I migliori film di questi Oscar

Quali sono, di cosa parlano e dove si vedono gli otto candidati al premio più importante della cerimonia di domenica

Nella notte tra il 25 e il 26 aprile ci sarà la 93ª edizione degli Oscar, quest’anno posticipata di due mesi a causa della pandemia. I candidati come miglior film sono Nomadland, Il processo ai Chicago 7, Una donna promettente, The Father, Judas and the Black Messiah, Mank, Minari e Sound of Metal. In tutto, hanno ricevuto 51 nomination: Mank, che però sembra destinato a vincerne pochi o addirittura nessuno, in 10 categorie, Una donna promettente in 5 e tutti gli altri in 6. Compreso Nomadland, considerato il più probabile vincitore dei premi per il miglior film e la migliore regia, con buone possibilità di vincerne anche un altro paio.

Tra questi otto film, due (Il processo ai Chicago 7 e Mank) sono di Netflix e sono su Netflix da ormai diversi mesi, uno (Sound of Metal) è invece disponibile su Amazon Prime Video dal dicembre 2020. Da qualche giorno Judas and the Black Messiah è disponibile per l’acquisto e il noleggio online a 15 euro su diverse piattaforme e altri due film – Nomadland e Minari – arriveranno poco dopo gli Oscar su Sky e Disney+. Una donna promettente e The Father devono invece ancora uscire, e – pandemia permettendo – potrebbero farlo nei cinema.

Nomadland
È costato circa cinque milioni di dollari, dura poco più di 100 minuti e molte tra le persone che ci compaiono lo fanno interpretando se stesse. Perché così ha scelto Chloé Zhao, che l’ha adattato da un libro del 2017 della giornalista Jessica Bruder e che lo ha girato nell’arco di quattro mesi tra South Dakota, Nebraska, Arizona, Nevada e California, inserendoci alcune delle persone citate nel libro e altre incontrate strada facendo dalla troupe. Ha per protagonista Fern, una donna (interpretata da Frances McDormand) che, vedova e senza lavoro, si mette a girare gli Stati Uniti a bordo di un furgoncino, conoscendo diverse altre persone come lei.

Il film è nato da un’iniziativa di McDormand, che acquisì i diritti cinematografici del libro subito dopo averlo letto e che, dopo aver visto il film The Rider, propose a Zhao di occuparsi del progetto affiancandola alla produzione e occupandosi di regia e sceneggiatura.

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Nomadland è un film particolare, che mischia tra loro molte cose: è un attento studio della sua protagonista di finzione, ma anche un film quasi documentaristico, a volte interessato alle persone incontrate dalla protagonista lungo il suo viaggio più che a ogni altra cosa. Un film di cui Hollywood Reporter ha scritto: «in superficie è giustamente nomade, senza fretta e non-narrativo», ma riesce a diventare molto altro «grazie all’effetto cumulativo dei suoi tanti quieti e apparentemente irrilevanti incontri e momenti di solitaria contemplazione».

Nomadland – che sarà disponibile su Disney+ dal 30 aprile – è candidato anche ai premi per miglior regista, attrice, sceneggiatura non originale, fotografia e montaggio.

Il processo ai Chicago 7
L’idea che portò a questo film partì nel 2006, quando Steven Spielberg ne parlò ad Aaron Sorkin, che allora era noto soprattutto come sceneggiatore di West Wing. Sorkin gli disse che non vedeva l’ora, anche se non sapeva quasi nulla sui “Chicago 7”. Chiese subito delucidazioni a suo padre, e si appassionò poi alle vicende di quei sette uomini protagonisti di un processo di fine anni Sessanta che diventò un simbolo dei movimenti pacifisti statunitensi.

Il film – che alla fine Sorkin ha anche diretto, oltre ad averlo scritto – è uno di quelli che fino a qualche anno fa andavano forte agli Oscar, perché riprende e racconta passo-passo (con diverse modifiche e non poche libertà) una storia vera particolarmente edificante e molto americana, con vari collegamenti con l’attualità.

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In quanto film di Sorkin, Il processo ai Chicago 7, è ricco di dialoghi, battute e personaggi che sembrano pensare molto in fretta e dicono cose ad effetto. E al netto di quelle che qualcuno ha ritenuto essere eccessive licenze dalla realtà storica, ha in genere avuto recensioni buone e talvolta anche ottime, in particolare per quanto riguarda scrittura e recitazione. Di certo, è molto più canonico e per certi versi tradizionale rispetto ad altri film di questa categoria. Per qualcuno pure troppo.

Disponibile su Netflix, Il processo ai Chicago 7 è candidato anche ai premi per miglior attore non protagonista, miglior sceneggiatura originale, migliore fotografia, miglior montaggio e migliore canzone.

Una donna promettente
Scritto e diretto da Emerald Fennell, al suo debutto alla regia (una delle due donne candidate anche alla miglior regia, insieme a Zhao), ha per protagonista l’attrice Carey Mulligan, che interpreta una trentenne che dopo un evento traumatico di cui fu vittima la sua migliore amica cerca vendetta. Puntando a chi fu responsabile o ebbe comunque in qualche modo a che fare con quell’evento, ma nel frattempo dando una lezione agli uomini che provano ad approfittarsi di lei (e che adesca appositamente).

Una donna promettente è un film spesso spiazzante, in più di un’occasione in bilico tra generi diversi. A volte ha tratti da commedia e perfino da commedia romantica, altri da thriller, ed è di certo un film drammatico. Ma c’è anche azione, e per certi versi ricorda Kill Bill di Quentin Tarantino. La colonna sonora, il ritmo e l’interpretazione di Mulligan sono state le cose più apprezzate.

Oltre che al premio per il miglior film, Una donna promettente è candidato agli Oscar per miglior regia, miglior attrice, miglior sceneggiatura originale e miglior montaggio.

The Father
Un altro film diretto da un regista esordiente, in questo caso il 41enne francese Florian Zeller, autore anche dell’opera teatrale da cui è tratto. È invece tutt’altro che esordiente il suo protagonista Anthony Hopkins, che interpreta un anziano padre di cui prova a prendersi cura la figlia, interpretata da Olivia Colman.

Per gran parte girato in un unico ambiente domestico (una chiara conseguenza della sua origine teatrale) il film racconta i problemi di memoria a cui va incontro il personaggio di Hopkins, sempre più gravi. E lo fa usando tecniche e meccanismi tipici del cinema, che lo allontanano dalla sua origine teatrale.

Come ha scritto Owen Gleiberman su Variety, «The Father fa qualcosa che fanno pochissimi altri film che parlano di problemi di questo tipo negli anziani, e raramente così bene: riesce cioè a metterci nella testa di qualcuno che la sta perdendo, e mentre lo fa ci rivela che quella testa è un luogo di apparente razionalità e coerenza».

The Father è candidato al premio per il miglior film e poi a quelli per miglior attore, miglior attrice non protagonista, miglior sceneggiatura non originale, miglior montaggio e miglior scenografia.

Judas and the Black Messiah
Così come Il processo ai Chicago 7, è ambientato alla fine degli anni Sessanta ed è basato su eventi reali, in questo caso riguardo al leader delle pantere nere Fred Hampton (del quale si parla anche in Il processo ai Chicago 7) e William O’Neal, che faceva parte delle Pantere Nere e che intanto faceva da informatore per l’FBI (e che quindi è evidentemente il “Giuda” del titolo). Il film, diretto da Shaka King, è il primo di sempre – tra quelli candidati come miglior film (premio che viene consegnato ai produttori) – senza nessun produttore bianco. Ha anche la peculiarità di avere entrambi i suoi protagonisti candidati all’Oscar per il miglior attore non protagonista.

I gemelli Kenny e Keith Lucas, autori del soggetto da cui fu sviluppata la sceneggiatura, iniziarono a parlare dell’idea per questo film nel 2014, spiegando di voler fare qualcosa che unisse Il conformista di Bernardo Bertolucci a The Departed di Martin Scorsese. Di certo, è un film  più crudo e ruvido rispetto a Il processo ai Chicago 7.

Judas and the Black Messiah è candidato all’Oscar per il miglior film ed è doppiamente candidato all’Oscar per il miglior attore non protagonista, e poi a quelli per la miglior sceneggiatura originale, la migliore fotografia e la migliore canzone.

Mank
È un film in bianco e nero diretto da David Fincher, che parla della Hollywood degli anni Trenta e lo fa dal punto di vista dello sceneggiatore Herman J. Mankiewicz, nel frattempo impegnato a scrivere la sceneggiatura di Quarto Potere, da decenni celebrato come uno dei migliori film di sempre, se non proprio il migliore. Mankiewicz è Gary Oldman e il film è tratto da una sceneggiatura scritta negli anni Novanta da Jack Fincher, il padre di David, che è morto nel 2003.

Mank è uno di quei film che vogliono essere un grande omaggio al cinema e a chi lo fa, straripando di nostalgia per come lo si faceva una volta. Contiene tanti riferimenti e dettagli interessanti per gli appassionati, ma potrebbe risultare ostico o anche più semplicemente noioso per chi, semplicemente, non ha visto Quarto Potere e non conosce certi meccanismi e certe vicende del cinema di quel periodo.

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Nonostante sia il film con più nomination – film, regista, attore, attrice non protagonista, fotografia, colonna sonora, scenografia, costumi, trucco e acconciatura e sonoro – è considerato assai improbabile che Mank vinca l’Oscar per il miglior film, e si pensa anzi che potrebbe in realtà vincerne solo un paio o persino nessuno.

Minari
Scritto e diretto da Lee Isaac Chung, statunitense di origini coreane, è un film in gran parte autobiografico che racconta la storia di una famiglia coreano-americana (padre, madre, figlio, figlia e poi anche nonna) che prova a farsi una nuova vita in Arkansas, dove il padre vuole avviare una fattoria su un terreno poco ospitale. Il regista è lo statunitense Lee Isaac Chung, che ha origini coreane ed è cresciuto in una fattoria dell’Arkansas.

Minariha scritto il New York Times, è un film «umile, specifico e parsimonioso, proprio come le vite che indaga e presenta. Eppure, in Minari, niente è davvero piccolo, perché agisce sul livello della vita vera». E come ha scritto BBC, una certa sua semplicità di approccio – per esempio nel montaggio e nella fotografia – e il fatto che sia «così coinvolgente» a volte fanno quasi dimenticare quanto sappia anche essere «radicale». Tra i tanti apprezzamenti ricevuti dal film, ci sono quelli per l’attenzione dedicata al figlio e alla figlia, che sono personaggi pieni e completi, ottimamente scritti e interpretati.

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Minari – che dovrebbe uscire nei cinema e che di sicuro arriverà su Sky a inizio maggio – è anche candidato ai premi per miglior regista, attore, attrice non protagonista, sceneggiatura originale e colonna sonora.

Sound of Metal
È diretto da Darius Marder (un altro regista al suo primo film), ha per protagonista Riz Ahmed e parla di un batterista metal che perde progressivamente l’udito, con tutte le gravi conseguenze che questo comporta per la sua professione, oltre che per la sua vita. La trama è di per sé semplice, ma il modo in cui il film è stato montato e girato è invece parecchio originale e spesso sorprendente, soprattutto per quello che riguarda i suoni.

In un certo senso, come ha fatto notare più di un osservatore, fa con l’udito del suo protagonista quello che The Father fa con la memoria del suo. Senza dubbio, Sound of Metal è un film strano, che prima che uscisse quasi nessuno avrebbe immaginato in questa lista.

Oltre che all’Oscar per il miglior film Sound of Metal è candidato ai premi per miglior attore, miglior attore non protagonista, miglior sceneggiatura originale, miglior montaggio e miglior sonoro.

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