Una canzone di Beth Gibbons

E di "Rustin' man", anche, ma poi bisogna spiegare chi è, e nel titolo era lungo

(Matt Simmons/Getty Images)
(Matt Simmons/Getty Images)

Roger Waters ha notato che la chitarra in Two suns in the sunset era troppo bassa e ha rimesso online una versione corretta: «A voi sembrerà una cosa da niente, ma a me ha fatto uscire pazzo».
Cat Stevens che fa Father and son per la milionesima volta in cinquant’anni, l’altroieri (e la voce del son gli viene solo al secondo giro).
Avevo detto che la cover di My only love di Moby era forse l’unica cosa buona del suo disco nuovo: lui intanto ha fatto un video per mostrare come l’ha fatta, tutto da solo. No, con Mindy.
La bellezza di You’re my world di Helen Reddy, così, gratis.

Mysteries
Beth Gibbons ha 55 anni, come me e Maurizio Molinari: non che questa sia un’informazione di cui vi possa fregare qualcosa, ma oggi mi è capitato di controllare l’età di entrambi (la mia la sapevo) e ho notato la coincidenza. Torniamo senz’altro a Beth Gibbons, che è stata molto amata per quello che ha fatto negli anni Novanta con la band dei Portishead e con il gruppetto di altri (i Massive attack per primi, Tricky per terzo) che crearono una musica decisamente nuova che venne chiamata allora “il sound di Bristol”, più o meno coincidente con quell’altra delle tante categorie musicali che si chiamò “trip-hop”. Era un mischione di molti generi moderni, un po’ di elettronica, un po’ di hip-hop, un po’ di soul e altro ancora, molti campionamenti, con ritmi non sostenuti e un qualcosa di tetro e un po’ sofferto tutto intorno.
Andò molto forte per un po’, e appunto fece molto affezionare chi aveva voglia di qualcosa di nuovo e “diverso”: poi travasò in altro e si disperse e seminò cose nuove, e oggi la ragione principale per cui si parla spesso dei Massive Attack è che il loro Robert Del Naja è ciclicamente sospettato di essere Banksy.

I Portishead fecero il loro primo disco nel 1994 (una volta per tutte – figuriamoci – si pronuncia portis-head, non portisced): si chiamava Dummy, la voce di Gibbons aveva un ruolo molto importante, andò inopinatamente fortissimo, e avete sentito le sue canzoni in mille spot, trailer, occasioni varie, da allora. Ma erano gente riservata, questo contribuì al loro culto, e fecero poi solo altri due dischi in undici anni, sbucando ogni tanto con cose puntuali o dedicate. Una di queste fu il disco del 2002 che Beth Gibbons fece con Paul Webb dei Talk Talk (altri grandi creativi) sotto pseudonimo, più melodico ma ancora molto particolare nel mescolare generi diversi.

Cominciava con una canzone che aveva quella cosa di malinconico e brumoso, e un coro continuo dolce e un po’ funebre che sembra di vedere le candele, ma con un testo fiducioso e felice, di quelli che di solito si mettono alla fine di un disco.
God knows how I adore life
When the wind turns on the shores lies another day
I cannot ask for more
When the time bell blows my heart
And I have scored a better day
Well nobody made this war of mine
And the moments that I enjoy
A place of love and mystery
I’ll be there anytime

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