Libri in vendita all'aeroporto di Pyongyang, Corea del Nord, 9 marzo 2011 (AP Photo/David Guttenfelder)

Com’è un romanzo scritto a Pyongyang

"Friend" è il primo libro approvato dal regime nordcoreano pubblicato negli Stati Uniti, e probabilmente non è come lo immaginate

Libri in vendita all'aeroporto di Pyongyang, Corea del Nord, 9 marzo 2011 (AP Photo/David Guttenfelder)

Friend (titolo originale ) è il primo romanzo scritto in Corea del Nord approvato dal regime a essere pubblicato da una casa editrice statunitense. È uscito a maggio per la Columbia University Press, nella traduzione di Immanuel Kim, professore di Letteratura coreana alla George Washington University.

Il libro fu scritto da Paek Nam-nyong, ora 70enne e tra i più celebri autori del paese, e pubblicato in Corea del Nord nel 1988. Fu un successo, non tanto di vendite ma di pubblico: in Corea del Nord, ha raccontato Kim al sito Lit Hub, il regime decide quante copie di un libro pubblicare, ed è raro che ci siano delle ristampe perché la domanda è limitata; poi fa un elenco dei titoli consigliati, solitamente biografie agiografiche della famiglia al potere, racconti eroici contro i giapponesi del periodo coloniale, storie sulla guerra di Corea e testi generalmente edificanti. Il successo di un libro si capisce da quanto sono rovinate le copie in circolazione: se sono intonse non l’ha letto nessuno, altrimenti vuol dire che sono passate di mano in mano. Ed è il caso del libro di Paek Nam-nyong.

È un romanzo atipico per la letteratura nordcoreana, soprattutto agli occhi di un lettore occidentale. È infarcito di propaganda e lontano dai racconti terribili scritti dai dissidenti e fuggitivi, come quelli della raccolta L’Accusa di Bandi, pubblicata nel 2017. Friend è una storia familiare che racconta la crisi matrimoniale di una coppia qualunque; i suoi personaggi sono psicologicamente complessi e alle prove con incertezze e difficoltà universali, come il disfacimento delle relazioni, il conflitto tra vita pubblica e privata, le ambizioni professionali e lo scontro tra i generi. Non ci sono figurine eroiche, non ci sono guerre né imprese.

L’amico del titolo è un giudice di provincia, Jeong Jin-wu. Il romanzo inizia con l’arrivo nel suo tribunale di una donna sui trent’anni, Chae Sun-hee. È un’ex operaia diventata una famosa cantante e vuole chiedere il divorzio dal marito Lee Seok-chun, che lavora come operaio in fabbrica. Lee non la maltratta né la tradisce ma è «insensibile e non ha mai niente da dire», è privo di ambizione e non fa nulla per ottenere una promozione: hanno un modo di vivere diverso, spiega la donna. Chae teme che l’indolenza del marito possa danneggiare la sua carriera e indebolire il carattere del loro figlio di sette anni. Il giudice teme invece che il divorzio possa danneggiare il bambino e che, in generale, sia «più che una questione legale: un problema sociale».

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Per decidere se concedere il divorzio, il giudice Jeong inizia a indagare sulla vita della coppia, facendosi raccontare i primi tempi del corteggiamento fino alla crisi che la aveva fatta allontanare. Man mano che si addentra nelle loro vite, si interroga anche sul suo traballante matrimonio: sua moglie Eun-ok è un’agronoma che sta studiando un nuovo tipo di raccolto ed è sempre in viaggio per lavoro; senza di lei, «la vita non gli sembrava diversa da quella di un vedovo». Il libro vuole comunicare la sacralità del matrimonio, considerato alla base della società nordcoreana, ma riesce a farlo raccontando una storia e mettendo in scena dei personaggi credibili, compresi quelli secondari, dai minatori alcolizzati ai funzionari corrotti.

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Secondo il New York Times «nella sua candida analisi dei conflitti domestici e dell’ambizione femminile, il libro fa traballare le aspettative sulla vita nella Corea del Nord. Le donne, Chae e Eun-ok, sono così dedite alle loro carriere che violano le norme di comportamento tradizionale delle mogli. I mariti sono rancorosi ma sono consapevoli di esserlo a torto. […] È allo stesso tempo didattico e propagandistico ma per ogni frase compiacente ce n’è un’altra che segnala le crepe della Corea del Nord dietro la facciata».

Il romanzo ricompone alcuni elementi biografici della vita di Paek, nato nel 1949 a Hamheung, la seconda città più grande del paese. Suo padre venne ucciso durante la guerra di Corea, quando Paek aveva solo un anno, e sua madre morì di malattia quando aveva 11 anni; fu lei a fargli conoscere le favole coreane e quelle di Esopo. Dopo le scuole superiori decise di non andare all’università e per dieci anni lavorò in una fabbrica d’acciaio in una zona rurale, scrivendo nel tempo libero.

Dal 1971 al 1976 studiò letteratura coreana all’università Kim Il Sung e divenne uno scrittore professionista iscrivendosi all’ordine provinciale (come devono fare tutti gli scrittori del paese). Gli uffici dell’ordine si trovavano due piani sopra a un tribunale specializzato in divorzi e con il tempo Paek divenne amico di un giudice e ottenne il permesso di seguire le udienze: «ho assistito a litigi sferzanti come l’acciaio», disse al suo traduttore Kim in un’intervista del 2015.

Il personaggio del giudice è modellato sul suo vecchio amico, il marito lavora e conosce la moglie in fabbrica proprio come Paek, che però non ha mai divorziato dalla moglie e ha avuto con lei tre figli. Dopo la pubblicazione del libro, Paek venne invitato a trasferirsi a Pyongyang dal Comitato centrale del sindacato degli scrittori e venne infine ammesso nella “Unità di produzione letteraria 15 aprile”, l’élite culturale del paese che ha il compito di scrivere storie celebrative della famiglia al potere. «Non è da tutti far parte del gruppo», aveva spiegato Paek a Kim, sempre nel 2015.

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Intanto dal suo libro era stata tratta una serie tv, che non venne portata a termine e che lui dice di non aver apprezzato. Nel 1992 il romanzo fu tradotto in Corea del Sud dove ricevette un discreto successo e l’anno scorso venne trasposto a teatro da un’organizzazione che sostiene la riconciliazione delle due Coree. Nel 2011 divenne il primo romanzo nordcoreano pubblicato in Francia, con il titolo Des Amis, dalla casa editrice Actes Sud. Il suo traduttore, Patrick Maurus, ha detto che in Francia il romanzo ha venduto circa 5.000 copie. La casa editrice pubblicherà un altro suo libro quando la crisi causata dal coronavirus sarà rientrata: si tratta di un giallo nordcoreano in cui «il cattivo deve essere uno che ascolta la radio americana, oppure sarà di origine giapponese, o qualcosa del genere, per spiegare insomma che non è un vero coreano».

Paek vive a Pyongyang ed è «a un livello talmente alto nel sindacato degli scrittori che non ha alcun tipo di pressione a fare nulla», spiega il suo traduttore Kim. Ha un ufficio privato nel quartier generale del sindacato degli scrittori e un grande appartamento nella capitale. Nel 2015 aveva raccontato a Kim che non scriveva ogni giorno ma che lo faceva dalle 4 del mattino prima che si svegliassero i suoi «rumorosi nipoti», mentre «fuori è buio ma i miei pensieri sono luminosi». Di sera, dopo aver staccato dal lavoro, giocava spesso a scacchi con la gente del parco, mentre i suoi nipoti giocavano a calcio: diceva di essere bravo e che aveva in mente di scrivere un romanzo sugli scacchi.

Alcuni suoi libri parlano dei capi del paese e «richiedono più tempo perché la storia deve essere perfetta». «Il mio lavoro come scrittore», aveva spiegato sempre a Kim, «è far provare qualcosa ai miei lettori e delineare il modo ideale di vivere e di pensare, secondo i comandamenti del Grande Leader. Se sento di non averlo fatto, sento di aver fallito come scrittore».

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