Un'impiegata al lavoro in un'aula del liceo Parini di Milano (Claudio Furlan/LaPresse)
  • Italia
  • giovedì 25 Giugno 2020

L’occasione per non ripensare niente

Dalla parte di chi ci prova, malgrado la scarsezza di chi governa (una specie di editoriale)

Un'impiegata al lavoro in un'aula del liceo Parini di Milano (Claudio Furlan/LaPresse)

Benché siamo gente di memoria corta, e rapida a cambiare umori, abbiamo ancora in testa inevitabilmente quelle cose che in molti dicevano soltanto due mesi fa: il coronavirus è l’occasione per ripensare tutto, da questa emergenza possono nascere grandi opportunità, e maggiori disponibilità al cambiamento, guardate anche come siamo stati veloci – se costretti – ad accelerare infine la nostra familiarità con le attività digitali, con modi di vivere e lavorare completamente diversi. È l’occasione per ripensare tutto.

Avanti veloce di due mesi. Quegli annunci possono essere stati un po’ esagerati o sovreccitati, e frutto di una straordinarietà del momento che – in molti sensi per fortuna – sembra in questi giorni già lontanissima. Ma quella lontananza arriva fino a un certo punto – la normalità è superficiale, la crisi sotto è gravissima – e niente garantisce che sia duratura: “se dovesse ricapitare una cosa del genere, adesso sappiamo che dobbiamo arrivarci preparati”, è un’altra cosa che ci siamo detti molto, ci sembra di ricordare.
Avanti veloce di due mesi, dicevamo. E tutto quello che rimane di quella coraggiosa, sincera, promettente volontà di “ripensare tutto” sono più tavolini dei bar sui marciapiedi e una manciata di piste ciclabili. Le dimensioni del ripensamento, della creatività, della sperimentazione, dell’adattamento e dell’innovazione si fermano qui. Almeno sul piano pubblico, ché le aziende private qualche maggiore sforzo autonomo sono costrette a farlo, nel loro piccolo.

Gli interventi del governo centrale per “far ripartire il paese” sono oggi rappresentati da scelte facili, pigre, clientelari e improduttive. Quando non fallimentari. La spinta all’economia si è finora limitata a contributi economici spesso preziosi per i singoli ma codardi per la crescita e lo sviluppo: in una strategia che si può condensare in “diamo a tutti qualcosa perché non si lamentino, e che li tenga lì dove sono”, senza sforzi o coraggio a rischio di critiche o della temutissima “impopolarità”.
Invece che incentivi al “ripensamento” si sono dati finora incentivi alla conservazione anche di ciò che agonizza strutturalmente, in una prosecuzione naturale di un approccio canonico del rapporto culturale che le classi dirigenti e il paese hanno con l’innovazione e il cambiamento. Un paese di cui si celebra la creatività dei singoli ogni giorno, ma che sul piano pubblico ha un’indolenza e un timore strutturali uniti a un patologico malfunzionamento delle dinamiche pubbliche. “Ma questa è la volta che possiamo – dobbiamo! – ripensare tutto!”, si era detto. Niente, solo numeri di soldi senza un’idea o un progetto o un indirizzo. Col risultato che anche gli stessi contributi economici finiscono per essere mal gestiti, sprecati, se non addirittura impossibili da ottenere (si veda il caso dei ritardi sulla cassa integrazione) perché lo Stato non sa gestirli, e non sa ripensarsi dove è importante ripensarsi.

(Vi ricordate quel proverbio presunto cinese sul pesce e sull’insegnare a pescare? Lo abbiamo rivisto e ridiscusso nei decenni, ormai, e da un pezzo avremmo stabilito che servano sia il pesce che dare la possibilità di pescare).

Quello poi che è a parole il luogo prioritario di sviluppo di ogni prospettiva di crescita di un paese moderno – economica, sociale, culturale – e di cui si chiede ipocritamente il rilancio e la ricostruzione da sempre, oggi lo sarebbe più che mai per il triplo delle ragioni usuali: ovvero la scuola.
E in questi mesi – malgrado le tante chiacchiere, i tanti articoli, le tante polemiche – sta andando a prendere il posto che tradizionalmente nel disinteresse politico ha il carcere: un pezzo di popolazione e un fondamento proverbiale del funzionamento di una società democratica rimosso e messo in coda alle priorità. Consegnato a un ministro la cui inettitudine è la rappresentazione definitiva della vocazione all’inettitudine e all’inadeguatezza del partito che oggi lo esprime: nei confronti della quale inettitudine è incredibile ormai che possa avere ancora indulgenza il secondo partito di governo, ma forse persino il primo. Eppure. Il governo – i partiti che lo compongono – sta buttando via la scuola, mentre siamo riusciti a far ripartire il campionato di calcio.

Altri settori in cui l’intervento del governo – che si era riempito e si riempie ancora la bocca di “ripensare” – è imbarazzantemente privo di qualunque pensiero sono cruciali, a cominciare da quello innovativo per definizione: che grazie al soccorso di società esterne è riuscito a ottenere una app di cui è stata tanto proclamata l’importanza, e adesso non riesce a promuoverne l’utilità e la diffusione, trascurando i meccanismi di comunicazione più ovvii, di cui sarebbe capace l’ultimo social media editor di una catena di pizzerie.
Oggi non c’è un singolo responsabile di governo, in una crisi come quelle che di solito premiano chi sappia minimamente mostrarsi in grado di iniziative decise ed efficaci, che emerga nel consenso e nell’apprezzamento popolare per le scelte e le decisioni prese, per un progetto, per un’intuizione, per un “ripensamento” di qualcosa.

E naturalmente se si parla di consenso popolare si deve citare l’eccezione del presidente del Consiglio, nel cui caso il consenso è innegabile e gli va riconosciuta la capacità di raccoglierlo, lavoro a cui si è dedicato con assiduità e risultati. Ma intorno a cosa, oltre alla accorta scelta comunicativa di “metterci la faccia”, presentarsi con l’abito buono e le maniere beneducate e pronunciare parole a volte sagge e sempre inconsistenti? Conte si è preso la responsabilità di essere quello che parla al paese: ma il fatto è che non ha niente da dirgli, al paese. Il tentativo di costruire strutture che gli dessero le idee e il coraggio che non ha si è risolto in fallimenti e ritirate. Gli “Stati generali” sono stati il simbolo di questa enfasi teatrale vuota di concretezza e prospettiva. Ed è finito il tempo dell’alibi “ci siamo trovati di fronte a un’emergenza enorme e imprevedibile”. Non stiamo ripensando un bel niente. Ma con educazione.

Il coraggio, la creatività, l’intelligenza, il ripensamento, sono ancora una volta affidati ai singoli, ai privati, senza che lo Stato dia loro strumenti, contesti e scenari che li favoriscano (al massimo celebra fantozzianamente – “com’è umano, lei” – attraverso i suoi rappresentanti “le stanze lussuose degli ospedali privati offerte ai pazienti ordinari“). Il funzionamento del paese e della sua inclinazione all’innovazione e all’adattamento al nuovo restano quelli di sempre, non ci sarà nessun ripensamento: e non era un paese che funzionasse benissimo già prima, ricorderete.
(fa ridere, usato rispetto a questa crisi, l’uso dello slogan “tornare a crescere”)

Con chi prendersela?, per questa palude, per questa pigrizia e questa viltà, viene istintivamente da chiedersi in coda a queste quotidiane riflessioni. Con noi stessi, probabilmente, che direttamente o indirettamente – incapaci di diffondere un pensiero diverso – esprimiamo l’assessore, la ministra, e soprattutto una cultura di mediocrità al potere. Ma forse anche con il nostro istinto a chiederci sterilmente con chi prendersela, quando un’alternativa può arrivare soltanto dalla costruzione di modelli diversi di pensiero, di progetto, di lavoro. Di ripensamento.

Ci sono in Italia moltissime persone, enti, aziende, associazioni, gruppi, che cercano di portare il paese in altre direzioni, di toglierlo – ognuno con i suoi mezzi – da questo circolo vizioso che coinvolge elettori ed eletti, e sistema intorno. E che stanno cercando di ripensare, di inventare alternative, di sfruttare le occasioni, persino di fare di necessità virtù. Come già dicemmo poco prima che iniziasse tutto questo – e ora vale ancora di più – non sono tempi da rassegnarsi, ma che anzi offrono grandi spazi e opportunità per fare le cose bene, farle meglio, per avere idee, per aiutare chi le ha e chi ci prova, mettere insieme le forze. E lavorare con ancora maggior impegno per costruire non solo alternative politiche, ma alternative di pensiero e di priorità. Se non lo fate voi non lo fa nessun altro.

Altre specie di editoriali del Post:
Un politico scarso
Il decimo Natale del Post
Lasciatelo lavorare