Alexei Navalny durante un'udienza al tribunale di Mosca. (AP Photo/Alexander Zemlianichenko)
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  • giovedì 25 Febbraio 2021

Perché Amnesty non considera più Navalny un “prigioniero di coscienza”

È una decisione presa dopo una campagna di pressione coordinata, ed è piaciuta molto al regime russo

Alexei Navalny durante un'udienza al tribunale di Mosca. (AP Photo/Alexander Zemlianichenko)

Martedì è stata diffusa online la notizia che l’organizzazione per i diritti umani Amnesty International ha smesso di definire l’oppositore russo Alexei Navalny come un “prigioniero di coscienza”, una definizione ideata dall’organizzazione per indicare le persone che sono state private della libertà a causa delle loro opinioni, a patto che non abbiano mai fatto uso di violenza o non ne abbiano mai invocato l’uso.

Il cambiamento di atteggiamento nei confronti di Navalny è avvenuto a causa di una campagna coordinata di pressione via email in cui ai membri di Amnesty sono state presentate dichiarazioni vecchie di oltre un decennio in cui Navalny esprimeva opinioni xenofobe. I membri di Amnesty, pur sapendo che le email erano parte di una campagna di pressione degli avversari politici di Navalny, hanno deciso di smettere di riferirsi a lui come a un prigioniero di coscienza. La decisione avrebbe dovuto rimanere riservata, anche perché Amnesty continua a sostenere la liberazione di Navalny e a condannare il regime russo, ma martedì è stata rivelata su Twitter da Aaron Maté, un giornalista americano che in passato ha espresso opinioni critiche contro Navalny.

La definizione di “prigioniero di coscienza” è stata inventata nel 1961 dal fondatore di Amnesty, Peter Benenson, e da allora è stata attribuita dall’organizzazione ai più importanti prigionieri politici nonviolenti, e alle persone che sono state imprigionate per la loro razza, religione, orientamento sessuale o politico.

Navalny, il più importante oppositore al regime del presidente Vladimir Putin, era stato inserito nella lista il mese scorso, subito dopo il suo arresto all’aeroporto di Mosca con accuse che, secondo moltissimi osservatori, avevano ragioni politiche. Navalny era di ritorno dalla Germania, dove si trovava per curarsi da un tentato avvelenamento ordinato secondo lui – e secondo molte ricostruzioni – dai servizi di sicurezza russi.

Nelle settimane successive al suo arresto, migliaia di persone avevano protestato più volte in moltissime città della Russia, e il regime russo era stato condannato quasi unanimemente: l’Unione Europea, tra le altre cose, sta discutendo della possibilità di imporre sanzioni ad alcuni individui russi in risposta all’arresto ingiusto.

Per questo, negli ultimi giorni, dopo che si è diffusa la notizia che Navalny non sarebbe più stato definito come un “prigioniero di coscienza”, negli ambienti vicini al regime russo è stato espresso un forte sentimento di rivalsa. Margarita Simonyan, la direttrice del network di stato Russia Today, su Twitter ha dato a Navalny del «nazista».

Secondo una ricostruzione fatta da Masha Gessen sul New Yorker, subito dopo che Amnesty aveva deciso di definire Navalny come un “prigioniero di coscienza” numerose sedi dell’organizzazione in tutto il mondo hanno cominciato a ricevere email identiche, contenenti due domande: Amnesty era al corrente delle dichiarazioni xenofobe fatte da Navalny in passato? E, nel caso, perché non era disposta a considerare anche altre persone come prigionieri di coscienza? Il tono dell’email, ha detto un membro di Amnesty a Gessen, «non era amichevole».

I membri di Amnesty si sono consultati internamente e hanno deciso che, benché fosse piuttosto chiaro che fossero il frutto di una campagna internazionale di discredito, le vecchie affermazioni di Navalny superassero «il limite dell’invocazione all’odio» e che dunque fosse necessario smettere di riferirsi a lui come a un prigioniero di coscienza.

Non si sa quali dichiarazioni di Navalny siano state portate all’attenzione di Amnesty dalla campagna di pressione. Negli anni Duemila, all’inizio della sua carriera politica, Navalny fece molte affermazioni di carattere nazionalistico e xenofobo, in un caso definendo gli immigrati come dei «vermi» e chiedendo la loro deportazione. Da oltre dieci anni, tuttavia, Navalny non si esprime più in questi termini, ha detto di rammaricarsi di alcune delle sue vecchie dichiarazioni e molti osservatori sostengono che il suo orientamento politico sia cambiato notevolmente.

A causa della delicatezza della situazione, i membri di Amnesty avevano deciso di non rendere pubblico il cambiamento. Semplicemente, avrebbero smesso di riferirsi in pubblico a Navalny con la definizione di “prigioniero di coscienza”, sapendo che la notizia sarebbe stata usata dalla propaganda russa per giustificare la sua reclusione. Nel frattempo, l’organizzazione ha continuato a chiedere la liberazione dell’oppositore russo e a organizzare attività in suo favore. Come dicevamo, la notizia è però trapelata.

In un comunicato Julie Verhaar, l’attuale segretaria generale di Amnesty, ha detto che «le speculazioni attorno all’uso del termine “prigioniero di coscienza” da parte di Amnesty sono una distrazione dalla nostra domanda principale di liberare immediatamente» Navalny, e ha aggiunto che «niente di quello che Navalny ha detto in passato giustifica la sua attuale detenzione». Il 26 febbraio in un comunicato Amnesty ha detto che «le affermazioni secondo le quali la decisione di non definire ulteriormente Alexei Navalny come prigioniero di coscienza è stata presa a causa di pressioni esterne è falsa e dimostra di ignorare le nostre procedure interne, dettagliate e affermate nel tempo». Secondo Amnesty «le notizie secondo le quali la decisione è stata influenzata dalla campagna diffamatoria dello stato russo contro Navalvy sono false. Mai dichiarazioni falsamente attribuite a Navalny o informazioni destinate unicamente a screditarlo sono state prese in considerazione».

Non è ancora chiaro chi abbia organizzato la campagna di pressione nei confronti di Amnesty per screditare Navalny. Fonti dentro ad Amnesty hanno detto al giornale russo Mediazona che nelle email c’erano riferimenti a contenuti prodotti sui social network da giornalisti di Russia Today, anche se è impossibile stabilire un collegamento.