(Christopher Furlong/Getty Images)

La foto di classe 2019/2020

«Ci siamo arrangiati come si poteva, come in tutto d’altronde nell’ultimo anno e mezzo. E la foto di classe è stata la rappresentazione dell’arte di arrangiarsi che da ben prima della pandemia ha preso il posto dell’arte del progetto, invece sfruttato, represso, calpestato, odiato»

(Christopher Furlong/Getty Images)

Da un po’ di tempo per dire quello di cui mi occupo preferisco usare la parola “cose” rispetto alla parola “oggetti”, per tante ragioni che non approfondirò qui, ma anche perché mi son fatta l’idea che mentre tutti gli oggetti sono cose, le cose non sono mai solo oggetti. Le cose, insomma, comprendono molte più cose degli oggetti. Hanno occhi più grandi. Per esempio, tra le cose che chiamo cose di cui mi occupo ci sono immagini che sono cose: pubblicità, illustrazioni, loghi, immagini precise, anzi quella tal immagine, singolare. Ma, tra le cose che chiamo cose di cui mi occupo, ci sono anche, di fianco, cose che sono immagini. Immagini neutre plurali in questo caso, la cui cosalità dipende dal fatto di appartenere a un vero e proprio genere che si è imposto negli usi e costumi e che è sempre a sua volta il riflesso di un rito (o un mito, per citare Barthes) del presente che rappresenta. Le cose che sono immagini sono simboli collettivi, che tengono insieme come da etimologia le cose e la loro rappresentazione visiva. Per esempio, pensando proprio a Barthes e alle cose immagini, immagino a questo proposito che se avesse potuto provvedere a un aggiornamento 2020/2021 delle sue Mythologies non avrebbe inserito tanto il vaccino, quanto la foto del vaccino: la cosa e insieme il come si dà a vedere in immagine. Ecco, “la foto di” è un ottimo esempio di cose che sono immagini: la foto del taglio della torta degli sposi; la foto in falsa prospettiva con la torre di Pisa; la foto di classe.

Che cosa fa della foto di classe una cosa? Tanto per cominciare che ha un rituale e che è essa stessa un rituale, con delle regole precise per cui, tanto per fare un esempio, la foto di classe non si fa a ottobre o a gennaio: si fa alla fine della scuola. Poi – fondamentale – la foto di classe non è una foto rubata, è una foto in posa, è una cosa in posa. E viene fatta a scuola, durante l’orario scolastico. Nella foto di classe, ovviamente, ci deve essere la classe, che significa che ciascuno avrà una sua posizione precisa nella composizione dell’immagine (“la seconda da sinistra” diceva Mina), che significa che ciascuno avrà un confronto con qualcuno al fianco del quale prendere posto, che qualcuno inevitabilmente verrà spostato in avanti o indietro, a destra o a sinistra, per migliorare l’equilibrio dell’immagine, che qualcuna rimarrà male perché non può stare di fianco alla sua amica del cuore, che al tre bisognerà sorridere tutti insieme o almeno provarci, ma che comunque alla fine verrà scelta l’immagine che salva la maggior parte, non ciascuno. Magari non saranno presenti proprio tutti, quel giorno, allora quando l’assente prenderà in mano la foto tra qualche tempo (foto che avrà anche se non c’era perché la foto di classe verrà consegnata a tutta la classe) si ricorderà comunque di quel giorno e della ragione per cui non c’era o, se è così fortunato, potrà chiederlo ai suoi genitori. Perché la foto di classe non è fatta tanto per guardarla appena viene fatta, isolatamente, ma per vederla tra qualche anno, addirittura tantissimi anni, e confrontarla a sua volta, internamente al genere, con le altre foto di classe fatte negli anni (ammesso che la carta su cui stampano quelle dei miei figli abbia la stessa ottima qualità di quelle su cui hanno impresso i miei genitori). Guardarla e pensare con ingratitudine al taglio di capelli con cui eravamo costretti ad andare a scuola, a quanto era scomodo il grembiule, guardare con tenerezza alle scarpe che spuntavano sotto, con stupore a come eravamo alti rispetto alla media, o a come eravamo più bassi di come ci avevano raccontato, guardare al fatto che se avevamo i giubbotti vuol dire che a fine anno doveva fare ancora freddo; guardare al tipo di giubbotti (questa la capiamo bene tra noi cresciuti negli anni Ottanta). E soprattutto farla guardare.

La foto di classe è più cosa che oggetto: nessuno, per dire, si comprerebbe la foto di classe di uno sconosciuto, a meno che non abbia un valore storico o iconografico particolare che a quel punto la renderebbe però un’immagine cosa singolare, unica, come un’icona, un logo, un’illustrazione. La foto di classe è una cosa che più invecchia, e invecchia male, meglio è. È sempre qualcosa anche fuori da sé. A nessuno per esempio interessa che la foto di classe sia bella in sé, ben fatta sì, ma nessuno ne fa una questione estetica. Se mai la foto di classe nel suo genere è ascrivibile al kitsch: tant’è che presto, appena sopraggiunge un po’ di cura per il proprio spazio alle pareti, è destinata a scendere dal muro e finire nel cassetto. Perché non funziona nemmeno solo come immagine. La foto di classe è prima cosa che immagine e come cosa è una cosa universale nel tempo e nello spazio, come immagine no: tutti noi pensiamo a qualcosa di diverso uno dall’altra quando pensiamo alla foto di classe (cosa che per dire non succede con oggetti fotografici che sono invece precisamente quelli, identificabili, archetipici, per ciascuno). Tutte le foto di classe sono diverse ma la foto di classe è quella cosa lì. Questo pensavamo fino a un anno fa. E invece.

Invece quest’anno per le ragioni che tutti sappiamo e che hanno prodotto effetti così gravi che mi vergogno persino un po’ a venir a parlare qui di altre “cose”, beh, la foto di classe non poteva essere la stessa cosa di sempre. Nelle classi dei miei figli, per esempio, la questione era che le bambine e i bambini non potevano banalmente fare la foto insieme con le mascherine. Strana cosa questa della mascherina, no? Di far finta che la cosa (questa volta cosa oggetto) che più ha caratterizzato il loro anno scolastico nella foto non dovesse esserci. Tutto è passato dalla mascherina, a cominciare dalle relazioni, tra loro e le insegnanti ma anche tra pari: molte e molti di prima elementare a fine anno non sanno ancora che faccia abbiano le loro compagne e compagni. La nemesi dei figli che crescono nell’era del riconoscimento facciale. Per andare a temperare una matita, per andare in bagno, per entrare, uscire, per chiacchierare con chi era alla loro destra o alla loro sinistra, su la mascherina; in mensa, dove per ovvie ragioni erano obbligati ad abbassarsi la mascherina, hanno avuto il divieto di parlare tra di loro. Almeno all’inizio dell’anno il banco era tana libera tutti. Ma fuori dal banco nessuna pietà. Poi dall’autunno obbligo di mascherina sempre.

Tutto l’apprendimento è passato dalla mascherina. La mascherina, grande, onnipresente in tutti questi loro giorni di scuola che, però, nella foto di classe di fine anno, no, non doveva esserci. Sono sicura che ci fossero buone ragioni per prendere questa decisione: una, la più convincente per me, è che se il regolamento della scuola prevedeva di stare con la mascherina a un metro di distanza in tutte le attività, fare un’eccezione per la foto di classe, prendendosi questa responsabilità sul finale, era un rischio troppo grosso. Anche fare una foto di gruppo con mascherina mantenendo la distanza prescritta non sembrava praticabile: l’inquadratura sarebbe stata troppo ampia e i bambini, per di più per metà coperti in volto, ci si sarebbero persi dentro. Tirarle giù per qualche istante nemmeno funzionava, perché non siam mica scemi noi, che ci vediamo al parco, a casa, ora anche in spiaggia e al bar all’aperto, ma se facciamo una foto “su la mascherina!”. Noi che sappiamo in fondo che il primo posto sul podio delle cantilene è “e la mascherina?”, in commento, sempre, ovunque, anche nella nostra testa ormai, preventivamente, figurarsi se ci facciamo cogliere in fallo da altri, così platealmente.

Tutte le foto di classe, dicevo, hanno un rituale, ma ogni foto di classe ha un suo canone che dipende dalla scuola, dagli spazi, dal fotografo, dall’età delle bambine e dei bambini e quest’anno più di sempre anche dal coefficiente di libertà per aggirare la questione del distanziamento e come darne una rappresentazione. Con l’avvicinarsi del grande evento foto di classe, comparivano nelle chat dei genitori link a siti di fotografi che davano soluzioni di montaggi creativi che consentivano il distanziamento. “E la mascherina?” a quel punto non serviva più; si potevano fare foto singole e poi montarle. Vedevo nel frattempo foto di classe di altre scuole con bambine e bambini con la mascherina su, mezza su, tre quarti giù, o sotto il mento. Foto in cortile oppure foto in classe, seduti distanziati ai loro banchi. Cose immagini che avrebbero permesso a quelle bambine e quei bambini tra qualche tempo, mettiamo un tempo in cui non si userà più la mascherina o forse ce la si sarà persino dimenticata, di ricordare che disagio era, che fatica tenerla per loro tante ore e che in gamba erano. E aspettavo le foto delle classi di mia figlia e mio figlio, montate una a una con tutti fotografati una a uno, con un lavoro straordinariamente paziente e certosino. Pensavo che si sarebbero potute fare comunque anche queste foto singole con la mascherina, perché è così che si sono visti i bambini per un anno, così che si sarebbero potuti ricordare, ma il fatto che non ci fosse più la ragione funzionale della cosa, aveva fatto cadere la sua ragione d’immagine. Perché chiedere loro di indossarle, anche lì, anche se non c’era bisogno?

Questa, di poter non essere più le stesse, di solito è una straordinaria occasione per le cose e per chi le pensa. Poteva esserlo per i banchi e gli spazi scolastici, poteva esserlo anche per le mascherine stesse date in dotazione dalla scuola e che invece erano mostruosamente scomode e fastidiose per le bambine e i bambini, per cui i genitori che potevano hanno dovuto comprarsi da sé quelle chirurgiche fatte apposta, e poteva esserlo per la foto di classe. Ma ci siamo arrangiati come si poteva, come in tutto d’altronde nell’ultimo anno e mezzo. E la foto di classe 2020/2021 ne è stata il più plastico esempio, facendo proprio il suo dovere di cosa e sua rappresentazione insieme. La rappresentazione dell’arte di arrangiarsi che da ben prima della pandemia ha preso il posto dell’arte del progetto, invece sfruttato, represso, calpestato, odiato: ma di questo parlerei un’altra volta.

Eccola qui. La foto di classe è arrivata. Ci sono tutti, tutti belli, tutti a volto scoperto, tutti alti o bassi uguali, tutti con lo sfondo del cortile della scuola, tutti riconoscibili, tutti tranne una: la bambina di un’altra classe che è stata montata per sbaglio nella foto di classe di mia figlia. E io che volevo la foto della Manciuria, la grande iconografia, l’immagine simbolo dell’anno, in fondo volevo l’oggetto, ho avuto invece proprio la cosa, in tutta la sua spietata cosalità, persino con quell’errore, quella piccola stortura, quell’“intrusione”, quell’evidenza del “ci siamo arrangiati” che ha caratterizzato tutto l’anno, così ben rappresentata. Eccola qui. Alla fine la foto di classe 2020/2021 ha fatto il suo dovere: le bambine e i bambini hanno una cosa che in un’immagine ha riconsegnato loro l’anno che hanno vissuto e ci ha fatto pure ridere, una cosa allegra che ricorderà un momento un po’ triste. “E la mascherina?” che non c’è, c’è a tal punto che le bambine e i bambini hanno dovuto fare la foto di classe singolarmente, isolati, una a uno, per poterla aggirare. Anzi, forse mi sono convinta che c’è a maggior ragione proprio per il fatto di non esserci. Se la ricorderanno, sì. In fondo, si ricordano bene anche la foto di classe 2019/2020, un buco in mezzo tra due anni scolastici, la foto di classe che non c’era.

Chiara Alessi
Chiara Alessi è esperta e critica di design. Nel 2021 ha pubblicato Tante care cose (Longanesi).