(una scena del film Apples)

Il reparto di revisione dei ricordi

«Adesso, ai banchi di partenza delle riaperture, decideremo di usare l’esercizio della memoria come un’opportunità o come l’artificiosa ripetizione di quello che siamo stati? Basta recuperare il desiderio di riavvolgere il nastro e ripartire da dove il primo lockdown ha bloccato le nostre esistenze?»

(una scena del film Apples)

È la misura che istituisce ciò che viene misurato, è il memorizzare che istituisce il ricordo in quanto ricordo.
(Felice Cimatti, La fabbrica del ricordo, Il Mulino, 2020)

L’altro giorno ho visto un film di Christos Nikou, Apples. Al centro, un protagonista senza nome che in un tempo mai definito – potrebbero essere gli anni sessanta del secolo scorso come quelli del secolo prossimo – perde la memoria.
Il tempo della storia è un tempo senza telefoni cellulari, senza comunicazioni istantanee, senza geolocalizzazioni, e lui – lo chiameremo così, riassumendo la sua identità in un pronome – nel tempo senza tempo, si perde.
Smarrisce il passato, non vede il futuro. Vive in un suo presente anonimo, circondato da persone senza memoria come lui.
Una versione analogica dell’esistenza in cui qualcosa di indefinito, una piaga lenta, si accanisce sui ricordi delle persone.
Non ci sono nemici, non c’è sangue, le esistenze procedono al passo produttivo della routine – produrre, guadagnare, consumare – eppure ci sono vittime: i ricordi. Requiescant in pace.
Lui
non ha documenti che attestino chi sia, né persone che – amandolo – soffrano la sua assenza e reclamino la sua presenza. Lui ha dimenticato. Lui non sa chi è.
L’amnesia è spontanea o indotta?
È la prima domanda che restituisce il film.
Teniamola lì. Ci servirà poi, a tinte di giallo.

Viene trasferito nel reparto di neurologia di un ospedale grigio, asettico, nel dipartimento dei disturbi della memoria.
Nessuno chiede di lui, i ricordi non riaffiorano e un team di medici gli propone di far parte di un programma di “New Identity”: lui dovrà vivere in un alloggio modesto ma confortevole, impersonale e vuoto come l’ospedale, e svolgere una lista di compiti suggeriti da un riproduttore di cassette. Sono le istruzioni per costruire una memoria che non c’era. È il presente che serve a creare il passato, e compiere azioni che un giorno saranno tracce mnemoniche, finalmente ricordi. Lui ascolta le istruzioni registrate dal medico supervisore del programma per “imparare a vivere”, e riprende la cura artigianale delle piccole cose: imparare ad andare in bicicletta, a pescare, vedere per una nuova prima volta una spogliarellista in un locale di lap dance, andare al cinema, fare l’amore, e poi, una tappa alla volta, ferma i frammenti della nuova identità in un’istantanea, una polaroid da incollare con lo scotch nel diario della nuova vita.
Un analogico medium senza social che cristallizzi la creazione artigianale dei ricordi.

L’attore greco Aris Servetalis presta il corpo, i gesti e il disorientamento al protagonista.
Lo vediamo inespressivo mentre prende a testate un muro, inespressivo mentre mangia, inespressivo mentre balla, recuperando in un altrove mnemonico l’abilità motoria di un twist.
Solo in un paio di occasioni lui compie gesti che esulano dal programma di costruzione della New Identity, si sorprende a cantare a memoria una canzone, compie l’automatismo di un gesto che non dovrebbe ricordare nell’atto di sedurre una donna. Non ha più un fatto a cui arpionare l’ascolto di Jingle Bells, non sa cosa sia il Natale, né cosa sia il piacere. Ma sa che gli piacciono le mele, e ricorda come sbucciarle. Comportamenti che suggeriscono la possibilità che l’oblio possa essere una decisione, che forse lui abbia scelto di dimenticare.

Non sapremo mai, nel corso del film, quale sia la natura del trauma, la ragione dell’amnesia collettiva. Sappiamo che il mondo che osserviamo è un mondo di reduci non reclamati, forse dimenticati a loro volta, sopravvissuti al proprio passato. E quando, raramente, i ricordi riemergono nella forma dell’istinto la camera li annebbia, come a dire: andate via, non è più tempo. Non è più tempo.

Se non esiste più la memoria se ne può costruire una nuova e fermarne gli effetti su un quotidiano taccuino dei risultati raggiunti. Se il passato non esiste, sembra suggerire la voce metallica delle cassette, il demiurgo dei ricordi del protagonista, allora inventiamo un nuovo inizio, un’immaginazione che non c’era, una new identity.

Ricominciare senza ricordare, forse, non è così terribile.

La capacità di elaborare i ricordi è un tema costitutivo della nostra identità, dare forma all’archivio del nostro cervello, alla nostra memoria. L’anno scorso, proprio all’inizio della pandemia, il Mulino ha pubblicato un libro del filosofo Felice Cimatti dal titolo: La fabbrica del ricordo. Cimatti distingue tra memoria implicita ed esplicita, laddove la prima è un saper fare inconsapevole, la seconda è la consapevolezza del saper fare, che è mediata dalla lingua. Cos’è un libro se non è letto? Si chiede Cimatti. E analogamente, cos’è un ricordo se non è raccontato?

“La memoria, nel senso di ricordi che possiamo raccontare, a noi stessi come a un altro (cioè la memoria episodica e in generale quella semantica), è qualcosa che ha a che fare con il mondo esterno, non con quello interno e privato”.

Cimatti ci mette in guardia: ricordare e dimenticare non sono opposti in simmetria.
L’oblio può far parte dei ricordi, ma non si può dire il contrario. Il ricordo non può essere incluso nell’oblio. Sono inseparabili, dunque, ma non simmetrici.
Perché quando ricordiamo non riportiamo alla mente solo un fatto del passato, ma l’impressione che ora, nel presente, abbiamo di quel fatto. Cioè la sua interpretazione. Mutuando teorie dal pensiero freudiano, ci ricorda che l’apparato psichico è sempre un apparato di riscrittura. Non scrittura. Riscrittura. Recuperiamo una traccia mnemonica e decodifichiamo i ricordi. Diamo loro una nuova forma data dal tempo e dalla lingua. I ricordi non sono solo lo scrigno del passato. Siamo, in verità, noi al tempo presente.
Non siamo noi a ricordare, sono loro, i ricordi, a ricordarci chi siamo.
Cimatti sostiene che viviamo in una società troppo attaccata alla memoria, e rivendica una virtù dell’oblio. Ci suggerisce che imparare a ricordare bene significhi anche imparare a dimenticare bene.
I malati di Nikou sono ciò che ricordano o ciò che dimenticano? Anche questa domanda, teniamola lì, da colorare a tinte di giallo.

Nikou ha immaginato una pandemia dell’oblio sei anni fa, ben prima che il Coronavirus entrasse senza bussare sancendo un prima e un dopo, ha inventato una storia lungimirante, chiaroveggente come l’arte dovrebbe essere. La sua è un’epidemia senza corpi malati, polmoni guasti, figure inabili al respiro. È un morbo senza effetti visibili, percepiti come necessari per attribuire a una malattia la gravità che merita. La nostra epidemia è stata, è, invece, un contagio senz’aria. L’effetto delle limitazioni è stato un anno di cattività. Da cui vogliamo uscire, vogliamo liberarci, una cattività che vogliamo dimenticare, rivendicando anche noi l’esercizio virtuoso dell’oblio. Da ieri possiamo tornare a sederci all’esterno di un bar, mangiare in compagnia al sole, tornare a spostarci, possiamo organizzare un pranzo al mare per la prossima domenica, una visita ai parenti lontani per il weekend del primo maggio, una festa per i nostri bambini, una cena – certo, presto – con i colleghi, ma mi raccomando tutti a casa prima del coprifuoco.
L’ora dell’aperitivo tornerà, complice la primavera, a essere svago, disimpegno dal produrre, guadagnare, consumare, ma anche anestesia di solitudini. Torniamo all’esterno spinti da due forze uguali e opposte: l’esigenza di archiviare l’esperienza della cattività e l’urgenza di tornare quelli che eravamo. Di tornare alla vita-di-prima.

Ma com’era la vita prima delle scale di giallo? Com’era la vita di prima?

Rispondere a questa domanda avvicina il film di Nikou al nostro nuovo inizio, perché Apples ci consegna questo interrogativo aperto, ci invita a chiederci, cioè, se siamo la somma delle cose che riusciamo a dimenticare, o al contrario la somma delle cose sentite e restituite al ricordo. È un po’ come chiederci oggi, ai banchi di partenza delle riaperture, se decideremo di usare l’esercizio della memoria come un’opportunità o come l’artificiosa ripetizione di quello che siamo stati. Basta recuperare il desiderio di riavvolgere il nastro e ripartire da dove il primo lockdown ha bloccato le nostre esistenze? Per tornare alle tesi di Cimatti dovremmo non già ricordare, ma progettare il passato, non ri-costruirlo ma costruirlo. Per ripartire, forse, dovremmo iniziare a chiederci se abbia senso ostinarci a recuperare la memoria di un passato destinato a non ripetersi mai per quello che è stato, chiederci cosa abbia senso trattenere della memoria del passato e cosa serva lasciare alle spalle.
Dovremmo cominciare a praticare il verbo imperfetto con più perseveranza e incidere su una cassetta una voce, la nostra, che conduca il filo lento delle istruzioni per prendere le misure col tempo nuovo a tinte di giallo.
La memoria fa l’identità, la modella, per questo siamo così affezionati alle celebrazioni, agli anniversari, alle commemorazioni.
Pensiamo che l’atto del ricordare ci sollevi dalla responsabilità di agire e di cambiare. Che il dovere del rievocare sostituisca o comunque dilati, o speriamo procrastini, la rivoluzione della vita che evolve. La memoria del passato, spesso, ci assolve dall’onere di cambiare. Diventa un alibi. E rischia di trasformare la nostalgia strutturale del passato (la vita-di-prima) in un fardello che ci ostacola e ci rende ostaggio di quello che eravamo, o per dirla con la psicanalisi di quello che ricordiamo e raccontiamo di essere stati.
La domanda oggi, la più gialla di tutte, è: quanto deve essere selettiva la nostra memoria a partire da ora?
Cosa tenere, cosa lasciare andare, come raccontare quello che è stato. Come costruire il passato per costruire il futuro.
Siamo un po’ tutti nel reparto della New Identity, da ieri. E forse, chissà, è assai più utile provare a inserire nuove cassette con le istruzioni nel riproduttore analogico, non essere spaventati dalla nuova identità, non respingere un passato e un futuro che vanno costruiti e non ricostruiti, che tentare, senza successo, di riavvolgere il nastro.

Il passato deve nutrire il presente per creare il futuro, altrimenti è solo un esercizio funebre.

Francesca Mannocchi
Francesca Mannocchi fa la giornalista, la scrittrice e l'autrice di documentari, scrive soprattutto per l'Espresso ed è esperta in particolare dei paesi del Nordafrica e del Medio Oriente. Nel 2021 ha pubblicato Bianco è il colore del danno (Einaudi)