Rihanna (AP Photo/Diane Bondareff, LaPresse)
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  • giovedì 4 Febbraio 2021

Rihanna ha fatto arrabbiare l’India

Per un suo tweet a favore delle grandi proteste degli agricoltori indiani contro il governo, che vanno avanti dallo scorso settembre

Rihanna (AP Photo/Diane Bondareff, LaPresse)

Mercoledì la cantante Rihanna ha pubblicato su Twitter un articolo della CNN invitando le persone a prestare maggiore attenzione alle proteste dei contadini in India. L’articolo spiegava come il governo indiano avesse bloccato l’accesso a internet per alcuni giorni in diverse zone intorno alla capitale Nuova Delhi, dove ormai da più di due mesi centinaia di migliaia di contadini sono accampati per protestare contro l’introduzione di tre leggi sulla liberalizzazione del commercio agricolo.

Il commento di Rihanna all’articolo era «perché non ne stiamo parlando?!». Il tweet, molto semplice, ha provocato la reazione quasi immediata del governo indiano, guidato dal nazionalista Narendra Modi, e dei suoi sostenitori, in un modo che è sembrato abbastanza coordinato e con una forza inusuale.

Il tweet di Rihanna, che su Twitter ha più di 100 milioni di follower, è stato molto commentato e condiviso, anche da altre persone famose in diversi ambiti. L’attivista Greta Thunberg ha rilanciato lo stesso articolo, esprimendo «solidarietà alle proteste contadine in India»; una nipote della vicepresidente degli Stati Uniti Kamala Harris, Meena Harris – avvocata molto attiva per la parità di genere e con un grande seguito –, ha continuato per tutta la giornata a dare rilievo alla vicenda.

In breve tempo il ministero degli Esteri indiano ha pubblicato un comunicato con un’insolita presa di posizione «sui recenti commenti di individui ed entità straniere sulle proteste dei contadini». Rihanna o altre persone coinvolte non vengono mai citate direttamente, ma si parla di «gruppi di interesse» che hanno provato a mobilitare «il sostegno internazionale contro l’India» e si invita a non cedere alla «tentazione sensazionalistica di hashtag e commenti sui social network, specialmente quando vengono usati da celebrità o altri».

Anche il ministro degli Interni indiano, Amit Shah, ha condiviso il comunicato, dicendo che la «propaganda» non può decidere il destino dell’India, «solo il progresso può farlo». Insieme al comunicato sono stati lanciati gli hashtag #IndiaAgainstPropaganda (India contro la propaganda) e #IndiaTogether (India insieme).

Nonostante i richiami del governo a non fidarsi di personaggi famosi e ad evitare sensazionalismi sui social network, il ministro degli Esteri indiano, Subrahmanyam Jaishankar, ha cominciato a condividere sul proprio profilo Twitter una serie di prese di posizione da parte di personaggi famosi indiani a favore del governo. Molti cantanti, attori, giocatori di cricket e altre persone celebri in India hanno infatti usato i due hashtag del comunicato per evidenziare gli sforzi fatti dal governo nei confronti dei contadini o in alcuni casi per criticare le proteste: l’attrice di Bollywood Kangana Ranaut ha risposto a Rihanna definendo i manifestanti «terroristi che cercano di dividere l’India».

Gli interventi delle celebrità indiane sono però sembrati fin troppo coordinati, e molti li hanno ritenuti sospetti, come se fossero guidati essi stessi da una programmatica opera di propaganda: in alcuni casi i testi dei commenti erano addirittura identici e in generale si ritrovava spesso l’utilizzo delle stesse parole, per esempio per dire che il governo stava cercando una «soluzione amichevole», come ha fatto notare la giornalista del Washington Post Rana Ayyub.

Nonostante la dichiarata volontà di raggiungere un accordo, in questo momento sembra difficile che i contadini accettino compromessi, e dopo i recenti sviluppi con il blocco degli accessi a internet per limitarne la comunicazione, la situazione sta continuando a rimanere piuttosto tesa.

Le proteste dei contadini in India erano iniziate a settembre 2020, dopo che il governo di Narendra Modi aveva introdotto tre leggi sulla liberalizzazione del commercio agricolo e senza una consultazione preventiva con le aziende agricole. Alla fine di novembre era stato indetto uno sciopero a cui avevano aderito, a quanto sembra, 250 milioni di lavoratori in diversi stati dell’India, un paese in cui gli agricoltori sono quasi la metà dell’intera popolazione, circa 650 milioni.

Centinaia di migliaia di persone avevano marciato verso la capitale, viaggiando su trattori, a piedi o in bicicletta, per chiedere che le leggi venissero ritirate. Da quel giorno moltissimi manifestanti dormono e vivono in centinaia di rimorchi attaccati a trattori allineati per diversi chilometri, su tre importanti strade che collegano Delhi, il territorio della capitale, agli stati vicini.

Il 12 gennaio la Corte Suprema dell’India aveva sospeso l’entrata in vigore delle leggi contestate, ma i contadini volevano l’abrogazione definitiva. Hanno così rifiutato anche la soluzione temporanea. Un momento importante per le proteste è stato il 26 gennaio scorso, il giorno della festa della Repubblica indiana, quando le migliaia di contadini accampate intorno a Delhi hanno organizzato una manifestazione in contemporanea all’annuale parata per la festa della Repubblica. Ci sono stati scontri e molti feriti, sia tra i contadini che tra gli agenti di polizia, e almeno uno dei contadini è morto.