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Effettivamente gli elefanti non reggono l’alcol

La scienza ha confermato una vecchia leggenda metropolitana: non hanno il gene che serve per farlo (e che forse noi abbiamo grazie a un'abitudine dei nostri antenati)

Tra le varie immagini di animali selvatici che, con le restrizioni dovute alla pandemia di COVID-19, si erano fatti vedere in luoghi normalmente frequentati dalle persone, a marzo erano circolate due fotografie che mostravano un branco di elefanti in un campo di tè, con una didascalia secondo cui gli elefanti si erano ubriacati bevendo del vino trovato in un paesino cinese. La storia era falsa – le foto risalivano a dicembre e gli elefanti non avevano bevuto del vino – ma di aneddoti a proposito di elefanti ubriachi ce ne sono vari, anche tralasciando la famosa scena di Dumbo.

Uno racconta la storia di un elefante ammaestrato che nel Settecento arrivava a bere 30 bottiglie di porto al giorno, fornitegli dal suo ammaestratore come ricompensa per le sue acrobazie. Un altro dice che nel 1974 un branco di 150 elefanti si ubriacò dopo essere entrato in un birrificio, dopodiché distrusse alcuni edifici e uccise cinque persone. Poi ci sono numerosi aneddoti secondo cui in Africa gli elefanti liberi in natura si ubriacherebbero mangiando frutti di marula fermentati.

Alcuni scienziati hanno sempre avuto dei dubbi su questi aneddoti, mai verificati, tanto che nel 2006, spiega un articolo del New York Times, un gruppo di biologi ha calcolato quanto alcol dovrebbe ingerire un elefante per ubriacarsi, tenendo conto della sua massa corporea. È noto infatti che, in genere, le persone più minute si ubriacano con meno alcol di quelle più robuste. Secondo la stima dei biologi, un elefante pesante 3 tonnellate dovrebbe bere 27 litri di una bevanda con il 7 per cento di etanolo per raggiungere lo stato di ebbrezza. Dato che una tale quantità di alcol è impossibile da trovare in ambienti selvatici, i biologi erano giunti alla conclusione che fosse impossibile che gli elefanti raggiungessero stati di ebbrezza in natura.

Uno studio pubblicato ad aprile sulla rivista Biology Letters però dice una cosa diversa, che spiegherebbe perché ci siano tanti racconti aneddotici che parlano di elefanti ubriachi. Il punto di partenza è che è sbagliato pensare che gli elefanti (così come altri animali) funzionino in tutto e per tutto come gli esseri umani, pur essendo mammiferi come noi. Secondo lo studio, gli effetti inebrianti dell’alcol si vedono sugli elefanti a prescindere dalla loro massa corporea, perché a differenza delle persone questi animali non hanno un gene che produce un enzima che serva a metabolizzare velocemente l’etanolo.

Homo sapiens, la specie a cui apparteniamo, ce l’ha e ce l’hanno anche alcuni “cugini”: gli scimpanzé, i bonobo e i gorilla. Ci permette di metabolizzare l’etanolo 40 volte più velocemente di altri primati. La mutazione genetica che ci ha fatto ottenere questo enzima risale a 10 milioni di anni fa, cioè a quel periodo in cui i primati cominciarono a scendere dagli alberi e per questo si adattarono a mangiare anche la frutta caduta e, in alcuni casi, fermentata.

Gli autori dello studio di Biology Letters hanno cercato nel genoma di 85 mammiferi onnivori la presenza del gene per metabolizzare l’etanolo e lo hanno trovato in 79 specie. Solo in sei di queste però la mutazione è uguale o simile a quella che abbiamo noi: nelle altre si è ottenuto lo stesso risultato con mutazioni diverse. Ci sono poi specie che non metabolizzano affatto l’etanolo, e tra queste ci sono i cani, le mucche e gli elefanti.

La regola generale – con alcune eccezioni – è che gli animali che mangiano foglie piuttosto che frutti e i carnivori non hanno il gene per metabolizzare l’alcol perché non ne hanno bisogno per via delle loro diete. Gli elefanti però sono un’eccezione, dato che quelli che vivono nelle foreste mangiano regolarmente frutta. L’ipotesi degli scienziati per spiegare questo fatto è che a un certo punto della loro storia gli elefanti fossero diventati tutti mangiatori di erba e che questo gli abbia fatto perdere la mutazione genetica per metabolizzare l’alcol. Un successivo cambio di dieta, avvenuto circa un milione di anni fa, non è bastato per fargliela riacquisire.