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Adesso c’è anche Quibi

È un servizio di streaming con contenuti pensati solo per smartphone, che con grandi risorse proverà a farsi spazio in un mercato affollatissimo

di Gabriele Gargantini
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Da oggi è disponibile, anche in Italia, un nuovo servizio di streaming. Si chiama Quibi e le sue principali caratteristiche sono due: è appositamente pensato per essere usato sugli smartphone, e nessuno dei suoi contenuti supera i 10 minuti di durata. Il nome Quibi nasce dall’unione delle parole “Quick Bites” (“bocconi veloci”); il servizio è fatto da video pensati per essere appunto come degli spuntini, quando si ha tempo e voglia di vedere qualcosa ma non si può o non si vuole accendere la tv o aprire Netflix.

La cosa interessante di Quibi è che analisti e giornalisti sono molto indecisi sul suo futuro. Molto più che in altri casi, infatti, ci sono alcuni elementi che portano a credere che possa avere successo, ma anche diversi altri che fanno pensare che potrebbe essere un poderoso fallimento. Ognuna di queste considerazioni va integrata col fatto che Quibi – un servizio ideale per essere consumato in mobilità: in metropolitana, in coda in posta o nella sala d’attesa del dentista – è stato lanciato in mezzo a una pandemia che sta obbligando a casa gran parte dei suoi possibili fruitori.

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I capi di Quibi
La prima importante cosa da dire su Quibi è che a guidare la società e i suoi quasi 300 dipendenti sono due persone che sanno il fatto loro. Il fondatore e presidente è Jeffrey Katzenberg, che ha 69 anni ed è stimatissimo a Hollywood per i suoi trascorsi prima alla Disney e poi alla DreamWorks. L’amministratrice delegata è Meg Whitman: il New York Times l’ha definita una delle manager più potenti degli Stati Uniti, e dopo essere stata dirigente per DreamWorks, Procter & Gamble e Hasbro è stata amministratrice delegata di eBay negli anni in cui la società passò da 30 a 1.500 dipendenti. Più di recente, dopo aver tentato la carriera politica (come Repubblicana, sebbene abbia in seguito sostenuto Hillary Clinton), è stata anche amministratrice delegata di Hewlett-Packard.

Katzenberg si occupa della parte che riguarda Hollywood e la produzione di contenuti, mentre Whitman gestisce la “parte Silicon Valley”, quella tecnologica. Entrambi hanno dimostrato – in più di un’occasione e in contesti diversi – di saper innovare i settori di cui si occupano e prendere piccole realtà per farle crescere tanto, bene e in fretta. La loro presenza è uno dei motivi principali per cui molti non se la sentono di scommettere contro Quibi.

In effetti finora la società ha già raccolto quasi due miliardi di dollari di investimenti e tra chi ha messo quei soldi ci sono Alibaba e molte delle principali case di produzione statunitensi: Disney, Sony, Viacom e WarnerMedia, tra le altre. Ancora prima di partire, Quibi aveva anche venduto spazi pubblicitari per circa 150 milioni di dollari, tutti quelli che aveva previsto di offrire per il 2020.

Il modello di business
Si parla di spazi pubblicitari venduti perché Quibi ha un modello di business particolare. Prevede infatti due abbonamenti diversi: uno costa 4,99 dollari al mese e ha qualche pubblicità qua e là (meno di 2 minuti e mezzo di pubblicità per ogni ora di contenuti mostrati); l’altro costa 7,99 dollari e in cambio non mostra nessuna pubblicità. Nei piani iniziali, diciamo pre-coronavirus, era stata prevista la possibilità di un periodo di prova di due settimane. Qualche giorno fa il periodo di prova gratuito (con possibilità di disdire tutto senza pagare nemmeno un dollaro) è stato esteso a 90 giorni. Abbonandosi oggi, quindi, c’è tempo per usare Quibi gratis fino a inizio luglio.

Provando a fare un po’ i conti in tasca a Quibi, girano stime attendibili secondo cui i più cari tra i contenuti della società sono costati o costeranno circa 100mila dollari al minuto, quindi almeno 6 milioni di dollari per un’ora (nel caso di Quibi, sei “episodi” di un “film”). È più o meno il costo-per-minuto di un episodio di Game of Thrones. Secondo quanto detto da Whitman, Quibi si aspetta che il 75 per cento dei suoi abbonati scelga l’abbonamento con le pubblicità e che così facendo le entrate di Quibi dipendano per due terzi dagli abbonamenti e per un terzo dalla pubblicità.

Contenitore e contenuti
L’app di Quibi è stata recensita bene, perché sufficientemente chiara nella presentazione dei contenuti e fluida nel riprodurli. La sua peculiarità – sufficiente da sola per dare una possibilità all’app, fintanto che è gratuita – è una tecnologia che Quibi chiama “Turnstyle”: è quella cosa che permette a un contenuto di essere visto tenendo lo smartphone sia in verticale che in orizzontale, senza che la rotazione danneggi il formato dell’immagine. Tutti i contenuti di Quibi infatti sono stati pensati, girati e montati per essere visti in entrambe le modalità, con la conseguenza che quello che si vede tenendo lo schermo in orizzontale è diverso da quello che si vede tenendolo in verticale.

È il caso di ripetere che Quibi è un servizio fatto apposta per gli smartphone, o – per usare le parole di Tom Conrad, product officer della società – «è fatto apposta per i palmi delle nostre mani». Si può usare, sebbene sia meno efficace, anche dai tablet; ma non si può usare dai computer e non prevede di essere usato tramite uno schermo televisivo. Al punto che all’inizio il nome della società era proprio “New TV”.

Grazie agli accordi con diverse case di produzione e probabilmente grazie ai tanti contatti di Katzenberg, Quibi ha già contratti firmati per collaborare, tra gli altri, con gente come Steven Spielberg, Guillermo del Toro, LeBron James, Jennifer Lopez, Reese Witherspoon e Idris Elba. Tra i suoi contenuti già disponibili ce n’è uno con protagonista Liam Hemsworth e un altro con Sophie Turner.

I contenuti di Quibi – che si possono sempre scaricare, così da poter essere visti offline – si dividono in tre grandi categorie. La prima è quella dei film a episodi (o delle serie tv molto brevi): storie lunghe più o meno quanto un film ma divise in episodi mai più lunghi di dieci minuti. Un’altra categoria è quella dei programmi documentari o d’intrattenimento (talk show, programmi di cucina e cose di questo tipo). La terza e ultima categoria è fatta da programmi di informazione creati appositamente per Quibi e realizzati, tra gli altri, da NBC News, BBC ed ESPN. Al momento su Quibi ci sono circa 50 titoli e l’obiettivo dichiarato è arrivare a oltre 170 entro fine anno. Nella maggior parte dei casi gli episodi dei “film” usciranno uno al giorno, cinque giorni a settimana.

I film di Quibi
I contenuti che a Quibi chiedono un maggior investimento sono quelli che puntano a essere dei “film a episodi”, specie se con protagonisti famosi, da grandi serie tv o da cinema. Da un punto di vista tecnico, questi contenuti richiedono di essere girati con particolare attenzione al fatto che chi li guarda deve poter sfruttare il “Turnstyle” e al fatto che su uno smartphone lo schermo è quel che è: non si possono inquadrare grandi paesaggi e sperare che lo spettatore faccia attenzione a qualche piccolo dettaglio sullo sfondo. Bisogna privilegiare i primi piani e la chiarezza grafica e narrativa.

Allo stesso tempo, però, ogni episodio deve essere almeno un po’ indipendente dagli altri. Non deve essere solo un pezzo di un film. C’è chi ha parlato, addirittura, di un contratto in cui Quibi chiede agli sceneggiatori con cui collabora di mettere un colpo di scena alla fine di ogni episodio.

Al momento i film di punta di Quibi sono il thriller psicologico Survive e il thriller distopico Most Dangerous Game, ma ci sono anche cose più leggere, come Chrissy Court, una sorta di versione esplicitamente comica del nostro “Forum”. Spielberg, invece, farà After Dark, un film a episodi di genere horror e i cui contenuti si potranno vedere solo di notte (quindi in base all’ora rilevata su ogni smartphone).

Una delle cose più interessanti di Quibi è che l’azienda avrà i diritti sulle serie che produrrà e pubblicherà solo per sette anni; ancora più importante, già dopo due anni ogni serie per smartphone potrà essere trasformata in una serie tv o in un film su cui Quibi non avrà praticamente nessuno controllo. Un regista o un autore potrà quindi usare Quibi per sperimentare qualcosa e, se dovesse riscuotere successo, decidere poi di farne una versione più grande e tradizionale da mostrare su altri schermi, più grandi e tradizionali. Non è neppure detto che la serie vada rigirata da capo: in molti casi potrebbe bastare prendere le scene girate per Quibi e montarle in modo diverso.

L’idea è usare Quibi per produrre – modificandole – vecchie sceneggiature che avevano preso polvere su qualche scaffale di Hollywood, ma anche di rigirare vecchie storie con questo nuovo formato o di sfruttarlo invece per provare eventuali storie da espandere altrove.

È una novità?
La produzione di contenuti audiovisivi ha sempre inseguito i cambiamenti tecnologici degli strumenti su cui quei contenuti erano visti: è successo con il sonoro, con il cinema a colori, con il 3D, con la televisione, con la televisione a pagamento, con VHS e DVD, e più di recente con lo streaming. L’obbiettivo di Quibi è fare per la fruizione di contenuti via smartphone quello che Netflix ha fatto per la fruizione di contenuti in streaming: cambiare i principi e i meccanismi creativi, tecnologici ed economici di un intero settore.

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Ma non è così semplice. È noto da tempo che i contenuti brevi possono avere successo (basti pensare ai video di YouTube, alle Storie di Instagram o addirittura a prodotti televisivi come Camera Cafè) e che sempre più persone usano sempre di più i propri smartphone anche per guardare video. Non necessariamente le due cose sono andate di pari passo: mentre qualcuno pensava alle prime webserie, qualcun altro, più o meno in parallelo, iniziava a guardare sui propri smartphone film e serie di ogni tipo. Già nel 2007, nella sua famosa presentazione del primo iPhone, Steve Jobs mostrò come quel nuovo telefono potesse essere usato per guardarci un film, in quel caso un pezzo del secondo Pirati dei Caraibi (su schermo da 3,5 pollici, in una risoluzione 480 x 320).

Per diversi anni, quindi, qualcuno ha usato gli smartphone per guardare film e qualcun altro ha provato, altrove, a pensare a una serialità diversa, con episodi da pochi minuti ciascuno, per chi aveva poco tempo, poca attenzione o anche solo pochi giga di abbonamento dati. Quibi non è la prima società ad aver pensato che qualcuno potesse guardare contenuti sugli smartphone (lo ha capito Netflix e lo hanno capito, ahiloro, diversi registi che ne sono piuttosto infastiditi). E negli Stati Uniti c’è anche chi – per esempio Verizon – ha già provato a unire le due cose e fare serie (o film) appositamente per smartphone, ma finora non è andata bene a nessuno.

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Insomma, Quibi non ha inventato né scoperto niente di nuovo. Però è la società che finora ha deciso di puntare di più su questa trasformazione, occupandosi in prima persona di tutto, dalla produzione fino alla tecnologia di distribuzione. Persino Katzenberg, però, è cosciente che Quibi stia cercando di fare qualcosa di molto molto complicato: «Stiamo provando a fare qualcosa che sta tra l’improbabile e l’impossibile», disse qualche mese fa, «e ci sta piacendo molto». Visto che comunque il paragone salta spesso fuori, Katzenberg ha anche detto di non sentirsi in concorrenza con Netflix («non più di quanto lo sia con Spotify») e ha detto, invece, che vuole essere per YouTube, Facebook, Snapchat e Instagram quello che HBO fu per le TV tradizionali. Poi ha aggiunto, come scrive Link: «Abbiamo preso i social come punto di riferimento, convinti di poter fare molto meglio; perché, con rispetto parlando, loro non sanno fare quello che facciamo noi».

Perché sì
Il primo motivo per credere in Quibi sta, come detto, nei suoi due più importanti dirigenti. Hanno competenze, contatti e spalle abbastanza larghe da attirare grandi investimenti e resistere per un po’ di tempo senza grandi ricavi.

Un altro motivo è legato alle statistiche che dicono che il tempo che molte persone dedicano ai propri smartphone sta ancora aumentando, specie tra le persone della cosiddetta Generazione Z: i nati poco prima e poco dopo il Duemila, generalmente pochissimo avvezzi alla tv tradizionale. In più, ci sarà sempre meno un ostacolo tecnologico dovuto alla lentezza di connessione, specie quando saranno finalmente diffuse le reti 5G.

Inoltre, come spiegò qualche tempo fa il Wall Street Journal, è sbagliato avere particolari preconcetti verso a un contenuto audiovisivo pensato e girato apposta per uno smartphone. Da tempo molte storie televisive già vengono scritte in blocchi da 10-15 minuti per via delle pubblicità; e già ora molte persone non si fanno problemi a guardare sul proprio smartphone un film pensato per essere visto primariamente in un cinema.

Così come Netflix arrivò nel momento giusto con il servizio giusto e i prodotti giusti, anche Quibi potrebbe teoricamente rifare la stessa cosa. L’idea, tra chi pensa che Quibi possa avere successo, è che l’unica cosa che mancasse davvero fosse qualcuno che facesse i giusti investimenti.

Perché no
Ci sono anche diverse ragioni per pensare che Quibi possa essere un buco nell’acqua. Per prima cosa c’è chi sostiene che Katzenberg e Whitman, 130 anni in due, non siano le persone giuste per capire cosa serva per fare concorrenza, tra le altre cose, a TikTok.

Una posizione comune tra chi critica Quibi parte dal fatto che quel mercato esiste ma non serve un ennesimo servizio di streaming. Quello spazio sarebbe in larga parte già presidiato da Netflix, Disney+ e tutti i loro concorrenti, che già se lo stanno contenendo con YouTube e i social media. Per avere successo Quibi dovrebbe ritagliarsi a sua volta uno spazio in un settore affollatissimo, partendo da zero e chiedendo di pagare una quota mensile. Chi già la paga ad altri servizi potrebbe rifiutarsi di pagarne un’altra. Chi non vuole pagare potrebbe accontentarsi di Instagram TV o dei video di YouTube, che sono gratis.

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A proposito del “partire da zero”, ci sono diversi sondaggi secondo cui il nome “Quibi” per ora non dice niente alla maggior parte degli statunitensi. Non è un bene per un servizio che, per prima cosa, ha bisogno di farsi provare da un sacco di utenti. Più in generale, perché un servizio si faccia conoscere non basta che qualcuno lo voglia provare: serve almeno un nuovo prodotto di successo (per Netflix fu House of Cards, per esempio) che riesca, quasi da solo, a rappresentare l’intero servizio e a convincere le persone a abbonarsi, fosse anche solo per vedere quel singolo prodotto. Quibi, per ora, non sembra avere quel prodotto.

C’è anche chi sostiene che, come dimostrato in questi anni dalle cose che più hanno avuto successo su Netflix, nonostante siano cambiate tante cose la gente è ancora affezionata a certi schemi, come le serie comiche da 25 minuti per episodio e le serie drammatiche da un’ora circa. Chi la pensa così ricorda che Netflix ha provato a fare serie più corte e semplici, ma non sembrano aver avuto tantissimo successo.

Perché ora
Altri dubbi ancora riguardano la scelta di lanciare Quibi oggi, in una data prevista mesi fa, nonostante quello che nel frattempo è successo nel mondo. In molti, tra giornalisti e analisti, si sono detti perplessi sulla scelta di un servizio pensato in gran parte per la mobilità quando molti possibili fruitori sono più o meno costretti nelle loro case con molto più tempo libero di prima. Anche qui, il lato positivo è che molta più gente ha molto più tempo a disposizione; il lato negativo è che, per fare un esempio, chi due settimane fa si è abbonato a Disney+ difficilmente ora vorrà provare (e fra tre mesi pagare) l’ennesimo servizio in più.