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  • mercoledì 8 Luglio 2020

È giusto punire questa donna con il carcere?

Il dibattito è nato dopo l'incriminazione di Amy Cooper, che aveva denunciato alla polizia l'inesistente minaccia ricevuta da un uomo afroamericano

Il 25 maggio fu pubblicato su Twitter un video girato a Central Park, a New York, che mostrava il litigio tra l’uomo che stava filmando il video – un afroamericano di nome Christian Cooper – e una donna bianca con un cane, Amy Cooper. Il video raccontava un litigio nato tra i due perché l’uomo aveva chiesto alla donna di tenere il cane al guinzaglio, come stabilito dalle regole del parco, e lei si era rifiutata di farlo. Proseguiva con la donna che telefonava alla polizia urlando che un afroamericano la stava minacciando: contava sul fatto che, essendo bianca, la polizia avrebbe creduto a lei anziché a un uomo nero (e sul fatto che l’uomo nero sarebbe stato spaventato dall’arrivo degli agenti). Il video circolò tantissimo sui social network – è stato visto su Twitter più di 40 milioni di volte – diventando un simbolo degli episodi di razzismo che le persone afroamericane subiscono quotidianamente. Amy Cooper perse il lavoro e fu sommersa di insulti e critiche.

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Lunedì il procuratore distrettuale di Manhattan ha incriminato la donna per simulazione di reato, accusandola di aver fatto una falsa denuncia alla polizia. Rischia fino a un anno di carcere ma è probabile che, se condannata, riceva la condizionale o debba svolgere servizi alla comunità; dovrà comparire in tribunale il 14 ottobre. Christian Cooper, l’uomo minacciato, ha deciso di non sporgere denuncia, spiegando che secondo lui la donna era stata punita a sufficienza: «Ha già pagato dure conseguenze: non è abbastanza come deterrente per gli altri? Renderla più infelice mi sembra solo infierire». Ha comunque precisato che «se il procuratore ritiene necessario perseguirla deve farlo, ma può farlo anche senza di me».

Il New York Times racconta che la notizia dell’incriminazione di Amy Cooper e la decisione di Christian Cooper hanno fatto molto discutere, soprattutto tra i leader del movimento Black Lives Matter. Alcuni sostengono che la donna debba essere incriminata e che il suo caso debba valere come esempio: Gloria J. Browne-Marshall, professoressa di diritto costituzionale, spiega per esempio che «questa storia non ha a che vedere con Christian Cooper» e che «l’intera comunità è stata danneggiata dalle sue azioni».

Altri pensano invece che il razzismo e altri problemi sociali non debbano essere affrontati con il carcere. Josie Duffy Rice, presidente del sito no profit The Appeal, è convinto che incriminare Amy Cooper non faccia altro che confermare l’idea che il sistema sia ingiusto e pieno di pecche. Secondo Marc Lamont Hill, professore di studi sui media alla Temple University, «non possiamo criminalizzare i nostri problemi sociali». Lamont Hill, che è tra i sostenitori del taglio di fondi ai dipartimenti di polizia chiesti da Black Lives Matter, aggiunge anche che incriminare Amy Cooper non fungerebbe da deterrente ma potrebbe invece far passare un messaggio sbagliato alle vittime di violenza domestica o di stupro, perché potrebbero temere di essere accusate di simulazione di reato se decidessero di ritirare la denuncia.

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