jurassic park
Un fotogramma del film “Jurassic Park”, diretto da Steven Spielberg nel 1993

Sul serio potremmo creare un Jurassic Park?

Con i dinosauri-dinosauri no, ma un parco di “pollosauri” o strani animali ibridi forse sì: la domanda semmai è perché

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Un fotogramma del film “Jurassic Park”, diretto da Steven Spielberg nel 1993

Una recente dichiarazione di Max Hodak, un ingegnere biomedico co-fondatore di Neuralink, la società di Elon Musk che si occupa dello sviluppo di impianti per la connessione tra cervello e computer, ha riattivato un dibattito molto popolare e affascinante, mai del tutto scomparso dall’attualità fin dall’uscita del film Jurassic Park nel 1993. «Potremmo probabilmente allestire un Jurassic Park, se volessimo. Non sarebbero dinosauri geneticamente autentici ma chissà. forse ci vorranno 15 anni di riproduzione + l’ingegneria per ottenere nuove specie super esotiche», ha scritto Hodak in un tweet circolato molto e ripreso dai siti di tecnologia e anche di cinema.

Come poi emerso da successive ricostruzioni, usando il “noi” Hodak non intendeva fare alcun riferimento a qualche nuovo, ambizioso programma di Neuralink. Esprimeva soltanto una considerazione più ampia e generica, riferendosi alle possibilità attuali della ricerca scientifica che in effetti si interroga su questa possibilità da tempo, almeno in parte per via dell’impatto culturale del film diretto da Steven Spielberg. Film la cui trama peraltro spiega efficacemente come ricreare enormi animali carnivori, anche fosse possibile, potrebbe essere una pessima idea.

L’idea alla base del film – e del romanzo omonimo di Michael Crichton da cui è tratto, pubblicato tre anni prima – è che sia possibile riportare in vita i dinosauri clonando parti del loro DNA. Nella storia raccontata in Jurassic Park quel materiale genetico veniva recuperato da una zanzara nell’ambra, la resina degli alberi fossilizzata, per poi isolarne il genoma. A ispirare Crichton era peraltro stato uno studio del 1982 dell’Università della California a Berkeley, che descriveva la capacità dell’ambra di preservare strutture intracellulari, come nuclei e mitocondri, di organismi intrappolati al suo interno. Insomma, tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, considerando i molti aspetti all’epoca non ancora esplorati nello studio del DNA, la premessa del film costituiva un’ipotesi certamente audace ma non del tutto inconcepibile.

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Straordinariamente realistico, anche visto dal 2021, era soprattutto un altro presupposto scientifico di quella storia: che in generale fosse possibile creare una sorta di animali “ibridi” attraverso l’ingegneria genetica. Nel film il vero DNA di dinosauro era sì presente nel sangue – quello estratto dalla zanzara che aveva presumibilmente “punto” un dinosauro prima di rimanere intrappolata nella resina – ma in forma incompleta, a causa della degradazione. E per creare i dinosauri gli scienziati avevano quindi dovuto fare ricorso ad altro DNA, recuperato in quel caso da anfibi viventi (le rane), in modo da aggirare il problema dell’incompletezza dei frammenti di quello di partenza.

Sappiamo oggi con più precisione che la prospettiva di creare dinosauri nel modo descritto in Jurassic Park o in qualsiasi altro presenterebbe diversi problemi. Il primo e più importante è che, allo stato attuale, non c’è modo di acquisire il loro DNA preistorico. A non renderlo possibile è la biodegradazione stessa cui va incontro in decine di milioni di anni qualsiasi organismo intrappolato nell’ambra, per quanto ben conservato.

«Abbiamo zanzare e tafani fin dal tempo dei dinosauri, e si conservano nell’ambra. Ma quando l’ambra preserva le cose, tende a preservare la parte esterna, non i tessuti molli. E quindi non trovi sangue nelle zanzare nell’ambra», ha spiegato la paleontologa britannica Susannah Maidment in un intervento per il Museo di storia naturale di Londra. È possibile invece trovarlo in zanzare fossilizzate diversamente, come in effetti è accaduto con una zanzara incastonata in una roccia sedimentaria e risalente a 46 milioni di anni fa (troppo giovane per contenere eventuali informazioni sui dinosauri, estinti 20 milioni di anni prima).

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Ma se anche fosse possibile recuperare gocce di sangue di un dinosauro resterebbe il problema del DNA, le cui molecole sono piuttosto fragili e non sopravvivono alla fossilizzazione. Cominciano a degradarsi molto rapidamente già nel giro di 500 anni, a differenza di altre molecole organiche complesse che possono invece rimanere integre molto più a lungo e a volte avere un ruolo negli stessi processi di conservazione. A complicare ulteriormente le cose ci sarebbe poi l’alta probabilità che eventuali frammenti di DNA recuperabili dai fossili siano in realtà il risultato di contaminazioni, elemento che renderebbe ancora più irrealizzabile l’idea di isolare il genoma di un vero dinosauro.

L’altro grande problema riguarda in generale la clonazione di una qualsiasi specie estinta, a partire da un campione di materiale genetico. Anche ammesso che si trovi il modo di ricostruire da filamenti piccolissimi di DNA l’intero genoma di un dinosauro e poi si trovi il modo di ottenerne i cromosomi, a quel punto servirebbe trasferirli in una cellula uovo. In mancanza di un uovo di dinosauro vivente servirebbero come minimo sia l’uovo sia il citoplasma (il contenuto della membrana cellulare) di una specie vivente strettamente imparentata. Ma nessun vertebrato dei giorni nostri corrisponde precisamente a un dinosauro.

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A questa necessaria “imperfezione” dell’esemplare finale sembra quindi alludere implicitamente Hodak quando parla di dinosauri geneticamente non autentici e «nuove specie super esotiche». E, proseguendo nell’ipotesi fantascientifica, gli animali più indicati per colmare in qualche modo le lacune presenti nell’ipotetico DNA dei dinosauri forse non sarebbero le rane – la soluzione escogitata dagli scienziati di Jurassic Park – bensì gli uccelli. È infatti largamente condivisa oggi l’ipotesi che dai teropodi, il gruppo a cui appartiene la più famosa e citata specie di dinosauro carnivoro, il Tyrannosaurus rex, si siano evoluti anche gli uccelli dei giorni nostri, unici teropodi sopravvissuti alla grande estinzione di massa del Cretaceo-Paleocene (circa 65 milioni di anni fa).

Una figura centrale nella realizzazione di Jurassic Park fu il noto paleontologo Jack Horner, uno tra i più famosi esperti di dinosauri al mondo e consulente scientifico per la serie di film diretti e prodotti da Spielberg. Proprio partendo dagli uccelli, nel suo libro del 2009 Come costruire un dinosauro, Horner descrive una possibilità alternativa: ottenere un “pollosauro”. Propone cioè di utilizzare tecnologie di ingegneria genetica per modificare embrioni di pollo in modo da indurre nei pulcini caratteristiche anatomiche simili a quelle dei dinosauri.

In sostanza, la proposta avanzata da Horner e dai suoi colleghi è quella di “invertire” il processo evolutivo che ha portato alcuni dinosauri a diventare gli uccelli moderni. Alcune caratteristiche comuni – denti, muso largo, coda lunga – sono infatti ancora riscontrabili a livello genetico: la differenza è che negli embrioni degli uccelli quei geni, “zittiti” dalla selezione naturale, non sono attivati. Si tratta soltanto di riattivarli.

È evidente che nessun aggiustamento genetico potrà mai trasformare un embrione di pollo in uno Spinosauro di 15 metri. Come è chiaro che qualsiasi eventuale pollosauro creato in futuro non sarebbe propriamente né un pollo né un dinosauro. «L’evoluzione è in gran parte stocastica, potrebbe avere più direzioni. Direi che è più probabile che il ritorno ai dinosauri avvenga al contrario, visto che i mattoni sono già lì» disse a Live Science Jamal Nasir, genetista presso l’Università di Northampton nel Regno Unito, chiarendo che servirebbero comunque le giuste condizioni per permettere all’evoluzione di intraprendere un percorso di questo tipo. «Si possono immaginare pandemie virali che potrebbero interrompere i nostri genomi, la nostra fisiologia e il comportamento al di fuori del nostro controllo», concluse Nasir.

In definitiva, ogni tentativo di creare un “Jurassic Park” si scontrerebbe oggi con il limite difficilmente aggirabile dell’assenza di materiale genetico di partenza e con quello dell’assenza di specie viventi del tutto adatte al necessario lavoro di ingegneria genetica. Leggermente diverso sarebbe, al limite, provare a mettere insieme una parte della megafauna di un “Pleistocene Park” riportando in vita un mammut lanoso, una specie molto più recente (estinta circa 5 mila anni fa) e di cui già abbiamo sequenziato e analizzato genomi completi. Un’operazione di questo tipo avrebbe probabilmente maggiori margini di successo, soprattutto perché permetterebbe di usare l’embrione di una specie vivente – l’elefante asiatico – il cui genoma è eccezionalmente simile a quello del mammut.

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Ma anche in questo caso, come per la creazione di un “Jurassic Park”, resterebbe la domanda: perché farlo? Sia la possibilità di ricreare animali che assomiglino ai dinosauri per alcune caratteristiche, sia quella di ricreare altri animali estinti da molto meno tempo, sollevano questioni bioetiche molto complesse e con posizioni anche molto differenti all’interno della comunità scientifica. «Ammesso che funzioni, la “dis-estinzione” riguarderà soltanto poche specie, ed è molto costosa. Devierà le risorse economiche da vere misure di conservazione che già funzionano e che sono già a corto di fondi?» si chiedeva parlando con l’Independent nel 2015 David Ehrenfeld, docente di biologia alla Rutgers University a New Brunswick, in New Jersey.

D’altra parte, è molto difficile conoscere in anticipo quali scoperte scientifiche potranno o non potranno avere applicazioni potenzialmente rilevanti. Molti fondi ricevuti in passato da Horner e dal suo gruppo di lavoro – il regista George Lucas fu uno dei principali finanziatori – servivano in particolare a proseguire le ricerche sullo sviluppo embrionale delle code negli embrioni di pollo. Non è escluso che questo possa a sua volta portare, per esempio, a sviluppare nuove cure per le malattie spinali. E in generale gli studi sul mesenchima – il tessuto connettivo embrionale, da cui derivano le cellule del tessuto circolatorio, linfatico e connettivo definitivo – negli embrioni di pollo potrebbero accrescere le nostre conoscenze riguardo alle possibili cure dei sarcomi, rari tumori delle cellule mesenchimali.

Come insegna Jurassic Park, c’è poi sempre la possibilità che qualcosa vada storto («la vita trova sempre un modo»). E ci sono moltissime domande che è bene porsi prima, per evitare di affrontare in seguito problemi imprevisti. Per dirla con un’altra celebre frase a effetto del personaggio Ian Malcolm, il matematico esperto di teoria del caos interpretato da Jeff Goldblum: «gli scienziati erano così preoccupati di poterlo fare, che non hanno pensato se lo dovevano fare».