(Matt Cardy/Getty Images)
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  • mercoledì 25 Novembre 2020

Data vs Vita

L'inefficienza è un lusso e ciò che ci rende umani contro un mondo ottimizzato e monetizzato, scrive la giornalista Anna Wiener

(Matt Cardy/Getty Images)

«Scopo ultimo di quell’idea: un mondo migliorato dalle aziende migliorate dai dati. Un mondo di metriche affidabili, in cui gli sviluppatori non avrebbero mai smesso di ottimizzare, e gli utenti non avrebbero mai smesso di guardare i loro schermi. Un mondo libero dal peso delle decisioni, dalle inutili frizioni del comportamento umano, dove ogni cosa – ridotta alla versione più veloce, semplice e patinata di se stessa – poteva essere ottimizzata, gerarchizzata, monetizzata e controllata.

Sfortunatamente per me, mi piaceva la mia vita inefficiente. Mi piaceva ascoltare la radio e cucinare con troppi utensili; affettare cipolle e districare mazzi di odori bagnati. Fare lunghe docce e girellare bevuta per i musei. Mi piaceva prendere i mezzi pubblici: guardare sconosciuti che parlavano con i figli; guardare sconosciuti che fissavano il tramonto fuori dal finestrino, o foto del tramonto sul cellulare. Mi piaceva fare lunghe passeggiate senza nessuna meta. Piegare il bucato. Fare un duplicato delle chiavi. Compilare moduli. Le telefonate. Mi piacevano perfino l’ufficio postale, il prevedibile scontento per la burocrazia. Mi piacevano gli album completi, voltare il disco. I romanzi lunghi con una trama minimale; i romanzi minimalisti con una trama minimale. Attaccare bottone con gli estranei. Prenderci gusto. Rimanere in un ristorante fino all’ora di chiusura, farmi un ultimo bicchiere. Mi piaceva fare la spesa: scegliere con cura frutta e verdura; guardare tutti masticare nella corsia dei prodotti sfusi.

Il bucato caldo, la radio, aspettare l’autobus. Potevo sentirmi frustrata, oberata, sopraffatta, a disagio. A volte ero in ritardo. Ma queste banali inefficienze le consideravo dei lussi, il segno di chi è libero da vincoli. Tempo per non fare nulla, per permettere alla mia mente di spaziare ovunque, per stare nel mondo. Come minimo, mi facevano sentire umana.

Quella vita senza frizioni tanto idolatrata – com’era? Una spola ininterrotta tra appuntamenti ed esigenze corporee? Un continuo ciclo produttivo? Grafici e collezioni di dati. Non era un’aspirazione, non per me. Non era un premio».

Anna Wiener, La valle oscura, pubblicato da Adelphi nel 2020 nella traduzione di Milena Zemira Ciccimarra

Il libro è uscito negli Stati Uniti, sempre nel 2020, con il titolo Uncanny Valley – A memoir e racconta il periodo tra il 2013 e il 2016 in cui la 25enne Wiener – ora giornalista e collaboratrice del New Yorker su temi tecnologici – lavorò in una startup di raccolta e analisi dati a San Francisco. Wiener descrive il modo di lavorare e di pensare nelle startup dal punto di vista di una newyorkese che fino a quel momento aveva ambito a impieghi culturali e artistici, e che aveva deciso di far parte del mondo del futuro: ondeggia tra ammirazione e inadeguatezza, mentre via via scopre la voragine tra utopia e realtà e la quasi disumanità della Silicon Valley. Ha avuto un grande successo di critica e il New York Times lo ha inserito tra i migliori 20 libri dell’anno.