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  • mercoledì 13 Maggio 2020

Cosa è successo a Campobasso

C'è stato un improvviso aumento dei contagi soprattutto tra persone rom, attribuito all'affollata partecipazione a una cerimonia funebre

Da qualche giorno i giornali nazionali e le tv si stanno occupando molto della situazione a Campobasso, in Molise, dove dopo un lungo e limitato incremento dei casi di contagio da COVID-19, sono stati rilevati più di settanta nuovi casi nel giro di poche ore tra persone che appartengono alla locale comunità romanì (rom). La presunta causa di questo aumento dei contagi sarebbe la partecipazione di almeno una trentina di persone a una cerimonia funebre, avvenuta lo scorso 30 aprile. Sulla vicenda sono intervenuti un po’ tutti: il presidente della regione, il sindaco, la prefettura, la questura e vari politici, tra cui Silvio Berlusconi, con accuse reciproche sulle rispettive mancanze e responsabilità.

I dati
Attualmente in Molise – i dati sono di martedì 12 maggio – i contagi totali da coronavirus registrati ufficialmente sono 390 e gli attualmente positivi sono 226, il numero più alto dall’inizio dell’epidemia. Dal 10 aprile al 7 maggio l’incremento dei nuovi contagi non ha superato le dieci unità al giorno; l’8 maggio c’è stato invece un incremento di 22 rispetto al giorno precedente e il 9 maggio di 33. Prima di allora l’incremento più significativo, 31, si era verificato il 26 marzo.

L’incremento si è verificato a Campobasso, città che dall’inizio della pandemia ha sempre avuto il maggior numero di casi, mentre a Isernia il numero delle persone risultate positive ha continuato a rimanere costante (il dato Altre Province, che comunque resta più o meno costante, indica i contagiati per cui non è indicata la provincia di provenienza tra le due della regione). A Campobasso il 7 maggio il numero totale dei contagiati era 229, l’8 maggio è passato a 251, il 9 a 284, il 10 a 295, l’11 a 307 e il 12 a 314.

Tra le nuove persone che risultano contagiate, 77 appartengono alla comunità romanì di Campobasso mentre 4 alla scuola carabinieri, tanto che si parla di due nuovi cluster in regione.

Il corteo funebre
I nuovi contagi tra la comunità romanì sono stati immediatamente attribuiti alla partecipazione di decine di persone, lo scorso 30 aprile in via Liguria, al saluto della salma di un appartenente alla comunità. Il momento dell’uscita della salma dall’abitazione del defunto è stato ripreso da un video girato dall’alto da una residente e mostra almeno una trentina di persone raggruppate nel piazzale, molto vicine e senza mascherine.

Il 30 aprile non era ancora iniziata la “fase 2” ed erano in vigore ancora le norme più stringenti sul confinamento. Il fratello del defunto, dopo essersi scusato per quello che era successo, ha spiegato che «quando la salma è scesa giù da casa, si è avvicinata qualche persona in più, per darci le condoglianze. Non ce l’aspettavamo».

I giornali locali scrivono che, dopo il 30 aprile, la prima donna romanì risultata positiva alla COVID-19 è una ragazza di circa 25 anni, ma nessun giornale precisa se la donna fosse presente o meno al funerale. Non è nemmeno chiaro se prima del 30 aprile ci fossero già dei contagi all’interno della comunità, visto che (e almeno fino a qualche giorno fa) non erano state fatte raccolte dati su basi etniche. Va infine precisato che dal 4 maggio, anche in Molise, c’è stato un allentamento delle restrizioni, con la possibilità per esempio di far visita ai propri congiunti.

Ieri i test somministrati ai condomini del palazzo dove si è svolta l’affollata cerimonia (alla quale avrebbero partecipato persone anche da fuori comune) sono risultati tutti negativi, ma si è in attesa dell’esito di altri tamponi eseguiti all’interno della comunità romanì ed è opinione diffusa che i numeri dei positivi potrebbero salire ancora.

La politica
Il sindaco di Campobasso, Roberto Gravina del Movimento 5 Stelle, aveva inizialmente dichiarato che i presenti al saluto del 30 aprile non erano più di una decina, ma i video diffusi mostrano effettivamente una partecipazione più massiccia. La questura avrebbe finora identificato una trentina di persone.

Il sindaco è stato anche accusato di aver autorizzato il funerale, ma lui stesso ha precisato che la tumulazione del 30 aprile non necessitava di alcuna autorizzazione da parte del comune o di altra autorità perché, come previsto dai DPCM di questi mesi, le tumulazioni sono sempre state permesse. Ha poi detto che l’assembramento del 30 aprile in via Liguria non aveva nulla a che fare con il funerale vero e proprio né con la tumulazione: fuori dal cimitero, dove erano presenti le forze dell’ordine, c’era il numero minimo consentito di persone, come testimoniano le foto. Infine, Gravina ha attaccato questura e prefettura dicendo che i controlli del 30 aprile «spettavano a loro».

Le opposizioni, con la Lega in prima linea, hanno continuato ad attaccare il sindaco per la «superficialità» con cui avrebbe affrontato la situazione e per la «tendenza a minimizzare», dicendo anche che l’amministrazione comunale «aveva il dovere di vigilare sulla comunità Rom di Campobasso, la quale ha uno stile di vita proprio e regole proprie che spesso non coincidono con quelle degli altri cittadini campobassani». Il consigliere regionale di centrodestra Andrea Di Lucente ha suggerito al sindaco di farsi da parte o di chiamare l’esercito, e ieri sera, ospite su Rete 4 alla trasmissione condotta da Mario Giordano, è intervenuto sulla questione anche Silvio Berlusconi, facendo riferimento «alla negligenza di un sindaco che ha trascurato di applicare la legge».

Il 9 maggio Gravina ha emesso un’ordinanza per intensificare le attività di controllo in alcune zone della città, precisando che le indagini su come il virus si sia diffuso tra la comunità romanì sono tuttora in corso: sono svolte dall’Azienda sanitaria regionale del Molise per quanto riguarda la ricostruzione della catena epidemiologica, e dalla questura per la parte giudiziaria. Il sindaco ha poi confermato che si sta procedendo a fare tamponi su una prima consistente parte della comunità romanì della città, che è composta da circa 300 persone, ma anche sugli eventuali contatti esterni alla comunità.

A un certo punto è anche circolata l’ipotesi di trasferire i contagiati che fanno parte della comunità romanì in una struttura esterna, ma in molti hanno detto di non essere d’accordo. Il fratello della persona di cui si è svolto il funerale il 30 aprile ha detto: «Non sono assolutamente d’accordo con lo spostamento in altre strutture, abbiamo tutti un’abitazione in cui viviamo con i nostri familiari. Siamo capaci di rimanere a casa».

La comunità romanì
Tutta la vicenda è stata raccontata in modo molto stereotipato. Sono circolati titoli come “nomadi rom organizzano un funerale” e in un servizio televisivo si è fatto riferimento al “campo rom” di Campobasso, quando invece – come ha scritto in un comunicato l’Opera nomadi del Molise – le comunità rom «vivono in Molise da 600 anni», sono «integrate nel tessuto urbano di cinque città e cittadine della nostra regione, fra cui i due capoluoghi di Provincia».

Immagine dal servizio su Campobasso de “La Vita in Diretta” di martedì 12 maggio

Nello stesso comunicato si dice anche che «ad Isernia, di recente, si è verificato un decesso, di una giovane Rumrì» ma che «la Comunità, pur affranta, è rimasta a casa e ha rinviato la cerimonia collettiva alla fine dell’emergenza». Si dice anche che «ad un giovane Rom ad Isernia è stato impedito di entrare in un supermercato».

Concetta Sarachella, presidente dell’associazione Unione comunità romanès in Italia, ha a sua volta chiesto di non connotare etnicamente la pandemia poiché i trasgressori sono semplicemente dei trasgressori: «È il momento della solidarietà e della pronta assistenza sanitaria ai contagiati e non dell’odio razziale. Sono bastati alcuni articoli (…) che menzionavano il termine etnia Rom (…) per far ripiombare un’intera comunità in quello che noi chiamiamo l’anno zero: l’odio determinato da quel mix micidiale di paure ancestrali e di ignoranza, che spingono ad identificare in una minoranza, già da troppi anni emarginata e ghettizzata, la responsabilità della diffusione e del contagio e che ci ricorda tanto da vicino quei tempi che si pensavano definitivamente archiviati, ma che evidentemente sono ancora presenti nella memoria collettiva e che vedevano nell’ebreo l’avvelenatore dei pozzi, il capro espiatorio untore e responsabile della peste nera ai tempi del Medioevo e oltre».

Sarachella ha detto infine che «come tutti i cittadini, anche i rom, cittadini italiani, hanno rigidamente rispettato le regole. Coloro che non hanno rispettato le decisioni del governo per il bene di tutti si distinguono non in base all’origine culturale, ma solo e soltanto sulla base della mancanza di senso civico».