(AP Photo/Alexander Zemlianichenko)
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  • martedì 14 Aprile 2020

La Russia non pensa più di averla scampata

Nonostante i pochi casi ufficiali anche Putin ha ammesso che il peggio deve ancora arrivare, e si teme che il sistema sanitario non sia pronto

(AP Photo/Alexander Zemlianichenko)

«Abbiamo molti problemi, e non abbiamo granché di cui vantarci, né motivi particolari per farlo, e di certo non possiamo rilassarci. Non abbiamo superato il picco dell’epidemia, nemmeno a Mosca» ha detto lunedì il presidente russo Vladimir Putin a un gruppo di alti funzionari governativi, secondo quanto riportato dal New York Times. L’ammissione di Putin arriva dopo settimane in cui la Russia era sembrata minimizzare i rischi del coronavirus, e in cui alcune misure limitate ma prese con grande anticipo sembravano aver evitato un’emergenza.

Ad oggi, ufficialmente, la Russia ha registrato meno di 20mila casi di COVID-19, e soltanto 148 morti. Ma sono settimane che i dati ufficiali russi destano sospetti e critiche: nei giorni scorsi è emersa una lettera firmata dal capo del dipartimento della Sanità di Mosca Aleksei Khripun, che ammette che i test sono stati compromessi «da un alto numero di risultati falsi» e che le cifre reali sui contagi sono molto più alte. Anastasia Vasilieva, che è a capo di un sindacato indipendente di dottori, ha accusato il governo di aver deliberatamente classificato le morti per coronavirus come normali polmoniti (Vasilieva è stata poi arrestata).

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Per un po’, il basso numero di morti in Russia era stato collegato alla tempestiva decisione di Putin di bloccare gran parte dei voli dalla Cina, paese con cui condivide un confine di oltre 4.200 chilometri, e all’efficacia dei sistemi di sorveglianza dei cittadini, eredità del periodo sovietico. Ma queste tesi sono state superate dai fatti: a Mosca, la più grande città d’Europa, la situazione è allarmante e alla fine della scorsa settimana erano stati segnalati 7.822 casi accertati, cioè più di quelli registrati ufficialmente a Milano. Negli ultimi giorni sono emersi diversi video di lunghissime code delle ambulanze in attesa di scaricare i pazienti fuori dagli ospedali sovraccarichi. Dallo scorso 30 marzo nella metropoli è in vigore un lockdown, ma secondo un chirurgo moscovita sentito dal New York Times l’approccio dei cittadini alle restrizioni ha già cominciato a rilassarsi.

Cominciano poi ad arrivare notizie di focolai in altre parti del paese. Il governo ha trasportato un ospedale da campo da Mosca a una città vicino al confine della Norvegia dove si teme siano stati contagiati centinaia di lavoratori di un grosso cantiere. Iniziano poi ad arrivare notizie di sospetti focolai in case di riposo e ospedali nel paese, come a Ufa, oltre 1.000 chilometri a est di Mosca, oppure a Syktyvkar, nel nord del paese.

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Come già successo nella maggior parte dei paesi europei, anche in Russia si teme che cominceranno a scarseggiare il personale e i dispositivi di protezione individuale per gli operatori sanitari: il direttore di uno degli ospedali più importanti di Mosca ha recentemente scritto a una fondazione benefica segnalando il problema e chiedendo aiuto. Soltanto a metà marzo Tatyana Golikova, a capo della task force nominata da Putin per il coronavirus, aveva assicurato al governo che la Russia aveva tutte le attrezzature per affrontare l’epidemia, che non c’era «nessuna ragione per allarmarsi». L’abbondanza delle dotazioni russe sembrava confermata anche dagli aiuti distribuiti in paesi come Italia, Serbia e perfino agli Stati Uniti.

«Obiettivamente non avevamo prestato abbastanza attenzione a come dovevano essere preparati i servizi per gestire una malattia infettiva» ha ammesso Golikova in un’intervista andata in onda domenica sera.

In queste settimane, Putin è rimasto piuttosto defilato nella gestione della crisi, ritirandosi nella residenza presidenziale fuori Mosca e lasciando molto spazio al sindaco di Mosca Sergei Sobyanin e al primo ministro Mikhail Mishustin. Ancora il 26 marzo, un portavoce del Cremlino aveva detto ai giornalisti che «in Russia di fatto non c’è un’epidemia».

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