Il direttore generale dell'OMS Tedros Adhanom con il presidente cinese Xi Jinping a Pechino, il 28 gennaio. (KYODO NEWS/Naohiko Hatta/Pool)
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  • martedì 2 Giugno 2020

A gennaio l’OMS era frustrata per la poca trasparenza cinese

Anche se pubblicamente ne lodava gli sforzi contro il coronavirus, un’inchiesta di Associated Press ha rivelato cosa si diceva alle riunioni interne

Il direttore generale dell'OMS Tedros Adhanom con il presidente cinese Xi Jinping a Pechino, il 28 gennaio. (KYODO NEWS/Naohiko Hatta/Pool)

Una nuova ricostruzione di Associated Press, basata su registrazioni e documenti riservati, ha rivelato che l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), mentre lodava pubblicamente la risposta della Cina all’epidemia da coronavirus, era frustrata dalle poche informazioni condivise dal governo di Pechino.

La ricostruzione di AP conferma vecchi sospetti e fornisce nuovi dettagli su come fu gestita la risposta iniziale a quella che è diventata la più grave pandemia dell’ultimo secolo, ma non accusa l’OMS di qualche tipo di collusione con la Cina, come sostenuto per esempio dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Emerge invece l’immagine di un’organizzazione insoddisfatta e preoccupata per la scarsa collaborazione cinese, ma consapevole che un approccio più duro e critico avrebbe potuto fare più danni che altro, diminuendo ancora di più la già scarsa disponibilità della Cina a condividere i dati sul nuovo virus e sulla sua diffusione.

Secondo AP, i laboratori cinesi diffusero il genoma del virus più di una settimana dopo averlo sequenziato, e soltanto dopo che un laboratorio lo aveva pubblicato autonomamente sul sito di un virologo l’11 gennaio. La Cina, continua AP, aspettò altre due settimane prima di fornire all’OMS i dati dettagliati sui pazienti e sui loro sintomi, un lasso di tempo in cui – secondo gli esperti – la diffusione del virus avrebbe potuto essere drasticamente rallentata.

– Leggi anche: Le accuse all’OMS sono fondate?

Le registrazioni di riunioni dell’OMS ottenute da AP rivelano che i funzionari dell’organizzazione ritennero di lodare pubblicamente la Cina per favorirne la fondamentale collaborazione e condivisione di dati. Nella settimana del 6 gennaio, qualche giorno dopo la comunicazione ufficiale della scoperta di una nuova forma di polmonite virale a Wuhan, Maria Van Kerkhove, ora a capo del comitato tecnico dell’OMS sulla COVID-19, disse in una riunione: «Abbiamo informazioni minime. Non sono abbastanza per fare piani adeguati».

«Siamo al punto che lo dicono a noi 15 minuti prima di dirlo sulla CCTV», si sente dire in una registrazione Gauden Galea, capo della delegazione dell’OMS in Cina, riferendosi alla televisione di stato cinese.

La seconda settimana di gennaio il capo delle emergenze dell’OMS, Michael Ryan, disse in una riunione che era necessario «cambiare marcia» e fare più pressioni sulla Cina, temendo un’epidemia come quella della SARS del 2002: «È lo stesso identico scenario. Tentativi infiniti di avere aggiornamenti dalla Cina su quello che sta succedendo». «Questo non sarebbe successo in Congo, e non sta succedendo né in Congo né in altri posti: dobbiamo vedere i dati, è di importanza assoluta a questo punto».

Le eventuali responsabilità dell’OMS sui ritardi nella risposta all’epidemia da coronavirus, e gli insabbiamenti del governo cinese di informazioni fondamentali per conoscere e contenere il virus, sono un tema di cui si discute da settimane.

Dal giorno in cui fu sequenziato il genoma del coronavirus SARS-CoV-2, il 2 gennaio 2020, a quello in cui l’OMS dichiarò lo stato di emergenza globale, il 30 gennaio, passò quasi in mese, durante il quale si sarebbe potuto probabilmente fare di più per contenere l’epidemia. «È ovvio che avremmo potuto salvare molte vite se la Cina e l’OMS avessero agito più in fretta» ha detto ad AP Ali Mokdad, docente all’Institute for Health Metrics and Evaluation dell’Università di Washington. Ma un atteggiamento più apertamente critico dell’OMS avrebbe potuto fare ancora più danni, ha spiegato Mokdad.