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  • sabato 2 Gennaio 2021

La giudice per le indagini preliminari di Milano ha chiesto altre indagini sulla morte di Imane Fadil

La giudice per le indagini preliminari di Milano ha respinto la richiesta di archiviazione dell’indagine sulla morte di Imane Fadil, la modella di origine marocchina nota per essere stata una delle testimoni nel processo “Ruby Ter”, morta l’1 marzo 2019 in circostanze inizialmente poco chiare.

Fadil era stata ricoverata il 29 gennaio all’Humanitas di Milano in condizioni cliniche molto gravi. Era stata presa in carico da un gruppo multidisciplinare che aveva provato ogni intervento clinico possibile per la cura e l’assistenza della paziente, senza però riuscire a capire la causa della sua condizione.
Dopo l’apertura dell’inchiesta, per giorni sui giornali erano circolate varie teorie sulla possibilità che Fadil fosse morta per avvelenamento da sostanze radioattive. Era un’ipotesi resa maggiormente suggestiva, almeno per i giornali, dal fatto che Fadil fosse stata coinvolta come testimone in uno dei processi sulla presunta compravendita di testimonianze che coinvolgeva Silvio Berlusconi. A circa sei mesi di distanza dalla morte la procura aveva fatto sapere che a quel punto c’era «la certezza» che Fadil fosse morta per aplasia midollare, e aveva chiesto l’archiviazione, escludendo anche eventuali responsabilità dei medici che l’avevano avuta in cura.

La giudice per le indagini preliminari di Milano Alessandra Cecchelli ha oggi respinto l’istanza di archiviazione, accogliendo la richiesta dei legali della famiglia di Fadil.
Per la giudice sono «necessarie ulteriori indagini» per verificare se ci sia un «nesso» tra la morte di Fadil e la «condotta dei sanitari» e per capire se «un accertamento più tempestivo della diagnosi della malattia» sarebbe stato possibile e avrebbe potuto impedire la sua morte. La giudice ha quindi fissato un termine di sei mesi per le nuove indagini e ha restituito gli atti alla procura.

Imane Fadil, in una foto del 13 novembre 2014 (MATTEO BAZZI / ANSA)