Dalla nuova collezione di Benetton realizzata in collaborazione con la Keith Haring Foundation (Benetton/ © Keith Haring Foundation; Licensed by Artestar New York)
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A Keith Haring piacerebbe vederci tutti con i suoi omini sulle magliette

Quelle della nuova collezione di Benetton ad esempio, che celebra l'artista a 30 anni dalla sua morte e si propone di farlo conoscere anche alla "generazione Z"

Dalla nuova collezione di Benetton realizzata in collaborazione con la Keith Haring Foundation (Benetton/ © Keith Haring Foundation; Licensed by Artestar New York)

Gli omini di Keith Haring, probabilmente il più noto street artist del mondo prima che arrivasse Banksy, sono un po’ dappertutto. Anche chi è molto giovane e forse non conosce la storia di Haring – e non sa che era amico di Andy Warhol e di Madonna, che aveva solo 19 anni quando organizzò la sua prima mostra personale e solo 31 quando morì di AIDS – avrà sicuramente visto le sue figure stilizzate che ballano, si abbracciano, saltano su oggetti di ogni genere, dalle tazze da caffè agli orologi, oltre che nei musei. Quest’autunno si vedranno anche in una nuova collezione di Benetton realizzata in collaborazione con la Keith Haring Foundation.

L’arte sui vestiti non è una novità, ma nel caso di Keith Haring si può dire che la presenza delle sue opere su borse e calzini sia coerente con il pensiero dell’artista. Haring infatti rivendicava la commercializzazione delle sue opere, perché pensava che dovessero essere accessibili a tutti e non restare chiuse in un museo. Lui stesso, nella seconda metà degli anni Ottanta, aprì dei negozi per vendere magliette, spille e altri oggetti con le riproduzioni dei suoi disegni: i Pop Shop di SoHo, a New York, e di Tokyo. «Se facessi solo opere da galleria sarei probabilmente frustrato», diceva Haring: «I progetti commerciali mi hanno permesso di raggiungere milioni di persone a cui non sarei mai arrivato rimanendo un artista sconosciuto. Penso che dopotutto il senso di fare arte sia di comunicare e contribuire alla cultura».

Questo modo di concepire l’arte – portando avanti le idee che negli anni Cinquanta e Sessanta avevano animato il movimento della Pop Art – ha poi avuto un grande seguito e oggi sono molti gli artisti che collaborano con le aziende di moda, e non solo, per diffondere la loro arte anche tra chi non può permettersi di acquistare un quadro o una scultura in una galleria. Haring fu molto criticato da chi vedeva nella commercializzazione uno svilimento dell’arte, ma allora (molto più che adesso) il suo  approccio aveva un significato particolare.

Tra le altre cose durante la sua vita Haring collaborò con Swatch per realizzare una linea di orologi economici; in questa foto, autografati, all’asta da Sotheby’s a Hong Kong nel 2015 (Anthony Kwan/Getty Images)

Quando nel 1979, a 20 anni, Haring si trasferì dalla Pennsylvania dov’era nato a New York, la città era molto diversa da oggi: più povera, squallida e pericolosa. Per i giovani artisti era un posto dinamico ed economico dove vivere, ma solo pochi avevano un vero scambio con la maggior parte degli abitanti della città e Haring era uno di loro: il contatto con le altre persone, e non solo con chi frequentava i circoli degli artisti, per lui era fondamentale.

«Potrei guadagnare di più se dipingessi solo qualche quadro per farne alzare i prezzi», diceva Haring: «Il mio negozio è un’estensione di quello che facevo nelle stazioni della metro, rompendo le barriere tra arte alta e arte bassa». Si riferiva ai suoi primi lavori da street artist, realizzati a basso costo nella metropolitana di New York, che lo fecero conoscere dagli abitanti della città all’inizio degli anni Ottanta: non erano comuni graffiti sulle pareti dei vagoni, ma disegni fatti con un gessetto bianco sui pannelli neri temporaneamente liberi da pubblicità.

Le opere di Keith Haring continuano a essere attuali anche per altre ragioni. Anche se per chi c’era sono un simbolo degli anni Ottanta e dello spirito di festa dei giovani di quel periodo, grazie alla loro essenzialità sono senza tempo. I ragazzi possono continuare a identificarsi con gli omini di Haring – che peraltro compaiono anche tra le GIF di Instagram – e con i loro messaggi di libertà, amicizia e amore per la musica. Sono le stesse qualità che resero Haring famoso in tutto il mondo, dal Sudafrica al Giappone: i suoi omini parlano a tutti perché rappresentano tutti.

Una scultura di Keith Haring a Somerset House, a Londra, il 2 giugno 2005 (Bruno Vincent/Getty Images)

Non bisogna pensare tuttavia che l’arte di Keith Haring fosse generica, decorativa o superficiale: l’attivismo politico era un elemento importante del suo lavoro. Con alcune delle sue opere Haring prese posizione contro l’abuso di crack, che tra il 1984 e il 1990 era definito “epidemico” nelle grandi città degli Stati Uniti, e contro il regime di segregazione razziale (l’apartheid) in Sudafrica, rimasto in vigore fino al 1991. Nel 1982, durante una manifestazione, distribuì gratuitamente 20mila copie di un poster contro le armi nucleari da lui realizzato e in più occasioni diffuse inviti all’uso dei preservativi per prevenire il contagio da HIV e altre malattie sessualmente trasmissibili.

Apertamente omosessuale, Haring scoprì di essere sieropositivo nel 1988 e l’anno seguente decise di creare una fondazione per raccogliere denaro e risorse per le associazioni che si occupavano di assistere le persone malate di AIDS. Negli anni Ottanta non c’erano cure che permettessero ai malati di AIDS di condurre una vita normale come oggi e chi si ammalava moriva nel giro di pochi anni. L’impegno di Haring e di molti altri attivisti e intellettuali dell’epoca però fu fondamentale per eliminare lo stigma nei confronti delle persone sieropositive, che esisteva perché la malattia era più diffusa tra gli omosessuali e i tossicodipendenti.

Con il 2020 sono passati 30 anni dalla morte di Haring e per la Keith Haring Foundation e il direttore artistico di Benetton Jean-Charles de Castelbajac la collezione di quest’autunno dedicata all’artista, disponibile sia per gli adulti che per i bambini, è un modo per farlo conoscere alle nuove generazioni. Le magliette, le felpe e i giubbini della collezione rispecchiano lo stile di Haring non solo perché ne riproducono le opere, ma anche per i loro colori e forme: larghi e comodi, sono unisex e di tonalità accese, come gli abiti che potrebbero portare i gioiosi personaggi disegnati dall’artista.

Dalla collezione di Benetton autunno/inverno (Benetton/ © Keith Haring Foundation; Licensed by Artestar New York)

Dalla collezione di Benetton per i bambini autunno/inverno (Benetton/ © Keith Haring Foundation; Licensed by Artestar New York)