Hotel de la marine - Diego Suarez (oggi Antsiranana, Diego Suarez è stato il nome fino al 1975), Madagascar, 2014 Vestiges d'empire - Thomas Jorion
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  • giovedì 13 Agosto 2020

La Francia non ha molta voglia di fare i conti col proprio passato coloniale

Le Monde racconta come molte aziende e istituzioni preferiscano non parlare di come – in modo diretto o indiretto – fecero fortuna con la tratta degli schiavi

Hotel de la marine - Diego Suarez (oggi Antsiranana, Diego Suarez è stato il nome fino al 1975), Madagascar, 2014 Vestiges d'empire - Thomas Jorion

La tratta degli schiavi tra il Sedicesimo e il Diciannovesimo secolo non ha lasciato solo statue o edifici nelle città europee dei paesi che vi hanno preso parte: ha portato anche alla fondazione e alla fortuna di varie aziende e istituzioni. Lo scorso giugno, dopo che il movimento Black Lives Matter ha ripreso forza in tutto il mondo a partire dagli Stati Uniti, la Royal Bank of Scotland, la Lloyds Bank, la Banca d’Inghilterra e persino il birrificio Greene King, tra gli altri, hanno riconosciuto i loro legami con la schiavitù, si sono scusate e alcune hanno anche promesso dei risarcimenti. In Francia, a differenza del Regno Unito, il passato schiavista di certe aziende e istituzioni del paese non è mai stato riconosciuto.

La Francia, così come il Regno Unito, i Paesi Bassi, la Spagna e il Portogallo, sono tra i principali stati europei ad aver praticato il cosiddetto “commercio triangolare”, uno dei più grandi traffici sviluppatisi nelle acque dell’oceano Atlantico tra il Sedicesimo e il Diciannovesimo secolo e avente come poli tre continenti: Europa, Africa e America. La prima tappa prevedeva il passaggio dall’Europa all’Africa, dove i prodotti europei venivano barattate in cambio di persone. Dall’Africa, gli schiavi venivano poi trasportati e venduti in America, mentre la terza tappa prevedeva il ritorno delle navi in Europa, con le stive cariche di altri prodotti come caffè e cotone. È stato calcolato che la Tratta Atlantica portò alla deportazione di più di 12 milioni di persone. La navi francesi partivano soprattutto dai porti di Nantes e di Bordeux per poi arrivare nelle colonie come Haiti, Santo Domingo, la Martinica, la Guyana o le Antille.

La Francia abolì la schiavitù una prima volta nel 1794, poi nel 1802 Napoleone la reintrodusse e l’abolizione definitiva arrivò nel 1848. Il passato coloniale francese, così come negli altri paesi europei, è comunque molto presente e visibile: basti pensare che il palazzo dell’Eliseo a Parigi, residenza ufficiale del presidente della Repubblica, venne costruito nel 1720 grazie ai finanziamenti di Antoine Crozat, proprietario di una delle più importanti società del commercio triangolare. Sulla schiavitù vennero fatte anche grandi fortune, la cui storia in Francia è però meno conosciuta o indagata che altrove (in una rimozione non così diversa da quella che riguarda il brutale colonialismo italiano).

– Leggi anche: Breve storia del colonialismo italiano

Qualche giorno fa Le Monde ha pubblicato un articolo in cui ha raccontato la storia di alcune società e istituzioni coinvolte più o meno direttamente nella tratta degli schiavi, o la cui prosperità si è basata sulla riscossione delle compensazioni finanziarie pagate ai proprietari di schiavi dopo l’abolizione della schiavitù.

L’articolo cita per esempio Jacob du Pan, colono di Santo Domingo che arrivò in Francia poco dopo che l’isola dichiarò l’indipendenza, nel 1804, e che grazie alle ricchezze fatte con le piantagioni di canna da zucchero partecipò alla fondazione, nel 1816, della Compagnie dʼassurances mutuelles contre lʼincendie de Paris. Questa compagnia, dopo vari passaggi, alla fine degli anni Ottanta entrò a far parte del gruppo Axa, che la riconosce esplicitamente come la propria prima antenata diretta. Le Monde ha poi parlato dello storico Anisette, un liquore prodotto da Marie Brizard e dato in cambio di schiavi. Tra i commercianti che contribuirono a fondare la Banca di Francia, scrive sempre Le Monde, ce n’erano alcuni che si sono arricchiti con la tratta di schiavi, così come fu – fino al 1883 – la Caisse des dépôts (Cassa dei depositi) a gestire il cosiddetto “debito di indipendenza” di Haiti, il risarcimento finanziario che dopo l’indipendenza, appunto, il paese dovette versare ai coloni.

Nei confronti di questo passato, però, scrive Le Monde, c’è molta reticenza. Le società interessate dicono cose ovvie: e cioè che le loro attività attuali non hanno nulla a che fare con quel passato. Temono la pubblicità negativa che porterebbe qualsiasi associazione del loro nome con questa storia. Alcune per lo stesso motivo faticano anche a contribuire alla Fondazione per la memoria della schiavitù. Questo occultamento non può però continuare, scrive Le Monde in un editoriale: «Perché le aziende che ora accettano la loro responsabilità sociale e ambientale non dovrebbero assumersi la loro responsabilità storica? (…) Nessuna delle borse di studio concesse dalla Banque de France o dalla Caisse des Dépôts, la cui storia si interseca tuttavia con quella della schiavitù, è dedicata alla tratta degli schiavi. Legate allo Stato, queste istituzioni dovrebbero dare l’esempio».

Il Conseil Représentatif des Associations Noires (CRAN) ha fatto della questione dei risarcimenti economici la propria battaglia principale, ma il punto centrale, secondo molti, non è tanto quello di ottenere dei risarcimenti tra l’altro difficilmente calcolabili, ma non ignorare che lo schiavismo è stato centrale nella costruzione del capitalismo francese. La riparazione deve dunque passare attraverso la conoscenza e la trasparenza, la promozione della ricerca, di un’educazione antirazzista e la costruzione di una memoria collettiva onesta.

Nel 2018, una serie di associazioni antirazziste chiesero al presidente Emmanuel Macron di rinnovare l’impegno già preso dal suo predecessore François Hollande di creare un memoriale e museo storico della schiavitù a Parigi. Macron, dopo aver riaffermato gli orrori del passato ma esaltando la Francia per la sua doppia abolizione, accettò la proposta di costruire un memoriale ma rifiutò quella di un museo.