(TUT.by via AP)
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  • lunedì 14 Settembre 2020

In Bielorussia non sta vincendo nessuno

Né il presidente Lukashenko né i suoi oppositori: e le cose potrebbero rimanere così, ma molto dipende da cosa farà la Russia

(TUT.by via AP)

In Bielorussia le proteste contro il presidente Alexander Lukashenko, al potere dal 1994, vanno avanti da oltre un mese, senza perdere forza ma allo stesso tempo senza riuscire a ottenere risultati significativi, soprattutto la promessa di nuove elezioni. Domenica c’è stata un’altra grande manifestazione nella capitale Minsk – si è parlato di oltre 100mila partecipanti –, ma ci sono stati anche arresti e violenze di un’intensità che si era vista solo nelle prime fasi delle proteste. «Entrambe le parti sono in una situazione di stallo, che potrebbe sfociare nella violenza e potrebbe aumentare la possibilità di un intervento russo per mantenere l’ordine», ha scritto il giornalista Thomas Grove sul Wall Street Journal, riferendosi all’eventualità di cui si parla dall’inizio delle manifestazioni: quella del coinvolgimento della Russia nella crisi bielorussa, a cui si oppongono sia gli Stati Uniti che l’Unione Europea.

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Il fatto che la crisi in Bielorussia sia in una situazione di stallo non significa che nelle ultime settimane non ci siano stati sviluppi significativi.

Il più rilevante è stato l’esilio forzato e la detenzione dei principali leader dell’opposizione, come Maria Kolesnikova, arrestata dalle forze di sicurezza del regime e accusata di tentato colpo di stato. Qualcosa si è mosso anche sul fronte russo. Il presidente Vladimir Putin, tradizionale alleato di Lukashenko, ha approvato la creazione di una “forza di riserva” pronta a intervenire in Bielorussia «se la situazione dovesse andare fuori controllo».

Poliziotti in tenuta antisommossa durante una manifestazione antigovernativa a Minsk, domenica 13 settembre (TUT.by via AP)

Secondo alcuni esperti, tra cui il giornalista Andrew Higgins del New York Times, la mossa di Putin avrebbe mostrato una maggiore decisione della Russia nell’appoggiare Lukashenko, dopo diverse prudenze iniziali, ma non avrebbe escluso del tutto la possibilità di un intervento russo a favore di una transizione di potere. La stessa idea è stata espressa da cinque fonti vicine al governo russo citate da Bloomberg, e rimaste anonime per ragioni di sicurezza, che hanno sostenuto che Putin potrebbe incoraggiare una «eventuale successione» in Bielorussia, quindi la sostituzione di Lukashenko a capo del governo, senza però accettare che l’opposizione arrivi al potere attraverso le proteste di piazza.

Un eventuale intervento russo in Bielorussia è uno dei temi più dibattuti dall’inizio delle proteste, e sarà probabilmente una delle questioni di cui parleranno Lukashenko e Putin durante l’incontro previsto oggi, lunedì 14 settembre, nella città russa di Sochi.

L’incontro, il primo tra i due leader dall’inizio delle proteste, potrebbe anche avere provocato le brutali violenze delle forze di sicurezza degli ultimi giorni, compiute tra gli altri da agenti col volto coperto e senza segni di riconoscimento. Arsen Sivitski, direttore del Center for Strategic and Foreign Policy Studies di Minsk, ha detto al Wall Street Journal che le violenze e gli arresti potrebbero essere stati ordinati da Lukashenko con l’obiettivo di arrivare alla riunione con Putin in una posizione di forza rispetto alle opposizioni, in modo da poter guadagnare un appoggio decisivo da parte del governo russo.

L’arresto di un manifestante durante una protesta antigovernativa a Minsk, domenica 13 settembre (AP Photo)

Nonostante le enormi proteste, e la discussione su eventuali sanzioni europee e statunitensi contro il regime, per il momento sembra che Lukashenko sia in grado di continuare a rimanere al potere in Bielorussia, per diverse ragioni.

Anzitutto perché, durante gli ultimi ventisei anni, Lukashenko ha creato una struttura di potere che ruota attorno a lui. Si è circondato di persone fedelissime, espellendo e arrestando i suoi oppositori politici e costruendo un apparato di sicurezza solido ed esteso, tipico dei sistemi autoritari, e ha scelto personalmente i politici e i funzionari che occupano tutte le posizioni importanti all’interno del governo. L’incapacità mostrata dai manifestanti nel creare divisioni significative all’interno dell’élite bielorussa, ha detto Valery Karbalevich, scienziato politico e biografo di Lukashenko, è stata il motivo dell’insuccesso delle proteste, almeno finora.

In secondo luogo, nonostante le diffidenze del governo russo verso Lukashenko, risalenti a molto prima delle contestate elezioni di agosto, il presidente bielorusso ha potuto contare sull’opposizione russa a qualsiasi rovesciamento di regime tramite le proteste, per il timore che la stessa cosa possa succedere in Russia. Putin sta continuando a mantenere una posizione non definitiva su Lukashenko, ma finora la mancanza di alternative ha convinto la Russia ad appoggiare l’attuale presidente.

Lukashenko sembra essere aiutato anche dalla mancanza di una forte reazione internazionale. L’Unione Europea, dopo essersi accordata per imporre sanzioni al regime bielorusso a causa delle violenze contro i manifestanti, ha dovuto fare un passo indietro per l’opposizione di Cipro (l’opposizione di Cipro non c’entra nulla con quello che sta succedendo in Bielorussia: il governo cipriota vorrebbe che l’Unione Europea approvasse sanzioni più dure contro la Turchia per una contesa sullo sfruttamento delle risorse nel Mediterraneo orientale, e ha cercato di legare il tema delle risorse nel Mediterraneo con quello delle sanzioni alla Bielorussia). Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, organo che ha il potere di approvare sanzioni internazionali, difficilmente interverrà contro Lukashenko, perché per adottare qualsiasi tipo di azioni rilevanti dovrebbe superare il veto russo.

Gli Stati Uniti hanno invece annunciato sanzioni mirate, quindi dirette contro alcune persone ritenute responsabili della repressione, le quali però sono considerate non sufficientemente efficaci da avere un effetto significativo sulla crisi.

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