(Photo by Chung Sung-Jun/Getty Images)

Ci stiamo dimenticando delle “altre” malattie infettive?

Le malattie sessualmente trasmissibili contagiano un milione di persone al giorno, ma abbiamo smesso di percepirle come un rischio e tendiamo a sottovalutarle

(Photo by Chung Sung-Jun/Getty Images)

Da qualche anno, in Italia, il numero di persone con malattie sessualmente trasmissibili è in crescita. In un rapporto pubblicato dall’Istituto Superiore di Sanità nel 2019, si vede come le segnalazioni di queste malattie siano rimaste stabili tra il 1991 e il 2004, per poi aumentare del 40 per cento circa tra il 2004 e il 2017 (l’ultimo anno di cui sono stati pubblicati i dati). Tra le possibili cause, il Ministero della Salute ha individuato «un significativo calo della percezione del rischio di infezione»: secondo gli esperti, cioè, grazie ai progressi medici degli ultimi anni, queste malattie hanno cominciato ad apparire meno minacciose, le persone hanno smesso di preoccuparsene e il numero di casi ha ricominciato a risalire.

Nell’emergenza sanitaria degli ultimi mesi, molti esperti hanno intravisto un’occasione per riportare all’attenzione di tutti ― ma soprattutto dei più giovani ― anche il tema delle malattie infettive a trasmissione sessuale. Secondo Massimo Galli, primario del reparto di malattie infettive dell’ospedale Sacco di Milano, «si può provare a tradurre l’attenzione per la propria salute destata dalla pandemia di coronavirus in una maggior attenzione per la sicurezza propria e altrui: è il momento di tornare a parlare di prevenzione nell’attività sessuale e di dare spazio alla cultura della responsabilità».

Il caso dell’HIV (Human Immunodeficiency Virus) è particolarmente esemplare: quando ha cominciato a diffondersi, nei primi anni Ottanta, non c’erano terapie e le persone che venivano infettate morivano nel giro di pochi anni. Allora, gli effetti della malattia erano sotto gli occhi di tutti e le persone avevano paura: per questo le campagne che promuovevano l’uso del preservativo ebbero successo e riuscirono a cambiare le abitudini sessuali di molti. Oggi, grazie agli enormi progressi in campo medico, le persone con HIV diagnosticato per tempo e trattate nel modo giusto possono vivere una vita “quasi normale”, col risultato che l’HIV fa meno paura e ha smesso di essere percepito come un rischio dai più giovani.

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«La tendenza è quella di dimenticare», ha detto Valeria Calvino, vicepresidente della onlus Anlaids, che dal 1985 si occupa di contrastare la diffusione di HIV e AIDS, «tra le persone sotto i 30 anni non si parla praticamente mai di questa malattia».

HIV e AIDS oggi
Negli ultimi anni le nuove diagnosi di HIV in Italia sono state tra le 3500 e le 4000 all’anno: un’incidenza (5,8 nuovi casi per 100mila persone) simile a quella degli altri paesi europei. In tutto in Italia ci sono circa 150mila persone che vivono con HIV e si stima che di questi almeno un decimo (tra i 15 e i 30 mila) non sappia di esserlo. Dal momento in cui una persona viene contagiata, infatti, l’infezione può rimanere nascosta anche per diversi anni prima che il corpo si ammali e cominci a mostrare sintomi. Per quanto i non diagnosticati siano una piccola percentuale, quindi, sono comunque troppi se si considera l’importanza fondamentale della diagnosi precoce nella gestione dell’infezione e nel contenimento del contagio da HIV.

Se l’infezione viene scoperta subito e la persona infettata si sottopone ai giusti trattamenti, infatti, il rischio che si ammali si riduce moltissimo, l’aspettativa di vita rimane quella di una persona sieronegativa e si evita che altre persone vengano contagiate. Al contrario se l’infezione non viene diagnosticata per tempo, la persona infettata rischia di trasmettere il virus ad altri e il suo sistema immunitario viene gravemente compromesso: a quel punto si comincia a parlare di AIDS, e cioè sindrome da immunodeficienza acquisita. Per questo, dagli anni Ottanta a oggi, i principali sforzi delle campagne di prevenzione dell’AIDS si sono orientate in due direzioni: ridurre i contagi promuovendo l’uso del preservativo e fare diagnosi tempestive promuovendo i test periodici.

Safe is the new normal
«Oggi la ricerca sull’HIV ha fatto passi da gigante e abbiamo assistito a progressi che non sono paragonabili a quelli di nessun’altra malattia», ha detto Calvino di Anlaids: «non dimentichiamo però che non c’è ancora una cura definitiva e che le persone con HIV passano tutta la vita in terapia e sotto il controllo medico. Insomma, non si pensi che sia una passeggiata». Dopo decenni, Anlaids porta ancora avanti diversi progetti di sensibilizzazione e prevenzione per ridurre la diffusione del virus ― a dimostrazione del fatto che quella contro l’HIV è tutt’altro che una “battaglia vinta”.

Recentemente, gli esperti di Anlaids hanno aderito all’iniziativa di Durex “Safe is the new normal”, un progetto che prevede la formazione di una task force di esperti in vari ambiti che, in questo momento di “ritorno alla normalità”, dopo mesi di restrizioni dovute alla diffusione del coronavirus, aiutino la comunità e in particolare i giovani ad allargare la loro nuova consapevolezza in fatto di salute anche all’ambito della salute sessuale.

Durante la conferenza stampa di presentazione del progetto, Laura Savarese di Reckitt Benckiser, la multinazionale di cui fa parte il marchio Durex, ha spiegato che «i dati oggi sono allarmanti: il 20 per cento dei giovani ha il primo rapporto tra gli 11 e i 14 anni e il 60 per cento di questi dichiara di non aver mai affrontato il tema del preservativo a scuola o in famiglia». Il primo passo della task force di Durex e Anlaids è stato quindi quello di scrivere e diffondere un elenco di dieci consigli per un comportamento corretto e consapevole in ambito sessuale. Infatti, nonostante il preservativo sia lo strumento più efficace (dopo l’astinenza, ovviamente) per proteggersi dalle malattie sessualmente trasmissibili, solo un italiano su due dice di utilizzarlo.

Le altre malattie
L’infezione da HIV è solo una delle decine di infezioni sessualmente trasmissibili (IST) in circolazione: in questa categoria rientrano infatti tutte le malattie causate da batteri, virus, protozoi, e parassiti, che si trasmettono attraverso i rapporti sessuali. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, le malattie a trasmissione sessuale più diffuse sono otto: di queste, quelle curabili sono la clamidia, la gonorrea, la tricomoniasi e la sifilide e quelle non curabili l’epatite B, l’herpes (HSV), l’HIV e il Papilloma virus (HPV). Il Papilloma virus e l’epatite B possono essere prevenute col vaccino.

Come l’HIV, quello della sifilide è un altro esempio di malattia molto nota ma di cui si parla poco, tanto che molti pensano erroneamente che non esista più. I dati però mostrano tutt’altra storia: se tra il 2013 e il 2015 il numero di contagi in Italia era effettivamente in calo, dal 2015 al 2017 è cresciuto del 35 per cento arrivando a 1631 casi segnalati in un anno. I casi di infezione da Chlamydia trachomatis, cioè il batterio che provoca la clamidia, sono aumentati di quasi tre volte tra il 2008 e il 2017. Le segnalazioni di gonorrea, dopo un aumento nel periodo tra il 1999 e il 2006, sono state in diminuzione fino al 2010 ma poi hanno ripreso a salire. La tricomoniasi, una malattia causata dal protozoo Trichomonas vaginalis il cui nome risulta sconosciuto a molti, è l’infezione sessualmente trasmessa più diffusa nel mondo.

Nel mondo poi 500 milioni di persone vivono con l’infezione genitale da herpes virus, 240 milioni di persone vivono con un’infezione da epatite B e circa 300 milioni di donne hanno un’infezione da Papilloma virus (HPV). Il Papilloma virus può infettare anche gli uomini ma è particolarmente rischioso per le donne perché è la principale causa del cancro al collo dell’utero: per questo, gli screening di prevenzione tramite pap test o HPV test in Italia sono consigliati alle donne rispettivamente ogni 3 e 5 anni.

Come l’HPV, tutte queste malattie possono avere, oltre ai sintomi, alcuni effetti collaterali gravi. Alcune, come per esempio l’herpes e la sifilide, possono diventare un fattore di rischio per l’infezione da HIV dal momento che causano ulcere ed escoriazioni che facilitano lo scambio di sangue. Delle persone che si sottopongono al test dell’HIV dopo aver scoperto di avere un’altra malattia sessualmente trasmissibile, la percentuale di positivi in Italia negli ultimi anni oscilla tra il 5 e l’11 per cento. In caso di gravidanza, le IST potrebbero portare a morte neonatale, prematurità e deformità congenite. In alcuni casi malattie come gonorrea e clamidia possono causare malattia infiammatoria pelvica e infertilità.

L’efficacia del preservativo
Il preservativo (sia maschile che femminile, anche se è meno usato) è il principale strumento che ciascuno può usare per proteggersi dalla maggior parte delle malattie a trasmissione sessuale. Ovviamente, perché funzioni, bisogna usarlo correttamente: quindi acquistarlo della taglia giusta e di qualità certificata, conservarlo come da istruzioni, indossarlo dall’inizio alla fine del rapporto, buttarlo dopo la scadenza, oltre che trattarlo con varie accortezze.

«La fine del lockdown, che coincide con i mesi estivi, fa facilmente prevedere una robusta ripresa dei contatti e dei rapporti», ha ricordato Massimo Galli: «ma se è vero che non si può avere il cento per cento della sicurezza per COVID-19, è altrettanto vero che contro le malattie sessualmente trasmissibili può essere raggiunto qualcosa di molto vicino al cento per cento della protezione».