L'intestazione del Morbidity and Mortality Weekly Report dei Centers for Disease Control and Prevention (CDC) del 5 giugno 1981

40 anni fa l’AIDS fu descritto per la prima volta, prima di avere un nome

Il bollettino epidemiologico settimanale dei CDC americani fu la prima pubblicazione scientifica a parlare dei sintomi causati dal virus

L'intestazione del Morbidity and Mortality Weekly Report dei Centers for Disease Control and Prevention (CDC) del 5 giugno 1981
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Il 5 giugno 1981 sul bollettino epidemiologico settimanale dei Centers for Disease Control and Prevention (CDC), il più importante organo di controllo sulla sanità pubblica negli Stati Uniti, fu descritta per la prima volta su una pubblicazione scientifica la patologia che poi fu chiamata “sindrome da immunodeficienza acquisita”: l’AIDS. Per la precisione, il Morbidity and Mortality Weekly Report diffuso quel giorno descriveva cinque casi di polmonite da Pneumocystis carinii, che generalmente affligge persone con il sistema immunitario compromesso, riscontrati in giovani uomini di Los Angeles che in precedenza non avevano problemi di salute. Tutti e cinque erano omosessuali e due di loro erano morti prima della pubblicazione del bollettino.

Per convenzione il 5 giugno 1981 è quindi considerato il giorno in cui ebbe inizio l’epidemia da HIV nel mondo, anche se il virus infettò per la prima volta delle persone all’inizio del Novecento e arrivò negli Stati Uniti intorno al 1970. Perché si cominciassero a usare le sigle “HIV” e “AIDS” invece ci volle ancora del tempo. Passarono infatti più di due anni prima che l’immunologa e virologa francese Françoise Barré-Sinoussi scoprisse il virus che causava l’AIDS – fino ad allora comunemente chiamato “cancro dei gay” – e venisse introdotto il test per accertarne la presenza; quattro anni prima che si capisse che un’infezione poteva essere asintomatica per molto tempo; e cinque anni prima che si cominciasse a parlare di virus dell’immunodeficienza umana, cioè di HIV.

Sulla stampa generalista la prima menzione dell’AIDS – anche se non ancora con questo nome – seguì di quasi un mese il bollettino dei CDC: il 3 luglio 1981 il New York Times pubblicò un articolo intitolato “Rara forma di cancro trovata in 41 omosessuali” che parlava del sarcoma di Kaposi, il tumore della pelle che nei primi anni della diffusione dell’HIV era spesso associato all’AIDS.

Oggi l’HIV continua a essere una malattia legata alle disuguaglianze: se negli anni Ottanta causò la stigmatizzazione delle persone omosessuali, transessuali e con dipendenza da eroina, ora colpisce in modo molto diverso chi viene infettato a seconda del paese in cui vive e delle sue disponibilità economiche.

Per i positivi all’HIV che vivono nei paesi occidentali, le terapie antiretrovirali – disponibili a partire dal 1996 – permettono una vita quasi normale: devono sottoporsi a periodici controlli medici, più frequenti rispetto a chi è negativo al virus, e fare particolare attenzione alla propria salute, oltre a gestire il forte impatto psicologico di una diagnosi che tuttora si porta dietro un senso di vergogna, di colpa e di paura delle opinioni altrui, ma la loro aspettativa di vita è quasi la stessa delle persone negative, possono avere rapporti sessuali serenamente, anche senza protezioni, e, nel caso delle donne incinte, partorire figli negativi al virus.

Le cose sono diverse nei paesi in cui l’accesso alle cure è più complicato. Dei circa 38 milioni di persone attualmente positive all’HIV più della metà vive nell’Africa orientale e meridionale, mentre nell’Europa occidentale e centrale e in Nord America i positivi al virus sono solo 2,2 milioni, di cui 1,8 in cura con antiretrovirali. Secondo gli ultimi dati di UNAIDS, il programma delle Nazioni Unite per l’HIV e l’AIDS, delle circa 690mila morti legate all’AIDS del 2020 l’88 per cento è avvenuto in Africa, in Medio Oriente o nei paesi dell’est dell’Asia.

– Leggi anche: Cosa significa avere l’HIV oggi

Dall’inizio dell’epidemia da HIV si stima che siano morte per cause legate all’AIDS 34,7 milioni di persone nel mondo. Gli anni con più morti furono quelli tra il 1996 e il 2003 a causa della grande diffusione del virus nell’Africa subsahariana.

Uno degli obiettivi da raggiungere entro il 2030 che le Nazioni Unite si sono poste è la fine della diffusione del virus, ma non sarà semplice arrivarci, anche perché gli obiettivi intermedi sono stati disattesi: quelli per il 2020 erano di arrivare a meno di 500mila nuovi contagi all’anno (sono stati circa 1,5 milioni l’anno scorso) e meno di 500mila morti legate all’AIDS (e invece si stima siano state circa 690mila).