Berlino, 1945 (Photo by Keystone/Getty Images)

La fine del nazismo raccontata al ritmo di una serie tv

Nel libro "1945. Otto giorni a maggio", scritto dallo storico Volker Ullrich e da poco pubblicato in italiano da Feltrinelli

Berlino, 1945 (Photo by Keystone/Getty Images)

Il nazismo e la Seconda guerra mondiale sono sicuramente uno dei temi su cui si scrivono più libri, ogni anno ne vengono pubblicati – e letti – di nuovi. Alla fine di maggio ne è uscito uno che inizia con un ritmo da serie tv: si intitola 1945. Otto giorni a maggio e lo ha scritto lo storico tedesco Volker Ullrich, già autore di una biografia di Adolf Hitler in due volumi. Come si intuisce dal titolo, racconta in grande dettaglio l’ultima settimana della Seconda guerra mondiale, cioè i giorni tra il suicidio di Hitler e la resa della Germania.

Mettendo insieme estratti di diari, lettere e articoli di giornale, Ullrich racconta storie di persone più o meno note, tra cui quella dei paesi dove centinaia di abitanti si suicidarono temendo le violenze dell’Armata Rossa (come Demmin, in Pomerania) e quella di Marlene Dietrich che andò a cercare sua sorella nel campo di concentramento di Bergen-Belsen vestita da militare americano.

Pubblichiamo la parte iniziale del prologo del libro, che racconta gli eventi del 30 aprile 1945, giorno della morte di Hitler.

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Nelle primissime ore del mattino del 30 aprile 1945, una notizia ferale raggiunse il bunker sotto la Vecchia Cancelleria del Reich. Wilhelm Keitel, a capo del comando supremo della Wehrmacht (Oberkommando der Wehrmacht, Okw), comunicò che la XII armata, mentre avanzava verso Berlino al comando del generale Walter Wenck, era rimasta bloccata sullo Schwielowsee, un lago a sudovest di Potsdam. Era dunque svanita anche l’ultima speranza di rompere l’assedio di Berlino, dal 25 aprile accerchiata dalle truppe sovietiche. Fu allora che Adolf Hitler decise di tradurre in atto ciò che spesso aveva minacciato nel corso della sua funesta carriera: porre fine alla propria vita.

Era ancora notte quando Hitler iniziò a congedarsi da alcuni collaboratori, tra i quali il personale medico dell’ospedale sotto la Nuova Cancelleria. Il dottor Ernst-Günther Schenck, che per la prima volta ebbe modo di osservare Hitler da vicino, raccontò di aver provato un “senso di disinganno quasi insopportabile”: la persona che gli stava davanti non ricordava neppure lontanamente l’energico Führer di un tempo. “Portava la giacca grigia con l’emblema nazionale ricamato in oro e la croce di ferro sul petto, a sinistra, e pantaloni neri lunghi; ma l’uomo che vestiva quei panni era incredibilmente ripiegato su se stesso. Abbassai lo sguardo e vidi una schiena curva con le scapole in rilievo, da cui la testa faticava a sollevarsi.”

Hitler strinse la mano a tutti, ringraziandoli per i servizi resi. Dichiarò quindi di voler togliersi la vita e li sciolse dal loro giuramento. Infine consigliò di raggiungere le formazioni inglesi e statunitensi a ovest per non cadere prigionieri dei russi.

La Cancelleria era sotto il fuoco ininterrotto dell’artiglieria sovietica fin dalle 5. Un’ora dopo Hitler convocò Wilhelm Mohnke, Brigadeführer delle Ss e comandante della cosiddetta “Zitadelle”, l’ultima cerchia difensiva intorno al quartiere diplomatico, e gli chiese per quanto tempo ancora sarebbero riusciti a resistere. Un altro paio di giorni al massimo, fu la risposta di Mohnke. Ormai i russi avevano conquistato gran parte del Tiergarten e già combattevano in Potsdamer Platz, ad appena 400 metri dalla Cancelleria del Reich. Non c’era tempo da perdere.

La copertina di “1945. Otto giorni a maggio” di Volker Ullrich

Verso mezzogiorno, dal suo posto di comando in Bendlerstraße, sopraggiunse nel bunker il generale Helmuth Weidling, nominato pochi giorni prima Kampfkommandant, cioè comandante militare, di Berlino, per fare un’ultima volta il punto della situazione, e tratteggiò un quadro a tinte ancora più fosche di quanto non avesse fatto Mohnke: le riserve di munizioni si stavano assottigliando e non si poteva contare su nuovi rifornimenti per via aerea, dunque con ogni probabilità la battaglia di Berlino sarebbe terminata già la sera del 30 aprile. Hitler accolse quella notizia senza dare in escandescenze. Continuava a rifiutarsi categoricamente di capitolare ma, d’intesa con il generale Hans Krebs, capo di stato maggiore, autorizzò i difensori di Berlino – nel caso in cui tutte le riserve fossero esaurite – a tentare una sortita in piccoli gruppi per cercare di ricongiungersi alle truppe che ancora combattevano a ovest. Rientrato in Bendlerstraße, Weidling ricevette in tal senso un ultimo “ordine del Führer”.

Una volta fatto il punto della situazione, Martin Bormann, il potente capo della Cancelleria del partito nonché “segretario del Führer”, convocò l’assistente personale di Hitler, lo Sturmbannführer delle Ss Otto Günsche, e gli comunicò che nel pomeriggio il dittatore si sarebbe tolto la vita insieme a Eva Braun, da poco diventata sua moglie. Hitler aveva dato disposizione che i cadaveri venissero bruciati, e Günsche avrebbe dovuto procurare la benzina necessaria allo scopo. Poco dopo il Führer in persona si fece promettere che avrebbe eseguito scrupolosamente quell’ordine: non voleva che le sue spoglie fossero portate ed esposte a Mosca. È probabile che avesse in mente la sorte di Benito Mussolini, catturato dai partigiani italiani sul Lago di Como il 27 aprile insieme all’amante Claretta Petacci e passato per le armi il giorno successivo. La mattina del 29 aprile, i cadaveri erano stati portati a Milano e appesi per i piedi a un distributore in piazzale Loreto. La notizia della fine del Duce aveva raggiunto il bunker quello stesso 29 aprile, a tarda sera, forse contribuendo a rinsaldare la decisione di Hitler che della propria salma e di quella della moglie non rimanesse niente.

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Günsche prese i provvedimenti necessari seduta stante. Chiamò Erich Kempka, autista di Hitler e responsabile del parco macchine, incaricandolo di procurare dieci taniche di benzina e di collocarle all’uscita del bunker che dava sul giardino della Cancelleria.

Fra le 13 e le 14 Hitler consumò l’ultimo pasto in compagnia delle segretarie Traudl Junge e Gerda Christian, oltre che della sua cuoca e dietista Constanze Manziarly. Come nelle settimane precedenti, i discorsi riguardarono temi banali; della fine ormai imminente non si parlò. Fu “un banchetto funebre celato dietro un’apparenza di serena tranquillità e di calma”: così rievocò la scena Traudl Junge in un memoriale scritto nel 1947, ma pubblicato solo nel 2002. Eva Braun, compagna di Hitler da lungo tempo, non partecipò. Era tornata definitivamente da Monaco a Berlino ai primi di marzo e aveva deciso di morire al fianco del Führer. Per ringraziarla di quella fedeltà senza riserve, la notte fra il 28 e il 29 aprile Hitler l’aveva sposata. Come lasciò scritto ai posteri nel suo “testamento privato”, dettato in precedenza, aveva “deciso di prendere in moglie la ragazza che, dopo lunghi anni di fedele amicizia, di sua spontanea volontà è venuta nella città già quasi assediata per condividere il suo destino con il mio”.

Per Hitler era arrivato il momento di congedarsi dal suo entourage. Al comandante Hans Baur, capitano d’aviazione e suo pilota personale, lasciò in dono il ritratto di Federico II il Grande eseguito da Anton Graff, che era appeso sopra la scrivania del suo piccolo studio nel bunker. “I miei generali mi hanno tradito e venduto, i miei soldati non hanno più voglia, e io non ce la faccio più.” Sapeva che già il giorno dopo “milioni di persone [lo avrebbero] maledetto”, ma evidentemente il destino aveva voluto così. A Heinz Linge, il cameriere che lo assisteva da dieci anni, il dittatore consigliò di unirsi a uno dei gruppi in procinto di scappare verso ovest. Alla domanda di un attonito Linge, che chiedeva per chi mai avrebbero dovuto combattere da allora in avanti, Hitler rispose: “Per l’uomo che verrà!”.

Intorno alle 15.15 i collaboratori più stretti si riunirono nel corridoio del bunker: Martin Bormann, il ministro della Propaganda Joseph Goebbels, l’uomo di collegamento al ministero degli Esteri Walther Hewel, il capo di stato maggiore dell’esercito Hans Krebs, l’aiutante capo delle forze armate Wilhelm Burgdorf, nonché le segretarie Junge e Christian, e la cuoca e dietista Manziarly. Hitler si presentò accompagnato dalla moglie. Ricorda Traudl Junge: “Esce molto lentamente dalla sua stanza, più curvo che mai, sulla porta aperta porge la mano a tutti. Sento la sua destra calda nella mia, mi guarda senza vedermi. Sembra lontanissimo. Mi dice qualcosa che non sento. […] Solo quando Eva Braun viene verso di me l’incantesimo si spezza. Sorride e mi abbraccia. ‘La prego, cerchi di uscirne, forse può ancora riuscire a passare. Mi saluti la Baviera’”.

Subito dopo si fece avanti Magda Goebbels chiedendo a Günsche di poter parlare ancora una volta con Hitler. Insieme al marito aveva deciso di suicidarsi e di portare con sé nella morte anche i sei figli. Come aveva scritto il 28 aprile in una lettera di commiato per Harald Quandt, il figlio che aveva avuto dal primo matrimonio, si trovavano nel bunker ormai da sei giorni per “dare alla [loro] vita nazionalsocialista l’unica conclusione onorevole possibile. […] Il mondo che verrà dopo il Führer e il nazionalsocialismo non è degno di essere vissuto, perciò ho portato qui anche i bambini. Sono sprecati per la vita che verrà dopo di noi, e un Dio misericordioso mi capirà se sarò io stessa a riscattarli”. Aveva giurato “fedeltà al Führer sino alla morte”, e il fatto che lei e il marito potessero togliersi la vita insieme a lui era “una grazia del destino in cui non avremmo mai osato sperare”. A quanto sembra, però, Magda Goebbels adesso tentennava, visto che cercò di persuadere Hitler a compiere un estremo tentativo di lasciare Berlino. Palesemente infastidito per quell’interruzione dell’ultimo momento, il dittatore la mandò via.

Una decina di minuti dopo – erano passate da poco le 15.30 – Linge aprì la porta che dava sullo studio di Hitler, vi gettò uno sguardo e annunciò a Bormann: “Signor Reichsleiter, è accaduto!”. I due entrarono nella stanza, ed ecco cosa videro: sul lato sinistro del divano – considerato dalla prospettiva dell’osservatore – era seduto Hitler, con la testa leggermente china in avanti. Sulla tempia destra aveva una ferita d’arma da fuoco grande come una monetina, dalla quale un rivolo di sangue colava sulla guancia. Sulla parete e sul divano, altri schizzi di sangue. Per terra, una pozza grande come un piatto. Accanto al piede destro, la pistola, scivolata giù dalla mano destra che pendeva inerte. Sul lato destro del divano era seduta Eva Braun con le gambe rannicchiate. L’odore di mandorla amara emanato dal cadavere indicava che si era avvelenata con una capsula di cianuro.

Un soldato americano nell’ufficio di Hitler nel bunker della cancelleria danneggiato da un incendio, a Berlino, nel 1945 (Haacker/Hulton Archive/Getty Images)

L’aiutante Günsche entrò in sala riunioni e annunciò agli astanti che il Führer era morto. Goebbels, Krebs, Burgdorf, il Reichsjugendführer Artur Axmann e il Gruppenführer delle Ss Johann Rattenhuber, capo del Servizio di sicurezza del Reich, si portarono nell’anticamera dello studio di Hitler proprio mentre Linge, seguito da due Ss, ne stava uscendo con il corpo del dittatore avvolto in una coperta, da cui spuntavano solo le gambe con scarpe, pantaloni e calzini neri. I cadaveri di Hitler e della moglie furono trasportati di sopra, nel giardino della Cancelleria del Reich, e deposti a circa quattro metri dall’uscita del bunker. Bormann si fece avanti, sollevò la coperta dal viso di Hitler e rimase a contemplarlo per un attimo in silenzio.

Intanto la Cancelleria continuava a essere tempestata dai colpi delle artiglierie. In un momento di tregua Günsche, Kempka e Linge corsero fuori e versarono sui cadaveri tutta la benzina contenuta nelle taniche che erano state predisposte, ma non riuscirono a darle fuoco subito a causa del forte vento prodotto dagli incendi, che continuava a spegnere i fiammiferi. Alla fine Linge approntò una torcia con un pezzo di carta arrotolata e la gettò sui corpi: le fiamme guizzarono all’istante. Gli uomini radunati davanti all’uscita sollevarono ancora una volta il braccio nel saluto nazista e poi si ritirarono in fretta nel bunker. Per ordine di Günsche, la sera del 30 aprile i resti di Eva e Adolf Hitler furono sotterrati nel giardino della Cancelleria da due Ss che facevano da guardia del corpo al Führer.

Per gentile concessione di Giangiacomo Feltrinelli editore.
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© Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano
Traduzione dal tedesco di Marina Pugliano, Elena Sciarra e Valentina Tortelli

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