Un aro titano in fiore al New York Botanical Garden, il 28 giugno 2018 (Drew Angerer/Getty Images)

Il piano per salvare i grossi fiori che puzzano di carne marcia

Cioè l'aro titano, le cui rare fioriture nei giardini botanici attraggono molte persone: un po' per l'odore, un po' perché può arrivare anche a tre metri d'altezza

Un aro titano in fiore al New York Botanical Garden, il 28 giugno 2018 (Drew Angerer/Getty Images)

Certe piante, quando fioriscono, attirano un gran numero di umani. Lo fanno, notoriamente, i numerosi ciliegi di Tokyo, che con i loro fiorellini rosa offrono uno sfondo perfetto per una foto ricordo. Ma lo fa anche una pianta del tutto diversa, e ben più rara: l’aro titano. La sua infiorescenza è nota per tre cose: può superare i 3 metri d’altezza, ha una forma fallica (da cui il nome scientifico della specie, Amorphophallus titanum) e puzza di cadavere. Per tutte queste caratteristiche, gli orti botanici pubblicizzano molto la fioritura dei loro ari titani, anche perché capita molto di rado. Così di rado, peraltro, che la stessa esistenza della specie è a rischio. Ma l’Orto botanico di Chicago, ha raccontato l’Atlantic, ha un piano per salvarla.

Cos’è l’aro titano e perché rischia l’estinzione
L’aro titano è una pianta nativa delle foreste tropicali di Sumatra, un’isola dell’Indonesia. Anche se non lo si direbbe, per via delle sue dimensioni, è un’erba. Per la precisione è una pianta erbacea perenne: la parte visibile si forma più e più volte nella vita della pianta, che sopravvive anche in sua assenza grazie alla parte sotterranea, nel caso dell’aro titano un bulbo.

In giro per internet potreste leggere che è la pianta con il più grande fiore del mondo. Tecnicamente non è così, perché quello che ci verrebbe da chiamare “fiore” è in realtà un’infiorescenza, cioè una struttura su cui fioriscono numerosi piccoli fiori. La parte di forma fallica, quella che può raggiungere i tre metri d’altezza, in gergo tecnico si chiama spadice: ce l’hanno anche le calle. L’aro titano fiorisce di rado perché per produrre un’infiorescenza tanto grande serve molta energia: viene accumulata in cicli di vita successivi in cui la pianta si limita a produrre una singola grande foglia che faccia la fotosintesi. Non è possibile prevedere dopo quanti cicli-foglia un aro titano fiorirà: in genere non succede prima dei dieci anni di vita della pianta, e poi possono passare dai due ai dieci anni tra una volta e l’altra.

Di nuovo, tecnicamente, quell’alberello verde con tante foglie sulla destra è un’unica foglia (Chicago Botanic Garden)

Oltre alle dimensioni, la caratteristica più nota dell’aro titano è il cattivo odore emanato dai suoi fiori, simile a quello della carne in decomposizione. È essenziale per permettere a questa pianta di riprodursi nel suo ambiente naturale, e fa parte di una strategia evolutiva: l’odore attrae dei coleotteri che, posandosi sui fiori, raccolgono il polline sulle loro zampe, per poi spargerlo in giro.

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I coleotteri impollinatori continuano a esserci nelle foreste di Sumatra, ma le foreste si stanno rimpicciolendo, ed è per questo che nella Lista rossa dello IUCN, che compila un ampio e autorevole database sullo stato di conservazione delle specie animali e vegetali, l’aro titano è classificato come “Endangered”, cioè a rischio di estinzione. Si pensa che negli ultimi 150 anni il numero di esemplari sia diminuito di più del 50 per cento: attualmente, si stima che in tutta Sumatra ce ne siano meno di mille esemplari, “adulti”. Solo tra il 1990 e il 2010 l’habitat della specie è diminuito del 47 per cento a causa della deforestazione portata avanti per alimentare l’industria del legname e della carta e per fare spazio a piantagioni di palma da olio.

Il piano per salvare l’aro titano
Rallentare o fermare la deforestazione di Sumatra è difficile, e dipende soprattutto dalle iniziative delle autorità locali, per questo gli scienziati di tutto il mondo che si occupano dell’aro titano cercano di evitare l’estinzione della pianta in un altro modo, cioè attraverso una collaborazione tra orti botanici.

Alcuni esemplari di aro titano vivono lontano dall’Indonesia fin da fine Ottocento. Nel 1878 la pianta fu vista per la prima volta da un occidentale, il botanico fiorentino Odoardo Beccari, che spedì in Europa semi e bulbi. L’aro titano non è facile da far crescere al di fuori del suo habitat, perché ha bisogno di specifiche condizioni di umidità e temperatura per prosperare, e in Italia i primi tentativi di coltivazione non andarono molto bene; nell’Orto botanico di Firenze l’aro titano è fiorito solo due volte, nel 2002 e nel 2007. Ai Kew Gardens di Londra invece le cose andarono meglio fin dall’inizio: la prima fioritura in cattività dell’aro titano avvenne proprio lì, nel 1889. Ovviamente negli orti botanici non ci sono i coleotteri impollinatori della specie, quindi sono i botanici a raccogliere e spargere il polline, usando dei pennelli.

Un aro titano in procinto di sbocciare nell’orto botanico dell’Eden Project, a St Austell, in Cornovaglia, il 12 giugno 2018 (Matt Cardy/Getty Images)

Oggi ci sono circa 500 esemplari di aro titano sparsi per orti botanici del mondo. Sono più o meno la metà di quelli presenti in natura, tuttavia questo numero non è troppo rassicurante per gli scienziati interessati a preservare la specie dato che si tratta di piante strettamente imparentate tra loro. È così perché molto spesso sono arrivate negli orti botanici da donazioni di altri orti botanici: si stima che tutti gli ari titani coltivati dall’uomo discendano da solo 20 piante raccolte in natura. È un problema perché significa che hanno caratteristiche genetiche simili. Vale per le piante come per gli animali: se gli individui di una specie continuano ad accoppiarsi tra di loro possono diventare più vulnerabili alle malattie, ed essere meno in grado di adattarsi a cambiamenti ambientali, come quelli che riguardano il clima.

Quindi, se da un lato continuare ad avere ari titani nei giardini botanici è un’assicurazione per la specie che è a rischio di estinzione in natura (vale la stessa cosa per molte specie animali), dall’altro il fatto che siano strettamente imparentati tra loro rischia di indebolire la specie.

Per risolvere il problema l’Orto botanico di Chicago ha avviato il progetto TREES, che significa “alberi” ma è anche acronimo di “Tools and Resources for Endangered and Exceptional Plant Species”, cioè “Strumenti e risorse per eccezionali specie di piante a rischio di estinzione”. I 140 orti botanici che fanno parte del progetto faranno test genetici ai loro esemplari di aro titano e di altre sei specie di piante con problemi simili, e le metteranno insieme alle informazioni storiche contenute nei loro registri per costruire un albero genealogico che mostri le parentele tra i diversi esemplari sparsi per il mondo. In pratica, TREES si propone di ricostruire con la genetica il pedigree degli ari titani degli orti botanici.

Tutte le specie di piante coinvolte nel progetto sono accomunate dal fatto che non è facile farle riprodurre, o perché fanno pochissimi semi, o perché i loro semi sono recalcitranti: cioè sono molto delicati e, diversamente dalla maggior parte dei semi, non si conservano se vengono congelati o seccati. Per questa ragione, per assicurare un futuro a queste specie di piante non ci si può affidare alle banche di semi e con il progetto TREES è stata pensata una strategia diversa.

Raccolta del polline di un aro titano nell’orto botanico dell’Eden Project (Matt Cardy/Getty Images)

Quando si conosceranno bene le parentele tra le diverse piante degli orti botanici si potrà progettarne con maggiore attenzione la riproduzione, allo scopo di aumentare la variabilità genetica. Ogni volta che fiorirà una pianta di aro titano di uno degli orti botanici legati a TREES, i botanici che se ne prendono cura ne raccoglieranno il polline e lo conserveranno. Lo manderanno poi ad altri orti botanici aderenti al progetto quando saranno i loro esemplari di aro titano a fiorire, in modo da impollinarli. Il tutto sarà fatto tenendo conto delle parentele tra le diverse piante, evitando di incrociarne due molto vicine a livello genetico. In questo modo si otterranno nuovi ari titani più robusti.

Idealmente se la popolazione selvatica di aro titano dovesse diminuire ancora e arrivare più vicina all’estinzione, gli orti botanici potrebbero portare alcuni dei loro esemplari a Sumatra, per favorire la ripresa della specie. E più vario sarà il loro patrimonio genetico, maggiori saranno le probabilità di riuscire nell’impresa di salvare la specie.

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Iniziative come TREES sono importanti perché anche se riguardano poche specie, potrebbero favorire un intero ecosistema. Infatti i diversi esseri viventi che vivono in un ambiente selvatico hanno dei rapporti che li legano – quelli tra prede e predatori, ma anche tra piante e animali impollinatori, per dire solo i più semplici – e la scomparsa di una specie può causare un disequilibrio. Per questo le iniziative di salvaguardia delle specie possono avere un effetto su tante altre specie.

Ci sono molte cose che non sappiamo ancora sull’aro titano, dunque non è chiaro nel suo caso quali specie potrebbero essere più danneggiate dalla sua scomparsa. Tuttavia questa pianta particolare, per via delle sue caratteristiche eccezionali che l’hanno resa famosa per i visitatori di molti orti botanici del mondo, possono renderlo un testimonial delle campagne di salvaguardia delle specie vegetali. «Considero l’aro titano il panda del mondo delle piante», ha detto all’Atlantic Susan Pell, vicedirettrice dello United States Botanic Garden, uno degli orti botanici che partecipano al progetto TREES: «È molto affascinante e alle persone interessa molto, quindi può essere un portavoce per l’importanza di preservare tutta la biodiversità».

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