Come ci si veste in Corea del Nord

Raccontato a partire da tre riviste di moda: tailleur per le donne, completi per gli uomini e tessuti che si possono mangiare (in mancanza di cibo)

In metro a Pyongyang, 1 settembre 2014
(AP Photo/Wong Maye-E)
In metro a Pyongyang, 1 settembre 2014 (AP Photo/Wong Maye-E)

Alek Sigley – uno studente australiano di letteratura nordcoreana all’Università Kim Il-sung di Pyongyang e fondatore dell’agenzia Tongil Tours, che organizza viaggi in Corea del Nord – ha raccontato come ci si veste in Corea del Nord su NK News, uno dei siti più informati e accurati su cose nordcoreane, a partire da tre riviste di moda. Sigley ha scritto di essere «recentemente venuto in possesso» di queste riviste, «che non si trovano nelle librerie di Pyongyang destinate ai turisti, come quelle negli hotel internazionali o specializzate in lingue straniere»: «si possono acquistare alle bancarelle lungo le strade, nelle stazioni della metro o in altri posti dove gli stranieri non vanno quasi mai». Per questo, precisa, mostrano in modo autentico alcuni aspetti della vita quotidiana in Corea del Nord, facendo emergere anche i cambiamenti degli ultimi anni: lo sviluppo dell’economia e di un ceto medio interessato a spendere in ristoranti, animali domestici, prodotti elettronici e vestiti.

Una delle tre riviste è stata stampata nel 2017 ed è dedicata alla moda femminile; le altre due sono del 2018, una femminile e una maschile. Tutte e tre sono state pubblicate dal Centro di ricerca sull’abbigliamento, controllato dal ministero dei Prodotti alimentari e delle necessità quotidiane, diventato dal 2018 il ministero dell’Industria e delle province: un tempo supervisionava la produzione e la qualità dei cibi e di oggetti quotidiani come sapone, dentifricio e cosmetici, oggi controlla anche lo sviluppo industriale e le regioni più periferiche. Il Centro di ricerca si occupa di tutto quel che riguarda i vestiti in Corea del Nord: stabilisce le uniformi scolastiche, che sono uguali in tutto il paese, dalle elementari all’università; fornisce nuove tecnologie alle aziende di abbigliamento e alle sartorie; gestisce un suo centro di ricerca tecnologica; supervisiona le scuole per modelle e organizza le sfilate.

Le riviste sono più simili a un inventario di abiti e stili approvati dal governo: Sigley sottolinea più volte che non sono rigidamente prescrittive – come accade per le uniformi e gli abiti da lavoro rigidamente controllati dalla kyuch’altae, la cosiddetta “polizia della moda” – ma che si limitano a suggerire e indirizzare i gusti delle persone.

«Sembra che in Corea del Nord», spiega, «lo Stato e la società vietino esplicitamente alcuni vestiti (come i jeans, quelli che mostrano troppo o quelli troppo bizzarri, e quasi tutti quelli con scritte e facce stampate sopra). Altri invece sono effettivamente regolamentati, come le divise», ma c’è una terra di mezzo, quella degli abiti indossati non al lavoro ma a casa o per uscire, aperta se pur in modo limitato alla scelta personale. Questo anche grazie al lavoro dei sarti, numerosi ed economici, a cui i nordcoreani si rivolgono spesso dopo aver acquistato abiti standard al mercato o nei negozi.

Le riviste sono strutturate nello stesso modo: nella prima parte ci sono le foto dei modelli, ognuno con un numero che rimanda ai cartamodelli; un’ultima sezione raccoglie consigli estetici e suggerimenti pratici, per esempio su come “levare una macchia di sangue” o “stirare una camicia”. I cataloghi femminili sono più grossi, un po’ più di 100 pagine, mentre quello maschile ne ha solo 47. Tutti hanno in copertina il logo del Centro di ricerca – un manichino circondato dal simbolo dell’atomo – e sono aperti da una citazione dell’ex dittatore Kim Jong-il: nella rivista femminile del 2017 c’è «I vestiti devono essere vari per incontrare la sensibilità moderna e allo stesso tempo incarnare correttamente le caratteristiche innate della nostra gente», in quella maschile «Anche gli uomini devono indossare vestiti diversi in stili diversi».

Confrontando rapidamente i tre cataloghi si nota che gli abiti femminili sono più vari, moderni e colorati, pur avendo uno stile retro che ricorda la moda cinese degli anni Novanta, mentre quelli maschili sono più tradizionali, conservatori e uniformi. Tutti evitano lo stile militaresco e comunista, e nessun modello indossa distintivi.

La rivista femminile del 2017 precisa che il suo compito «è rendere le donne coreane più belle […] attraverso la creazione e la diffusione di modelli che incontrino le necessità del tempo e i gusti delle persone». Presenta vestiti per tutte le stagioni, tutti molto formali ed eleganti: non ci sono magliette, felpe, giacconi, sneaker e niente che ricordi lo streetwear (cioè la tendenza dominante nella moda mondiale, quella resa popolare dai rapper). Ci sono invece molti tailleur gonna pantalone, gonne a tubino fino al ginocchio e quasi nessuna svasata, tinte unite, borsette, costumi da bagno interi e tacchi alti, obbligatori in tutte le uniformi, dalle impiegate negli uffici alle guardie di sicurezza. Spesso le facce delle modelle sono photoshoppate perché, secondo Sigley, alcune foto vengono da «fonti esterne e c’era bisogno di volti più coreani»; inoltre le stesse facce ricorrono più volte. Le modelle sono tutte giovani e carine, e riflettono un’idea di bellezza pallida e delicata che ricorda quella della vicina Corea del Sud.

Le riviste del 2018 si intitolano “Abbigliamento maschile/femminile: forme e tessuti”. Quella maschile insiste più sulla funzionalità che sull’estetica e propone completi ispirati a quelli contemporanei inglesi, con giacche più comode rispetto al gusto italiano, e con cravatte larghe anziché sottili. Sigley racconta per esempio di aver indossato al suo matrimonio un completo attillato che i suoi invitati avevano giudicato bello ma “piccolo”. Anche qui gli abiti sono formali e non ci sono jeans e magliette, ma alcune didascalie insistono su alcune novità tecnologiche. Una per esempio parla di «abbigliamento realizzato con tessuti di flanella artificiale composti da oligoelementi come proteine di alta qualità, amminoacidi, succo di frutta, magnesio, ferro e calcio: i vestiti indossati dalle persone in navigazione, impegnate in escursioni all’aperto e nell’arrampicata possono essere mangiati per evitare la fame in mancanza di cibo»;
un’altra di «abbigliamento che si scioglie in acqua».

I modelli sono soltanto due, oltre a un terzo che compare un’unica volta: un ragazzo e un uomo poco avvenente sui cinquant’anni, a soddisfare le necessità di entrambe le fasce di età. Anche qui se ne ricava un’idea dei nuovi canoni estetici che si stanno diffondendo nel paese. Il ragazzo infatti è più simile al gusto sudcoreano: snello, dai tratti delicati e dalla pelle chiara, anziché virile, scuro e dai lineamenti duri. Come nel catalogo femminile, è del tutto assente lo streetwear e qualsiasi scelta un po’ eccentrica; Sigley racconta di aver visto soltanto una volta un hipster a Pyongyang – aveva una giacca stretta blu, i capelli sparati in alto e gli occhialoni – e che sia lui che gli altri studenti lo avevano giudicato fuori posto.