Un gruppo di soldati americani a Parigi legge della resa giapponese. (Keystone/Getty Images)

La resa del Giappone, 75 anni fa

Fu annunciata dall'imperatore Hirohito il 15 agosto 1945, con un criptico discorso radiofonico scritto dopo i giorni più traumatici della storia del paese

Un gruppo di soldati americani a Parigi legge della resa giapponese. (Keystone/Getty Images)

Il 15 agosto del 1945, dalle radio di milioni di persone in tutto il Giappone uscì per la prima volta la voce dell’imperatore Hirohito, che usando un lessico ormai in disuso da alcuni decenni, quello del giapponese classico, annunciò ai «buoni e fedeli sudditi» che «dopo aver considerato a lungo» la situazione mondiale e nel paese, aveva deciso di «ricorrere a una misura straordinaria». In quella che oggi viene ricordato come gyokuon-hōsō, la Trasmissione della voce del Gioiello, Hirohito disse che continuare la guerra che andava avanti da quattro anni avrebbe portato non solo alla fine del Giappone, ma «alla distruzione totale della civiltà umana».

Pochi giorni dopo le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, e in seguito all’invasione sovietica in Manciuria, colonia imperiale in Cina, Hirohito stava annunciando che aveva accettato i termini della dichiarazione di Potsdam, firmata qualche settimana prima dai paesi Alleati. Ma quel linguaggio desueto, e l’omissione di parole come “resa” o “sconfitta”, fecero sì che la maggior parte dei giapponesi non capì esattamente cosa fosse appena stato annunciato. Un presentatore prese la parola dopo l’imperatore, per chiarire il messaggio: il Giappone si era arreso, e la guerra era finita.

Dopo il discorso di Hirohito, la maggior parte dei giapponesi si ritirò in casa per assorbire l’annuncio. La cultura militare giapponese era ancora fortemente influenzata dagli ideali cavallereschi del “bushido”, l’antico codice dei samurai, che preferivano la morte all’umiliazione della sconfitta. Il Giappone, d’altronde, non era mai stato invaso e non aveva mai perso una guerra, nella sua lunga storia. I mesi precedenti avevano stravolto i valori della leadership militare e soprattutto della popolazione giapponese, che ormai sperava soltanto nella fine di una guerra che sembrava da tempo irrimediabilmente persa.

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Nonostante una parte della leadership dell’esercito considerasse impensabile la resa, e avrebbe voluto continuare la guerra anche dopo aver subito l’inimmaginabile devastazione delle bombe nucleari, ormai da diversi mesi il Consiglio Supremo per la Direzione della Guerra, l’organo composto dai ministri e dai generali più importanti che decideva le strategie belliche, prendeva in considerazione l’ipotesi di una soluzione diplomatica alla guerra. Ma le condizioni poste dagli Alleati a Potsdam, che prevedevano la cessione delle colonie, il disarmo dell’esercito e l’occupazione statunitense, erano giudicate da tutti irricevibili.

Il Giappone era entrato in guerra a fianco della Germania nazista spinto dall’impeto imperialistico sviluppato nei primi decenni del Novecento, e desideroso di ottenere il controllo dell’Asia orientale e del Pacifico. Dopo lo scioccante attacco a Pearl Harbor, nel dicembre del 1941, e una fulminea espansione ai danni degli americani e dei britannici nelle Filippine, in Indonesia, in Nuova Guinea e nelle isole Salomone, di Guam e Wake, nel giro di qualche mese l’inerzia della guerra del Pacifico era cambiata, e dopo un primo bombardamento su Tokyo, gli Alleati avevano distrutto la flotta giapponese alle Midway.

La controffensiva degli Alleati era proseguita riprendendo le isole Salomone a Guadalcanal, e attaccando efficacemente l’esercito imperiale in Birmania e in Nuova Guinea. Nel 1944, il Giappone aveva perso le isole Marshall e le Marianne, subendo perdite devastanti e umilianti alla flotta aeronavale. L’anno dopo si aggiunsero la Birmania, gran parte delle Filippine, e buona parte degli insediamenti più importanti nelle isole pacifiche. Tra marzo e aprile, gli americani avevano conquistato anche Iwo Jima e Okinawa, dando il colpo di grazia alla presenza navale giapponese nel Pacifico.

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I soldati statunitensi nella famosa foto scattata a Iwo Jima. (Joe Rosenthal/AP Photo)

Nella primavera del 1945, la leadership militare giapponese era consapevole che la guerra era persa, e provò a usare l’Unione Sovietica, formalmente neutrale, per trovare un accordo con gli Alleati che non fosse totalmente disonorevole. Non sapevano, però, che più di un anno prima Josif Stalin aveva promesso al presidente statunitense Franklin Delano Roosevelt e al primo ministro britannico Winston Churchill che avrebbe attaccato il Giappone quando la Germania fosse stata sconfitta, violando il trattato di neutralità in vigore tra i due paesi.

Mentre il ministro degli Esteri Vjačeslav Molotov prendeva tempo con il suo omologo Shigenori Tōgō, tra giugno e luglio le truppe sovietiche si spostarono dal fronte occidentale a quello orientale, preparando l’offensiva contro le truppe imperiali in Cina, Mongolia, Corea e sull’isola di Sachalin. Il contenuto della dichiarazione di Potsdam, che definiva i termini della resa giapponese, fu diffuso il 26 luglio. Commentando la dichiarazione, il primo ministro giapponese Suzuki Kantaro usò la parola mokusatsu, che ha un significato ambiguo a metà tra il “no comment” e “silenzio”, che venne interpretato come un rifiuto.

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I giorni tra il 6 e il 9 agosto furono i più drammatici della storia giapponese. La prima bomba atomica sganciata su Hiroshima sconvolse il paese, e l’invasione sovietica in Manciuria fece crollare le ultime speranze del Consiglio Supremo. Durante la riunione in cui si convenne che non si poteva aspettare altro tempo per mettere fine alla guerra arrivò la notizia della bomba su Nagasaki.

I giapponesi non sapevano quante bombe avessero a disposizione gli Stati Uniti del nuovo presidente Harry Truman, che a sua volta non erano sicuri di quante ne sarebbero servite per concludere la guerra, e aveva un piano per continuare a sganciarne altre (l’obiettivo successivo sarebbe stato probabilmente la città di Sapporo). La storiografia ha a lungo convenuto che le bombe siano state cruciali nello spingere alla resa il Giappone, ma diversi storici negli ultimi decenni hanno sostenuto che sarebbe successo comunque, e che la sola invasione sovietica della Manciuria, che avvicinava pericolosamente l’Armata Rossa al Giappone, sarebbe bastata. Le bombe uccisero tra le 100 e le 200mila persone.

Fu l’imperatore Hirohito, la notte tra il 9 e il 10 agosto,  a prendere la decisione di accettare la resa, dopo che il Consiglio per giorni non aveva raggiunto l’unanimità. Ma c’era una condizione che era giudicata inderogabile: il mantenimento del sistema imperiale. La risposta degli Alleati al riguardo fu ambigua, e questo provocò un paio di giorni di tentennamenti, di fraintendimenti e di comunicazioni inconcludenti. Temendo che i giapponesi stessero preparando un ultimo grande attacco, il 14 agosto Truman ordinò un enorme bombardamento a tappeto sul territorio giapponese, considerandolo l’ultimo passo prima di una nuova atomica. Ma quella sera Hirohito chiese al Consiglio di ratificare la resa, registrando il discorso in cui l’avrebbe cripticamente annunciata ai suoi sudditi.

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Quella notte, il tenente Kenji Hatanaka seguito da un gruppo di cospiratori tentò di compiere un colpo di stato occupando il palazzo imperiale per impadronirsi dei nastri con la registrazione del discorso prima che fosse trasmesso. Per tutta la notte Hatanaka interrogò i funzionari imperiali minacciandoli con una spada da samurai per farsi rivelare dove fossero nascoste le registrazioni, senza successo. Provò ad andare agli studi della radio pubblica, la NHK, per parlare in diretta radiofonica, ma non ci riuscì nonostante le minacce. Dopo aver distribuito dei volantini per Tokyo contro la resa, intorno alle 11 di mattina del giorno dopo si uccise sparandosi. Un’ora più tardi fu trasmesso il discorso dell’imperatore.

La resa giapponese significava la vera fine della Seconda guerra mondiale, e arrivò negli Stati Uniti quando era ancora il 14 agosto, giorno in cui viene festeggiata ancora oggi.  Fu firmata formalmente il 2 settembre a bordo della corazzata statunitense USS Missouri, ormeggiata nella baia di Tokyo, dando inizio all’occupazione del paese e alla ricostruzione dell’economia nazionale, il cosiddetto “miracolo economico”. Ma su molte isole del Pacifico, i soldati giapponesi non credettero alle notizie sulla resa, e continuarono a combattere una guerra che per il resto del mondo era finita, nel nome del codice di condotta dei samurai. La maggior parte si sarebbe arresa nel giro di qualche mese, ma alcuni soldati rimasero per anni nei loro presidi, compiendo sporadiche azioni di guerriglia contro le truppe Alleate. Gli ultimi, Hiro Onoda e Teruo Nakamura, si arresero soltanto nel 1974.

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