Il presidente uscente dell'Uganda Yoweri Museveni, che è in carica da 35 anni (Jack Taylor/Getty Images)
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  • mercoledì 13 Gennaio 2021

In Uganda potrebbero esserci elezioni diverse

Cioè con un vincitore diverso dal presidente che ha governato negli ultimi 35 anni, e che giovedì dovrà cercare di sconfiggere un famoso cantante di musica rap e reggae

Il presidente uscente dell'Uganda Yoweri Museveni, che è in carica da 35 anni (Jack Taylor/Getty Images)

Giovedì 14 gennaio in Uganda si vota per eleggere il presidente e il parlamento, dopo una campagna elettorale molto movimentata e violenta, durante la quale sono state uccise decine di persone. Nelle ultime cinque elezioni, dal 1996 al 2016, ha sempre vinto il presidente Yoweri Museveni, che oggi ha 76 anni e dopo aver modificato più volte la costituzione cerca la sesta rielezione. Queste elezioni, però, potrebbero avere un esito diverso dal solito: il candidato più accreditato che sfida Museveni è il cantante Bobi Wine, 38 anni, che in Uganda ha grande popolarità e che sta mobilitando molti giovani che prima non erano coinvolti nella politica.

Museveni governa in Uganda da 35 anni. Prese il potere nel 1986 dopo aver guidato una rivolta armata durata diversi anni con cui rovesciò il governo di Milton Obote. Specialmente all’inizio, riuscì a dare stabilità politica all’Uganda, e a livello internazionale fu accolto come il simbolo di una nuova classe dirigente africana. Le prime elezioni democratiche della sua presidenza arrivarono però solo 10 anni dopo: Museveni le vinse largamente con il 75,5 per cento dei voti, continuando a governare durante un periodo di grandi miglioramenti economici e sociali per il paese.

Nei suoi molti anni di governo, è riuscito a ridurre notevolmente la povertà e, secondo il Financial Times, ha portato l’economia ugandese a crescere di dieci volte. Negli anni Ottanta e Novanta, Museveni riuscì a contenere la diffusione dell’AIDS e di recente ha gestito meglio di molti altri la pandemia da coronavirus.

Con il passare del tempo, tuttavia, il suo governo è diventato sempre più autoritario e Museveni ha indebolito le altre istituzioni ugandesi per ridurre al minimo il dissenso e l’opposizione al suo governo. Per esempio, è stato spesso stato accusato di aver nominato giudici a lui fedeli e di aver punito quelli che invece avevano mostrato indipendenza. È stato inoltre più volte criticato per aver gestito le elezioni con scarsissima trasparenza e facendo intervenire le autorità contro i suoi oppositori: in vista delle elezioni del 14 gennaio, per esempio, ha bloccato i social network nel paese.

In base alla costituzione approvata nel 1995, Museveni non avrebbe potuto essere rieletto oltre il secondo mandato, ma nel 2004 una modifica costituzionale lasciò come unico limite dell’elezione a presidente l’avere tra i 35 i 75 anni, permettendogli di candidarsi ancora. Nel 2017 il parlamento approvò un ulteriore cambiamento alla costituzione: fu eliminata la regola sul limite di età e venne introdotto il vincolo dei due mandati, ma solo a partire dal 2021. Museveni, che ha ancora molti sostenitori, soprattutto nelle zone rurali, è quindi riuscito a rimanere ininterrottamente al governo e teoricamente potrebbe ancora governare fino al 2031.

Oltre al presidente uscente, alle elezioni ci sono altri 10 candidati, dei quali il più accreditato è Bobi Wine, nome d’arte di Robert Kyagulanyi. Wine – che si fa chiamare “il presidente del ghetto” per via delle sue origini umili – è un cantante molto amato nel suo paese: ha cominciato ad avere successo all’inizio degli anni 2000 e molte sue canzoni – un misto di rap e reggae – affrontano temi sociali come la povertà, il degrado urbano, l’oppressione politica.

Wine è entrato in parlamento nel 2017 e in breve si è imposto come il principale oppositore del presidente Museveni. Quando gli si chiede cosa voglia fare concretamente, Bobi Wine parla spesso di creare lavoro per i giovani ed eliminare la corruzione per investire in scuole e ospedali: il motto della sua campagna elettorale è questo: «stiamo sostituendo un dittatore».

Fin dal suo ingresso in politica, probabilmente per il suo grande seguito tra i giovani e nei centri urbani, sono cominciate nei suoi confronti persecuzioni da parte delle autorità ugandesi. Nell’agosto del 2018 si era parlato molto di lui quando era stato arrestato e picchiato dall’esercito: ma da quel momento Wine è stato arrestato tantissime volte. Solo negli ultimi due mesi, ha raccontato lui stesso al Financial Times, è stato fermato dalla polizia quasi ogni giorno ed è stato incarcerato 11 volte.

A novembre, per esempio, Wine era stato accusato e arrestato per aver organizzato una manifestazione senza far rispettare le norme decise per limitare la diffusione del coronavirus (una motivazione considerata pretestuosa dai suoi sostenitori). A seguito di quell’evento, nel paese ci furono due giorni di violente proteste, durante i quali centinaia di persone furono arrestate e almeno 54 furono uccise dalla polizia (lo disse lo stesso Museveni).

Martedì 12 gennaio, due giorni prima delle elezioni, Wine ha invece raccontato che soldati dell’esercito sono arrivati a casa sua, hanno aggredito le sue guardie del corpo e hanno arrestato alcuni dei suoi assistenti.

Sempre al Financial Times, Wine ha raccontato di aver subito negli ultimi mesi quattro tentativi di omicidio, tanto da spingerlo a fare campagna elettorale con indosso un giubbotto antiproiettili e un casco protettivo. In generale, tutta la sua campagna elettorale è stata sistematicamente osteggiata dalle autorità: le manifestazioni che ha organizzato sono state represse con la forza, più volte i poliziotti sono entrati in casa sua senza un motivo preciso e molti membri del suo staff e persone a lui vicine sono state arrestate. A dicembre una sua guardia del corpo era stata inseguita e uccisa da un camion militare della polizia.

Nonostante la violenza e i metodi brutali delle autorità fossero già presenti nelle precedenti elezioni, la repressione nei confronti di Wine è abbastanza unica. Secondo Reporters without borders, che ha registrato molte violazioni della libertà di stampa in Uganda, anche molti giornalisti che seguivano eventi della campagna di Wine sono stati attaccati dalla polizia. Alcuni giornalisti stranieri sono stati espulsi dal paese e ad altri è stato proibito di entrare.

Bobi Wine (AP Photo/Ronald Kabuubi, File)

Al di là del malcontento mostrato da una parte della popolazione nelle proteste, queste elezioni potrebbero realmente essere diverse e le speranze di vittoria di Wine non inesistenti. Dei quasi 18 milioni di persone registrate per votare alle elezioni, secondo il Washington Post circa due su tre avrebbero meno di 30 anni, la fascia della popolazione che sembra più propensa a votare per Wine. In generale l’Uganda è un paese giovanissimo: il 75 per cento della popolazione ugandese ha meno di 30 anni e l’età media è di 15,7 anni. Allo stesso tempo il paese ha uno dei tassi di disoccupazione giovanile più alti nell’Africa sub-sahariana: secondo la World Bank nel 2019 era del 13,3 per cento.

Secondo Democracy in Africa, Museveni potrebbe anche vincere le elezioni ancora una volta, con le buone o con le cattive, ma la pace e la stabilità che promette con la continuità dei suoi mandati saranno molto difficili da mantenere nei prossimi anni, e questo determinerà probabilmente grossi cambiamenti nel paese.

Diverse organizzazioni internazionali si sono dette preoccupate per la condizione in cui l’Uganda è arrivata a questo voto, con un progressivo deterioramento dei diritti umani e della libertà d’espressione. L’11 gennaio Facebook ha chiuso una serie di account falsi, che ha scoperto essere legati al ministero dell’Informazione ugandese e che cercavano di manipolare il dibattito pubblico prima delle elezioni con numerosi commenti e condivisioni che facessero sembrare il governo più popolare. Il governo, in risposta, martedì 12 gennaio ha bloccato l’accesso a tutti i social network.

L’Unione Europea inoltre aveva annunciato a novembre che quest’anno non avrebbe mandato in Uganda una missione di osservatori per le elezioni presidenziali, dopo che la richiesta dei precedenti osservatori di rendere più trasparenti le operazioni di voto era rimasta inascoltata.