Un altro tipo di Strega, dal film "Maleficent"

I sei finalisti del Premio Strega

Nella "sestina" – una novità di quest'anno, dovuta a una clausola nel regolamento – ci sono i romanzi di cinque scrittori e una scrittrice

Un altro tipo di Strega, dal film "Maleficent"

Sono stati annunciati i romanzi finalisti all’edizione 2020 del Premio Strega, il più rilevante premio letterario italiano. Di solito i romanzi sono cinque: quest’anno sono sei a causa del regolamento della competizione, secondo cui nel caso i primi cinque libri siano stati pubblicati da editori di grandi dimensioni, viene aggiunto il libro più votato pubblicato da un piccolo editore: in questo caso Febbre di Jonathan Bazzi, edito da Fandango.

Oltre a Febbre la “sestina” è composta da: Il colibrì di Sandro Veronesi, pubblicato da La Nave di Teseo; La misura del tempo di Gianrico Carofiglio, pubblicato da Einaudi Stile Libero; Almarina di Valeria Parrella, pubblicato da Einaudi; Ragazzo italiano di Gian Arturo Ferrari, pubblicato da Feltrinelli, che da anni non arrivava in finale al premio; Tutto chiede salvezza di Daniele Mencarelli, che ha appena vinto il Premio Strega Giovani.

Il Premio Strega viene assegnato ogni anno a un autore o un’autrice che abbia pubblicato un libro di narrativa – un romanzo o una raccolta di racconti – in Italia tra il primo marzo dell’anno precedente e il 28 febbraio dell’anno in corso. Lo scrittore vincitore riceve un premio in denaro di 5.000 euro, ma la ragione per cui il Premio Strega è importante per autori ed editori è che a differenza della maggior parte dei premi letterari ha un impatto notevole sulle vendite dei libri.

È nota anche l’influenza che le case editrici più grandi hanno sul risultato del premio attraverso i rapporti con i giurati, che sono scrittori, critici, registi e altri professionisti del mondo culturale italiano. Negli ultimi anni tuttavia gli organizzatori hanno cambiato alcune regole per cercare di rendere più facile la partecipazione e la vittoria di libri pubblicati da piccoli editori. L’ultima edizione del Premio Strega è stata vinta da M. Il figlio del secolo di Antonio Scurati, pubblicato da Bompiani. L’anno precedente aveva vinto La ragazza con la Leica di Helena Janeczek, pubblicato da Guanda.

Di cosa parlano i romanzi finalisti di quest’anno, in breve
Il colibrì di Sandro Veronesi – uno dei libri di narrativa di cui si è parlato di più nel 2019 – racconta la vita di un uomo, Marco Carrera, ed è ambientato tra gli anni Settanta e un futuro prossimo; la storia viene raccontata andando avanti e indietro tra passato, presente e futuro. Al protagonista capitano varie vicende drammatiche, di quelle che capitano un po’ a tutti e fanno interrogare su quello che chiamiamo “senso della vita”.

La misura del tempo ha per protagonista l’avvocato Guido Guerrieri, un personaggio già conosciuto dai lettori di Gianrico Carofiglio, che con questo gli ha dedicato sei romanzi. In La misura del tempo il caso di cui Guerrieri si occupa è quello di un uomo in carcere per omicidio volontario che è anche il figlio di una vecchia amica. Come in Il colibrì, in questo romanzo c’è anche una riflessione sul passare del tempo.

Le protagoniste di Almarina di Valeria Parrella sono invece una donna e una ragazza, entrambe sole: la prima è insegnante di matematica, cinquantenne e vedova, che lavora nel carcere minorile di Nisida, a Napoli, la seconda è una 16enne rumena, carcerata con una storia di violenza familiare.

Ragazzo italiano è un romanzo di esordio, ma il suo autore è molto noto tra gli addetti ai lavori del mondo dei libri: si chiama Gian Arturo Ferrari, ha 76 anni ed è stato direttore generale della divisione Libri Mondadori dal 1997 al 2009, dopo una lunga carriera nell’editoria. Il suo romanzo racconta una storia di formazione a partire dal Dopoguerra.

Tutto chiede salvezza è un romanzo autobiografico in cui il poeta Daniele Mencarelli racconta quando a vent’anni dopo una crisi di rabbia fu sottoposto a un trattamento sanitario obbligatorio.

Febbre infine è un romanzo autobiografico in cui lo scrittore e giornalista Jonathan Bazzi racconta sia la sua infanzia a Rozzano, una città nell’immediata periferia sud di Milano, sia i mesi del 2016 in cui scoprì di essere sieropositivo.