Dal profilo Twitter di Gwen C. Katz

Ha senso colorare le vecchie foto in bianco e nero?

Con le app e le intelligenze artificiali può farlo chiunque, ma tra gli esperti di storia e cultura visuale è una questione dibattuta

Dal profilo Twitter di Gwen C. Katz
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La diffusione su larga scala di tecnologie come le intelligenze artificiali ha permesso la produzione di video manipolati – i cosiddetti deepfake – e aperto nuovi dibattiti etici sul futuro della rappresentazione e riproduzione della realtà. Ma queste nuove tecnologie non sono solo applicabili al presidente degli Stati Uniti, a video virali o a nuove e controverse forme di doppiaggio, ma anche a foto e testimonianze del passato. Negli ultimi tempi infatti si sono moltiplicati gli account sui social network che si occupano di colorare e rendere più nitide vecchie foto in bianco e nero, al punto da farle sembrare contemporanee.

Un recente articolo di The Conversation ha raccontato le controversie che questa pratica può generare, chiedendosi come valutare eventuali manipolazioni di quelle che a tutti gli effetti sono fonti storiche, e quali rischi comporta.

Uno dei casi più eclatanti di colorazione di vecchie immagini, che il mese scorso ha causato estese polemiche, è quello dell’artista irlandese Matt Loughrey, autore del progetto My Colorful Past. Nell’ambito di questo progetto Loughrey aveva colorato alcuni ritratti in bianco e nero di persone cambogiane torturate e imprigionate dai Khmer Rossi, i seguaci del Partito Comunista che nel 1975 instaurarono una dittatura dura e violentissima nel paese. Le foto ritoccate da Loughrey erano state pubblicate da Vice, cosa che ha suscitato molte critiche perché nel frattempo qualcuno si era accorto che Loughrey non aveva solo colorato le foto, ma aveva anche modificato le espressioni dei volti nei soggetti ritratti.

Subito dopo si sono aggiunte le critiche provenienti dalla Cambogia, in particolare delle persone sopravvissute al regime dei Khmer Rossi che hanno accusato Loughrey di «deridere la loro sofferenza». Loughrey in un’intervista aveva detto che il suo intento era quello di «umanizzare la tragedia», ma dopo le critiche Vice ha ritirato l’articolo scusandosi.

Quello in cui è incappato Loughrey non è l’unico rischio che si corre colorando o manipolando vecchie foto. Per fare un altro esempio, l’analista Samuel Goree ha provato un’app che permette di colorare foto in bianco e nero, DeOldify, su una foto che ritrae una donna nera. La foto era a colori, Goree l’ha convertita in bianco e nero e poi l’ha nuovamente colorata con l’app: il risultato è stato che l’app non ha affatto reso la brillantezza dei colori originali, e ha anche schiarito la pelle della donna.

Ha fatto lo stesso anche la scrittrice e illustratrice Gwen C. Katz, pubblicando i risultati del suo esperimento in un thread su Twitter. Anche in questo caso la foto colorata tramite intelligenza artificiale – DeepAI – è risultata molto meno vivida della foto originale: secondo Katz l’utilizzo di questa tecnologia per rielaborare vecchie immagini finisce per rinforzare un’idea fuorviante del passato caratterizzata da colori spenti e offuscati.

C’è anche chi si è occupato di colorare girati d’epoca, non solo le fotografie. Denis Shiryaev utilizza il suo canale YouTube, con quasi 600mila iscritti, come vetrina per i video che produce con la sua azienda, la Neural Love, che attraverso l’intelligenza artificiale modifica vecchi video togliendo i difetti e colorandoli. I video fanno una discreta impressione in chi li guarda, perché sembra che il passato ne esca più vivido e “vicino” a noi, come se fosse qualcosa di simile a un viaggio nel tempo: per esempio lo scorso anno era circolato moltissimo sui social network un video di una vecchia battaglia a palle di neve, colorato.

Ma anche in casi come questo gli storici hanno sollevato alcune questioni, criticando l’idea dietro queste pratiche. Luke McKernan, curatore capo alla British Library, ha scritto sul suo blog che aggiungere i colori alle testimonianze del passato non ha senso: «Non ci avvicina al passato, ma aumenta il divario tra oggi e allora. Non porta immediatezza, ma crea differenza». La pensa più o meno allo stesso modo Emily Mark-FitzGerald, docente di storia dell’arte e cultura visuale all’University College di Dublino: «Anche da storica, guardo queste immagini e penso: wow, stupefacente. Ma poi il mio pensiero successivo è sempre: ok, perché sto avendo questa reazione? E cosa comporta l’intervento della persona che ha creato questa immagine? Quali informazioni ha aggiunto e quali ha tolto?».

La falsificazione delle immagini è una pratica che esiste da quando è stata inventata la fotografia, così come le discussioni intorno all’autenticità delle foto. E anche l’abitudine di colorare le immagini in bianco e nero non è nuova (in passato si faceva direttamente ricorso alla pittura). Tuttavia la diffusione di strumenti come DeOldify e DeepAI ha introdotto nuove domande sulla credibilità delle immagini, un ambito già di per sé complesso. Per esempio, non è già la fotografia una rappresentazione mediata – e quindi falsificata – della realtà? E quindi come dobbiamo porci nei confronti dell’intelligenza artificiale, che è un’ulteriore mediazione?

Roshaya Rodness, autore dell’articolo di The Conversation ed esperto di cultura visuale, scrive che l’intelligenza artificiale appaga un’esigenza umana che già avevamo cercato di soddisfare con la fotografia, ovvero interagire con il mondo in un modo che sia disintermediato, «non-umanizzato», e quindi oggettivo. Perciò adesso stiamo «rinegoziando le stesse difficoltà che aveva comportato la fotografia: il nostro desiderio di autenticità, meccanizzazione, conoscenza, dignità, e le controversie in tutti questi ambiti».

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