(ANSA/Mourad Balti Touati)

Due terzi degli italiani continuano a lavorare

Quelli che lavorano da casa, quelli impiegati nelle attività essenziali e quelli le cui aziende – decine di migliaia – hanno chiesto deroghe ed eccezioni

(ANSA/Mourad Balti Touati)

Per rallentare la diffusione della pandemia, dallo scorso 25 marzo il governo ha stabilito la chiusura di tutte le attività produttive e i servizi non essenziali. L’apertura è stata consentita soltanto alle aziende impegnate nel sostegno al sistema sanitario, nella produzione di alimenti, farmaci e di altre attività ritenute fondamentali per la nostra economia. Non è facile sapere con esattezza quante persone escano ancora di casa per recarsi al lavoro, ed è ancora più complicato stimare quanti siano al lavoro da casa.

Secondo i primi calcoli effettuati dall’ISTAT, il decreto impone la chiusura o l’obbligo di lavoro da casa per circa metà delle aziende italiane. A due settimane dall’entrata in vigore del decreto, però, nuovi conti mostrano che in realtà soltanto un terzo della produzione italiana è stata realmente fermata ed è possibile che circa metà dei lavoratori italiani continui a recarsi al lavoro, mentre la percentuale crescerebbe ancora se si considerano anche coloro che lavorano da casa.

Per stabilire quali imprese potevano rimanere aperte, alla fine dello scorso marzo il governo ha utilizzato i codici ATECO, i codici identificativi del tipo di produzioni o servizi effettuati da un’azienda. Tra i codici ATECO a cui è stata consentita la produzione ci sono alcuni esempi abbastanza ovvi: per esempio sono definite attività essenziali tutte le aziende produttrici di apparecchiature mediche, tutte le aziende agricole e i servizi di raccolta dei rifiuti.

Altre attività sembrano apparentemente meno importanti, ma in realtà sono fondamentali a far funzionare tutte le altre: la fabbricazione della carta, le attività legali e quelle contabili. Altre ancora la cui importanza appariva piuttosto oscura, come la fabbricazione di spago e reti, sono state successivamente tolte dalla lista su richiesta dei sindacati. Infine, per ragioni non strettamente legate alla lotta alla pandemia o alla fornitura di servizi essenziali, il governo ha deciso di tenere aperte anche le aziende del comparto della difesa.

Le cose da sapere sul coronavirus

Secondo i dati ISTAT pubblicati subito dopo l’entrata in vigore del decreto, le attività essenziali definite dal governo comprendevano più del 50 per cento del totale delle imprese italiane, per un totale di circa 2,3 milioni di aziende che impiegano 9,3 milioni di lavoratori, il 55 per cento del totale. Le attività essenziali hanno un fatturato complessivo di 1.373 miliardi di euro (il 55 per cento del totale). Tra le aziende hanno dovuto chiudere soprattutto quelle più piccole, circa il 50 per cento del totale, mentre sono state influenzate meno le medie e le grandi, di cui circa un terzo ha dovuto chiudere.

Considerando il totale degli occupati, includendo quindi anche gli impiegati pubblici, il numero di persone che deve ancora lavorare in Italia è pari circa ai due terzi del totale degli occupati, circa 15,5 milioni di lavoratori. Ma questo calcolo include anche le persone che lavorano da casa. Secondo un altro calcolo più recente fatto sempre dall’ISTAT, si è fermato circa un terzo della produzione totale di beni e servizi.

I numeri dell’ISTAT e i settori esplicitamente indicati dal decreto come “essenziali” rappresentano una stima “minima” della parte di Italia che è ancora al lavoro. Tutte le attività e i servizi, infatti, possono rimanere aperti se in grado di far lavorare i propri dipendenti da casa o, nel caso delle attività di ristorazione, se possono effettuare consegne a domicilio.

Inoltre, il decreto che ha imposto il blocco delle attività ha permesso a qualsiasi azienda ritenesse di rifornire una filiera essenziale, pur senza avere il corretto codice ATECO, di autodichiararsi “essenziale” con una lettera al prefetto e proseguire la produzione, senza necessità di attendere una risposta. Le prefetture, con l’aiuto della Guardia di Finanza e dei sindacati, hanno il compito di verificare in un secondo momento la correttezza delle richieste.

Secondo le stime dei sindacati UIL e CGIL, nelle ultime due settimane sono state presentate tra le 75 mila e le 65 mila richieste di tenere aperta la produzione, un numero che sostengono essere troppo elevato per poter valutare ogni singolo caso. La gran parte delle aziende che richiedono la deroga può quindi proseguire la produzione in regime di silenzio assenso.

Sempre secondo i sindacati, diverse aziende hanno linee di produzione appartenenti a filiere essenziali ma mantengono attive anche le altre: è il caso per esempio di alcune aziende che producono componenti per apparati medicali, ma allo stesso tempo realizzano anche prodotti non legati al settore sanitario. Altre aziende hanno scelto di cambiare il proprio codice ATECO, una procedura relativamente semplice, in modo da rientrare nelle attività essenziali.

A Brescia, dove secondo i calcoli dei sindacati circa il 70 per cento delle aziende non risponde ai criteri di essenzialità, sono arrivate più di 4.800 richieste di deroga e sono 860 quelle esaminate dalla prefettura. Le richieste arrivano al ritmo di circa 350 al giorno, ha scritto Paola Zanca del Fatto, che ha passato gli ultimi giorni nella prefettura della città. Oltre 300 aziende della provincia hanno dichiarato di appartenere al comparto della difesa e dell’aerospazio e hanno quindi proseguito la produzione.

Tra le richieste più bizzarre notate dai sindacati c’è quella di un’azienda che produce passeggini, una produzione non essenziale, che ha tenuto aperto perché, aveva scritto nella deroga, vende sul sito Amazon, che essendo nel settore della logistica può tenere aperto. «Se fanno tutti così, allora nessuno deve chiudere», ha detto Francesco Bertoli della CGIL di Brescia.

A Bergamo, una delle provincia italiane più colpita dalla COVID-19, le richieste sono inferiori rispetto alla vicina Brescia: fino al 7 aprile erano 1.900. In Veneto le richieste di tenere aperto sono state oltre 14 mila e tra chi ha ripreso la produzione dopo aver scritto in prefettura, o non l’ha mai interrotta, ci sono produttori di impianti di raffreddamento, di scaldabagni e di linee elettriche aeree. In Emilia-Romagna le richieste si aggirano intorno alle 20 mila.

Il 67 per cento del totale delle richieste di deroga, scrivono i sindacati, è concentrato nelle quattro principali regioni del Nord: Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto e Piemonte. Ma anche al Sud, dove le imprese ritenute essenziali sono una percentuale inferiore, ci sono attività che rimangono aperte e aziende che chiedono eccezioni. A Taranto i sindacati hanno scritto che fino agli ultimi giorni di marzo sono rimaste attive le attività di manutenzione della portaerei Cavour. «Stiamo lucidando le maniglie», ha detto un operaio che lavora per una ditta in appalto.