(Cecilia Fabiano/ LaPresse)
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  • mercoledì 13 Maggio 2020

Perché si litiga sul prezzo delle mascherine, spiegato

Quelle a 50 centesimi sono quasi introvabili: il commissario Arcuri dà la colpa ai distributori delle farmacie, i distributori danno la colpa ad Arcuri

(Cecilia Fabiano/ LaPresse)

Negli ultimi giorni si è intensificata una polemica nata alcuni giorni fa sulla distribuzione a prezzi calmierati delle mascherine chirurgiche, uno dei principali dispositivi di protezione individuale per limitare la diffusione del coronavirus. Le mascherine in questione sono praticamente introvabili, e il commissario straordinario Domenico Arcuri e i distributori che riforniscono le farmacie si accusano a vicenda del problema. Martedì Arcuri ha parlato della questione durante una lunga conferenza stampa, mentre i distributori si sono affidati soprattutto a comunicati stampa e interviste.

La scarsità di mascherine chirurgiche – le uniche che il governo italiano ha promesso di garantire – dipende soprattutto dal fatto che sono fatte di un materiale in microfibra prodotto soltanto in minima quantità sul mercato italiano, il melt blown. I distributori devono cercarlo soprattutto all’estero, cosa che ha generato parecchie incomprensioni e i ritardi alla base del litigio fra Arcuri e i distributori.

I problemi principali sono soprattutto tre: le competenze di Arcuri, una disputa sulla quantità di materiale già nei magazzini dichiarata dai distributori, e il calmiere imposto dal governo.

L’accordo
Durante la conferenza stampa di martedì, Arcuri ha ripetuto più volte che rifornire le farmacie va oltre le sue competenze, spiegando che il suo incarico prevede di fornire mascherine chirurgiche a diversi enti pubblici – fra cui ospedali, forze dell’ordine, RSA e settori «più esposti» della pubblica amministrazione – ma non il settore privato.

«Nessuno ha mai pensato che Commissario e Protezione civile dovessero essere esclusivo fornitore di mascherine alla distribuzione delle farmacie», ha detto Arcuri, sottolineando che nell’accordo sottoscritto l’1 maggio con i principali distributori delle farmacie l’accordo preso era quello di «integrare» il normale approvvigionamento.

I distributori interpretano l’accordo in maniera più estensiva. Federfarma, l’associazione di categoria dei farmacisti, ha ricordato che il governo aveva promesso «ingenti» quantità di mascherine chirurgiche, e che spetta ad Arcuri risolvere eventuali problemi nell’approvvigionamento.

La questione delle mascherine cinesi
Arcuri, inoltre, sostiene che la colpa della scarsità delle mascherine chirurgiche nelle farmacie sia soprattutto di due associazioni, Federfarma Servizi e Adf, l’Associazione distributori farmaceutici. «Se le mascherine ci sono nei supermercati e non ci sono nelle farmacie, evidentemente c’è difetto della rete di approvvigionamento», ha detto durante la conferenza stampa.

Arcuri fa riferimento al fatto che nonostante gli accordi con i distributori delle farmacie e quelli della grande distribuzione organizzata – quella che rifornisce i supermercati – siano stati firmati nello stesso giorno, nelle due settimane successive i supermercati hanno venduto 19 milioni di mascherine al prezzo calmierato, mentre le farmacie un numero molto inferiore (si parla di circa 3 milioni, secondo Federfarma).

Arcuri sostiene che le farmacie sono rimaste a corto perché «evidentemente non hanno una quantità di mascherine uguale a quella che dichiaravano di avere», cosa che ha impedito ad Arcuri stesso di farsi un’idea dei reali bisogni delle farmacie.

Arcuri fa riferimento a una storia di qualche giorno fa emersa soprattutto dopo alcuni articoli di giornale. Sembra che durante le trattative per firmare l’accordo, i principali distributori delle farmacie avessero garantito di avere 18 milioni di mascherine nei magazzini, pronte per essere distribuite. Nei giorni successivi, scrive Repubblica, lo staff di Arcuri ha scoperto che soltanto due milioni di mascherine erano state effettivamente messe in vendita, mentre una grossa parte risultava bloccata alla dogana perché arrivata dalla Cina senza certificazione europea (e quindi potenzialmente pericolosa da usare).

I distributori avevano raccontato di avere chiesto più volte all’Istituto Superiore di Sanità di certificare rapidamente il carico, ma senza risultati. Eppure due giorni fa, continua Repubblica, Arcuri ha scoperto che i distributori avevano presentato documenti soltanto per un milione delle mascherine bloccate.
«Forse abbiamo fatto un errore a dare quel dato mettendoci dentro tutte le mascherine che avevamo: ma era solo una stima approssimativa e questo loro lo sapevano», ha spiegato qualche giorno fa il presidente di Federfarma Servizi, Antonello Mirone, al Corriere della Sera. Mirone ha spiegato che i fornitori delle mascherine erano «i nostri soliti», ma anche che «abbiamo imparato nel tempo di quali soggetti fidarci, qualcuno era effettivamente improvvisato».

Nonostante l’ammissione della società di distribuzione, Federmarma continua a ribadire che sta al governo e ad Arcuri velocizzare le pratiche burocratiche per rendere disponibili le mascherine arrivate. Vittorio Contarina, vicepresidente di Federfarma, in un comunicato stampa pubblicato stamattina, ha criticato i «troppi controlli» e le «troppe regole» che il governo non ha saputo rimuovere o applicare in tempo.

Il prezzo
Mentre la questione delle mascherine provenienti dalla Cina riguarda un carico che si trova in Italia, i distributori delle farmacie sostengono che il calmiere deciso da Arcuri non permetta loro di trattare in maniera efficace coi fornitori, che preferiscono rivolgersi ad altri paesi dove non ci sono prezzi calmierati.

L’accordo stretto da Arcuri prevede che i distributori acquistino le mascherine per 38 centesimi, le farmacie per 40, e che il costo per il cliente sia di 50 centesimi più il 22 per cento di IVA, quindi in totale 61 centesimi. Arcuri ha anche promesso che i distributori saranno rimborsati della differenza, cioè dei soldi che dovranno aggiungere ai 38 centesimi per acquistare ogni mascherina. «Il prezzo non c’entra nulla» nelle difficoltà incontrate dai distributori, ha spiegato Arcuri.

Eppure, secondo i distributori, le garanzie del commissario non sono sufficienti: non è chiaro se non si fidano delle promesse di Arcuri – temono cioè di non ricevere la differenza del prezzo pagato per ogni mascherina – o semplicemente non possono permettersi di aspettare il rimborso promesso, perché nel frattempo ci rimetterebbero troppi soldi. La conseguenza è che il prezzo massimo a cui i distributori italiani sono disposti a comprare dai rifornitori internazionali rimane 38 centesimi e quindi «chi le importa ovviamente preferisce, per guadagnare di più, “dirottarle” verso altri Paesi come la Spagna, dove il prezzo finale delle mascherine è stato fissato a circa 1 euro», ha detto Contarina.

Se il prezzo imposto a distributori e farmacisti è calmierato, le conseguenze si riflettono anche sui pochi produttori italiani di mascherine chirurgiche. Il Foglio ha raccontato di almeno due casi di aziende a cui Arcuri ha fatto un’offerta privata a un costo per mascherina molto superiore ai 38 centesimi: a un’azienda di Bolzano ha offerto 46 centesimi al pezzo, mentre a un’altra che ha voluto rimanere anonima «oltre 70 centesimi».

Arcuri conta di risolvere in parte il problema della distribuzione – soprattutto per chi non abita nelle vicinanze di un supermercato di una grande catena – facendo affidamento sui tabaccai. Secondo diverse voci pubblicate dai giornali, nei prossimi giorni verrà firmato un accordo per distribuire le mascherine chirurgiche calmierate anche nelle circa 50mila tabaccherie italiane. Al momento, però, non è chiaro quali distributori gestiranno gli acquisti.

Arcuri e i distributori delle farmacie, intanto, dovrebbero provare a risolvere i loro problemi in una nuovo incontro fissato per le 15 di oggi.