Dalla serie tv "Gangs of London" (Sky)

A Londra ci sono ancora i gangster come quelli di una volta?

Sì, ma i più famosi sono quasi tutti in carcere e stanno lasciando spazio a un tipo di criminalità più moderno

Dalla serie tv "Gangs of London" (Sky)

Quando si pensa ai gangster, le prime cose che vengono in mente sono atmosfere fumose anni Venti, Trenta o Quaranta e storie di criminali brutali, ma anche eleganti e contraddistinti da un certo genio. Vale per i gangster americani, ma anche per quelli britannici, che nei primi decenni della storia del cinema erano considerati spesso figure affascinanti. Tra i gangster (veri) più famosi ci furono per esempio i gemelli Kray, che divennero vere e proprie celebrità e, dopo una lunga carriera criminale seguita da un arresto, furono intervistati in televisione.

Gangs of London, una nuova serie Sky Original, parla di una sanguinaria famiglia di gangster inglesi dei giorni nostri, ma riprende per certi versi l’immaginario di molti film del passato. È stata acclamata dalla critica nel Regno Unito ed è in arrivo in Italia su Sky e in streaming su NOW TV: la prima puntata da novanta minuti uscirà il 6 luglio e potrà essere vista anche dai non abbonati perché verrà trasmessa gratuitamente anche sul canale YouTube di Sky, alle 21.15, e lì rimarrà disponibile per 48 ore. Le altre otto puntate da 60 minuti invece usciranno a due a due i lunedì successivi, solo su Sky e NOW TV.

Gangs of London
Per vent’anni Finn Wallace è stato il criminale più potente di Londra e, ora che è stato ucciso, il figlio Sean Wallace (Joe Cole, che fece John in Peaky Blinders) è pronto a prendere il suo posto e vendicarlo. Ad aiutarlo nell’impresa c’è la madre (Michelle Fairley, la Catelyn Tully di Game of Thrones) e la famiglia criminale Dumani, guidata da Ed Dumani (Lucian Msamati, anche lui nel cast di Game of Thrones nel ruolo di Salladhor Saan). Al gruppo si aggiunge anche Elliot Finch (Sope Dirisu, che qualcuno ricorderà dal primo episodio della terza stagione di Black Mirror), un delinquente di basso rango che si occupa del riciclaggio del denaro sporco per la famiglia Wallace: per tutta la vita è stato considerato un perdente, ma anche per lui le cose cominciano a cambiare.

L’autore di Gangs of London è Gareth Evans, noto per aver diretto il film d’azione indonesiano The raid. Evans ha fatto anche la regia di due episodi e ha lasciato gli altri sette ai registi Corin Hardy e Xavier Gens, specializzati soprattutto in horror e film d’azione. E infatti Gangs of London è stato apprezzato, tra le altre cose, anche per le scene di violenza e brutalità che qualcuno ha paragonato a quelle dei film di Tarantino. Ma non c’è solo questo, c’è il dramma familiare, le storie dei personaggi e il tema dell’appartenenza e della provenienza. La famiglia Wallace, infatti, è di origini irlandesi, la famiglia Dumani è afrodiscendente, e le gang che si contendono la città hanno origini pachistane, albanesi e cinesi: un ritratto della criminalità londinese che, vedremo, è molto fedele alla dimensione internazionale delle organizzazioni di oggi.

La Londra criminale di oggi
Londra è uno dei principali centri economici europei, ma anche uno dei più grossi centri della criminalità organizzata del continente, se non il più grosso. In un lungo articolo pubblicato sul Guardian un anno fa, il giornalista Duncan Campbell aveva ricostruito la storia recente della criminalità organizzata nel Regno Unito facendo emergere tutte le analogie e le differenze rispetto a quella della prima metà del Novecento. Le organizzazioni che stanno dietro alle attività criminali sono molto cambiate, adattandosi ai tempi e strutturandosi per gestire traffici nuovi e di portata internazionale. I “vecchi gangster” esistono ancora, ma sembrano destinati a sparire per lasciare spazio a organizzazioni più “sobrie” e adatte a confondersi con l’economia di superficie.

Come l’economia di superficie, anche quella sotterranea oggi è più “globalizzata”: ha contatti e traffici in tutto il mondo ed è meno specializzata ― motivo per cui si parla sempre di più di “policriminalità”. Diversamente da prima, infatti, oggi molte organizzazioni criminali portano avanti contemporaneamente attività economiche diverse, non tutte necessariamente illecite. Internet e il dark web (quella parte di Internet non accessibile attraverso i normali browser come Chrome e Safari e i motori di ricerca come Google e dove si vendono droghe e armi, tra le altre cose) hanno permesso a quelle che una volta erano gang di quartiere a “conduzione familiare” di diventare organizzazioni criminali internazionali.

Il ruolo dei giovani
Un altro cambiamento importante è nell’aspetto e nella struttura di queste organizzazioni: se un tempo erano famiglie che possedevano pub e controllavano quartieri, ora sono più spesso grandi strutture piramidali di cui non si vedono i vertici, ma che hanno alla base ragazzi giovanissimi, disposti a tutto pur di guadagnare denaro e reputazione. A febbraio 2018 si parlò molto del fatto che, per la prima volta nella storia moderna, Londra avesse superato New York per numero di omicidi in un mese. Ad aprile e novembre di quell’anno, in particolare, si erano verificate due serie di omicidi che avevano richiamato l’attenzione dei media sul problema delle gang: a parte una, tutte le vittime avevano meno di 22 anni e alcune erano minorenni.

Anche la maggior parte degli imputati che poi sono stati processati per questi omicidi non avevano più di 22 anni e tutti i crimini erano accomunati da un tipo molto particolare di violenza: quella tipica delle dispute tra gang per il controllo dello spaccio di droga. Campbell ha spiegato che la struttura gerarchica delle gang di una volta rimane, ma che ora l’età media è molto più bassa: gli “anziani”, quelli che i più giovani devono ingraziarsi e di cui devono meritarsi la protezione, hanno tra i 24 e i 25 anni.

Gli “ultimi gangster”
Nonostante questa evoluzione però, il vecchio stereotipo del gangster in un certo senso è ancora valido: i criminali che negli ultimi trent’anni si sono fatti più notare ― soprattutto a livello mediatico ― sono anche quelli più simili all’immaginario cinematografico del “gangster vecchio stile”. Campbell fa notare come le biografie dei criminali pubblicate negli ultimi anni rievochino spesso una certa nostalgia dei primi del Novecento con titoli come The Last Real Gangster (2015), The Last Gangster (2012), The Last Godfather (2007).

La nostalgia è  anche legata al fatto che per i criminali britannici che ambiscono a essere ricordati per i loro crimini sta diventando sempre più difficile “costruirsi una reputazione”: un po’ perché nei primi anni Duemila sono uscite alcune leggi che limitano la possibilità dei criminali di lucrare sul racconto dei reati che hanno commesso, o di raccontare come sono riusciti a farla franca, un po’ perché la carriera dei criminali più in mostra viene sempre più spesso stroncata prima che diventino famosi. In questo senso, dunque, quelli degli ultimi vent’anni potrebbero davvero essere gli “ultimi gangster”, nell’accezione tradizionale del termine.

La più grande rapina del Regno Unito
Nella storia del crimine britannico si conta una grande rapina – cioè una di quelle che si ricordano – ogni circa dieci anni, ma quella che è passata alla storia come il più grande furto del Regno Unito è molto recente. Nel febbraio del 2006, sei uomini rubarono 53 milioni di sterline da un deposito del gruppo bancario Securitas, nel Kent. Il piano era molto semplice e funzionò alla perfezione: i ladri sequestrarono il responsabile del deposito e presero in ostaggio la moglie e il figlio, minacciando di ucciderli se l’uomo non li avesse aiutati ad aggirare la sicurezza e prendere il denaro. I ladri riuscirono a fuggire coi soldi in meno di due ore e nessuno rimase ferito.

Nel furto giocarono un ruolo chiave alcuni criminali di origini albanesi, probabilmente appartenenti al gruppo Hellbanianz della zona di Barking, a est di Londra, che in quegli anni era particolarmente potente. I suoi membri oggi sono considerati i “re” del traffico di cocaina nel Regno Unito. Gli Hellbanianz hanno lavorato moltissimo sulla propria immagine: sono riusciti a farsi conoscere a livello internazionale e a reclutare giovani attraverso i loro profili sui social network, dove compaiono con Ferrari, mazzette da 50 sterline, orologi Rolex d’oro e fanno video di musica trap. Anche ora che molti sono in carcere continuano a circolare foto della loro vita in prigione. Uno dei più noti del gruppo, Tristen Asllani, arrestato nel 2016 e condannato a 25 anni, è riuscito a pubblicare recentemente una foto in cui si allena nella palestra carceraria col commento: «Anche in prigione abbiamo tutto, mancano solo le prostitute».

Il motivo del grande successo degli Hellbanianz, secondo gli esperti, è che sono riusciti a rivoluzionare il modello tradizionale dello spaccio di droga, quello che gonfiava i prezzi tenendo separati i venditori all’ingrosso dagli importatori. Anziché accontentarsi dei prezzi alti del mercato, gli Hellbanianz hanno cominciato a fare affari direttamente col cartello colombiano che gestisce l’intera produzione di cocaina e che è considerato una delle organizzazioni più pericolose al mondo.

Il più grande criminale britannico
Simile a quella degli Hellbanianz è la storia di Curtis Warren, che Campbell ha definito la «persona che stava per riscrivere le regole dello spaccio di droga». Detto anche Cocky, o Cocky Watchman, è un criminale di Liverpool e ha 57 anni. La sua “carriera” cominciò che ne aveva 12, quando fu condannato per il furto di un’automobile. Come gli Hellbanianz, Warren si è distinto per essere uscito dai confini britannici e aver stretto legami direttamente con la criminalità sudamericana. Tony Saggers, un esperto di criminalità organizzata che testimoniò in uno dei processi contro di lui, lo ha definito un «precursore»: «Si è posizionato dall’altro capo della catena, e in un certo senso ha stabilito un nuovo modello per il trafficante di droga d’élite».

Warren è stato attivo soprattutto ad Amsterdam: nel 1996 fu arrestato nei Paesi Bassi, condannato a dodici anni di carcere e nel 2007, poco dopo essere stato rilasciato, fu nuovamente arrestato e condannato a 13 anni. Si trova tuttora in carcere. È considerato uno dei più grandi trafficanti di droga dei nostri tempi, ed è stato per lungo tempo l'”obiettivo numero uno” dell’Interpol, la principale organizzazione internazionale di cooperazione di polizia. Quando fu arrestato nel 1996, l’Observer lo definì «il criminale britannico più ricco e di successo che sia mai stato preso». A Liverpool si trovano ancora in vendita magliette con la sua foto segnaletica.

Tra i collaboratori di Warren c’era un certo Brian Charrington, proprietario di una concessionaria di automobili, che diventò a sua volta uno dei principali spacciatori di cocaina a livello internazionale degli ultimi anni. Quando lo condannarono a 15 anni di carcere nel 2018, in Spagna, la stampa locale lo descrisse come «il narcotrafficante che scriveva su Wikipedia», perché si diceva che uno dei suoi hobby fosse quello di aggiornare periodicamente la propria pagina. Un altro dei più noti criminali e più attivi contrabbandieri di cocaina degli ultimi vent’anni è Brian Wright, noto anche come il Lattaio (The Milkman). Dopo decenni di attività tra il Regno Unito e la Spagna ― dove aveva una villa chiamata El Lechero (“il lattaio” in spagnolo) ― nel 2007 è stato condannato a 30 anni di carcere.

“L’ultimo colpo”
Nel weekend di Pasqua del 2015 a Londra si verificò il secondo grande furto del secolo dopo quello del 2006 nel Kent: l’obiettivo era un deposito di gioielli e pietre preziose ad Hatton Garden, quartiere di Londra dove si trovano molte note gioiellerie. I ladri riuscirono a disattivare i sistemi d’allarme dopo essersi introdotti nel deposito attraverso un buco scavato in un muro di cemento. Approfittarono del periodo festivo per svuotare centinaia di cassette di sicurezza. Il bottino aveva un valore di circa 14 milioni di sterline.

Per il furto di Hatton Garden vennero processati diversi uomini, quattro dei quali avevano più di 60 anni: il più vecchio, considerato il capo dell’intera operazione, era il 76enne Brian Reader. In un’accurata ricostruzione della vicenda, Duncan Campbell si è chiesto perché mai nel 2015 un gruppo di criminali di lunga esperienza avesse pensato di organizzare una rapina così “vecchio stile”. I furti nelle banche e gli scassinamenti infatti sono molto diminuiti negli ultimi anni, grazie soprattutto ai progressi tecnologici nei sistemi di sicurezza e al fatto che i furti informatici sono più facili e meno rischiosi. Nel 1992 le rapine in banca e le intrusioni a scopo di furto nel Regno Unito furono 847; nel 2012 erano scese a 108. A Londra si è passati da 291 nel 1992 a 26 dieci anni dopo.

Una delle risposte che Campbell si è dato sulle motivazioni del furto di Hatton Garden è che non si trattasse di un semplice furto. La sua ipotesi è che i ladri volessero fare un ultimo grande colpo, e che quindi, a questo scopo, si erano presi un rischio maggiore. La maggior parte dei criminali che presero parte alla rapina di Hatton Garden fu condannata, ma l’episodio è passato davvero alla storia: le foto del buco nel muro fecero il giro del mondo, il racconto del furto fu ripreso in un episodio della serie tv White Rabbit Project e in tre film, e nel maggio 2019 fu trasmessa una miniserie interamente incentrata sulla vicenda.