrano quanto il nostro giudizio della nostra voce sia tendenzialmente più severo rispetto a quello che ne danno gli altri. In un esperimento condotto per uno studio dell’Università di Newcastle e della fondazione britannica Royal Free London, pubblicato nel 2005 sulla rivista Clinical Otolaryngology, a un gruppo di pazienti con problemi alla voce fu chiesto di valutare la propria voce ascoltandone alcune registrazioni. Le stesse registrazioni furono sottoposte a un gruppo di medici, e anche a loro fu chiesto di valutarle. Dai risultati emerse che i pazienti tendevano a valutare in modo molto più negativo la qualità della loro voce rispetto ai giudizi espressi dai medici.

Hughes si è chiesta però quali sarebbero le nostre reazioni emotive se non sapessimo di ascoltare le nostre voci. Nel 2013, motivata da questo interesse, condusse un esperimento in laboratorio con alcuni studenti, chiedendo loro di completare una serie di altri compiti per far sembrare che l’oggetto di indagine del suo studio fosse un altro. Successivamente fu chiesto agli studenti di ascoltare vari frammenti di voci e valutare l’attrattività dell’oratore.

Tra le voci riprodotte c’erano anche quelle degli intervistati, e quando a ciascuno di loro fu chiesto se sapevano che la loro voce era insieme a quelle degli altri la maggior parte degli studenti rispose di no. I pochi che affermarono di averla riconosciuta dissero di averla sentita una volta soltanto, quando invece l’avevano ascoltata due o tre volte. I partecipanti assegnarono inoltre punteggi di valutazione più alti alle loro voci che a quelle degli altri.

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Questi risultati, apparentemente controintuitivi rispetto all’idea prevalente che la nostra voce non ci piaccia, secondo Hughes hanno almeno due ragioni. Una fa riferimento al fatto che ci piace inconsciamente tutto ciò che ha a che fare con noi stessi, secondo una teoria del comportamento nota agli psicologi come “egotismo implicito”, attestata anche da altri esperimenti in cui i partecipanti tendevano a preferire lettere e numeri che comparissero nel loro nome e nella loro data di nascita.

Un’altra possibile ragione addotta da Hughes per spiegare i risultati del suo studio è che ci piacciono le cose a cui siamo più frequentemente esposti. Per quanto la riproduzione della nostra voce possa non suonare come ci aspetteremmo, è pur sempre a noi familiare per averla già ascoltata prima, sostiene Hughes. E la tecnologia degli ultimi decenni, con la produzione crescente di dispositivi in grado di effettuare registrazioni audio e video, ha notevolmente incrementato le possibilità di riascoltarci e, di conseguenza, le probabilità di esposizione alle nostre voci registrate.