(AP Photo/Jake Bacon)

È il momento delle serie smartphone?

Cioè le serie fatte apposta per essere viste su smartphone, con episodi al massimo di dieci minuti: nel 2020 toccherà occuparsi anche di loro

(AP Photo/Jake Bacon)

Nel 2012, il regista vecchia-scuola David Lynch disse: «Se guardate un film sul telefono non vivrete mai l’esperienza del film, neanche in un trilione di anni. Penserete di averlo visto, ma vi ingannerete. È una vera tristezza, che pensiate di aver visto un film sul vostro fottuto telefono. Siate seri». Sono passati solo pochi anni, ma sono già cambiate tantissime cose, tra i film, i cinema e anche Hollywood: abbastanza perché ora si parli molto concretamente di serie prodotte per essere viste sugli smartphone. Serie smartphone, quindi.

Nel 2012, quando Lynch parlava inorridito dei film visti sui cellulari, Netflix era appena arrivata in Europa e stava producendo le sue prime serie. Oggi si parla invece di «guerre dello streaming» per raccontare l’imminente sfida che società come Disney e Apple muoveranno a Netflix, con il fine di prendersi la propria fetta in un mercato sempre più ricco. E il successo dei servizi di film e serie in streaming è stato uno dei principali fattori di cambiamento nel mondo del cinema, con sempre più prodotti pensati per essere visti su uno schermo televisivo domestico e le cicliche polemiche sugli effetti che questo ha sul Cinema con la lettera maiuscola. Una cosa che dal 2012 non è ancora cambiata granché riguarda però i film e le serie guardati su smartphone. Qualche utente di Netflix lo fa – si parla di uno su dieci – ma nessuno ha mai fatto grossi investimenti in quella direzione e chi guarda un film sul cellulare guarda sostanzialmente un film molto in piccolo.

Sembra però che ora i tempi possano essere maturi per l’affermarsi di contenuti audiovisivi pensati e girati per essere guardati su smartphone (e non solo di contenuti adattati alla visione su smartphone). Uno dei motivi è l’imminente sviluppo delle reti 5G, ma ci sono anche smartphone sempre più potenti e tecnologie di streaming sempre più efficienti. A questo si può aggiungere che i registi sono sempre meno schizzinosi all’idea di produrre contenuti non per il cinema e che, pare, gli utenti sono finalmente pronti. I servizi di streaming solo per smartphone potrebbero essere, scrive il Wall Street Journal, la nuova grande ondata dopo quella dei contenuti in streaming messi a disposizione allo stesso modo su computer, televisioni, tablet o smartphone.
E c’è una società, Quibi, che punta a essere la Netflix di questo nuovo settore e per farlo ha già investito più di un miliardo di dollari. Quibi punta infatti su contenuti originali pensati per essere visti su piccolo schermo e che, in più, abbiano una durata minore di quella delle classiche serie tv: si parla di 5-10 minuti per episodio. Ma non è per niente facile: Jeffrey Katzenberg, fondatore e presidente di Quibi (e prima ancora fondatore della Dreamworks) ha detto: «Stiamo provando a fare qualcosa che sta tra l’improbabile e l’impossibile, e ci sta piacendo molto».

Prima di arrivare a Quibi, bisogna però dire che le serie corte (più corte delle serie tv) e la visione su smartphone per molti anni non sono andate di pari passo. I primi tentativi di Hollywood di fare racconti lunghi giusto qualche minuto che potessero essere visti su uno schermo diverso da quello televisivo arrivarono nei primi anni dopo il 2000: all’inizio si trattava di pubblicità più lunghe e ricercate del solito (come queste, di BMW, con Clive Owen). Poi nel 2006 arrivò YouTube e anche lì qualcuno provò fin da subito a usare la nuova piattaforma per raccontare storie con un nuovo formato: all’inizio si trattava di produzioni indipendenti, a volte addirittura amatoriali, ma poi anche qualcuno di Hollywood provò a fare qualcosa. Ma sono quasi sempre stati progetti relativamente piccoli e mai di grande successo, in gran parte oscurati dal successo di servizi come Netflix, che hanno offerto su internet contenuti che, a parte qualche eccezione, avrebbero benissimo potuto essere, per qualità e struttura, anche contenuti televisivi “tradizionali”.

Mentre qualcuno pensava alle prime webserie, qualcun altro, in parallelo, iniziava a guardare sui propri smartphone film e serie di ogni tipo. Già nel 2007, nella sua famosa presentazione del primo iPhone, Steve Jobs mostrò come quel nuovo telefono potesse essere usato per guardarci un film, in quel caso un pezzo del secondo Pirati dei Caraibi (su schermo da 3,5 pollici, in una risoluzione 480 x 320).

Per diversi anni, quindi, qualcuno ha usato gli smartphone per guardare film (con buona pace di Lynch) e qualcun altro ha provato, altrove, a pensare a una serialità diversa, con episodi da pochi minuti ciascuno. Qualcuno provò a unire le due cose e fare serie per smartphone, ma senza successo. Tra chi ha provato, e fallito, c’è stata Verizon, che nel 2015 aveva lanciato il suo serivzio go90, poi chiuso nel 2018.

Ed eccoci dunque a Quibi, il cui lancio sarà nell’aprile 2020 ma di cui già si sa tanto e si parla molto. Il nome Quibi nasce dall’unione delle parole “Quick Bites” (“bocconi veloci”), in riferimento all’ambizione di fare “serie spuntino”, da guardare in una pausa caffè, in una sala d’attesa o in un viaggio in metropolitana. Oltre a Katzenberg – che ha 68 anni ed è stimatissimo a Hollywood per almeno un paio di suoi azzardi poi rivelatisi molto lungimiranti e remunerativi – a capo di Quibi c’è anche Meg Whitman, che è amministratrice delegata della società, un ruolo che aveva già ricoperto in Hewlett Packard e in eBay. Katzenberg si occupa della parte che riguarda Hollywood e la produzione di contenuti; Whitman gestisce la “parte Silicon Valley”, quella tecnologica.

Tra gli investitori di Quibi ci sono almeno dieci grandi case di produzioni di Hollywood, comprese Disney, MGM e Warner Media. Tra le persone che stanno realizzando o realizzeranno contenuti per Quibi ci sono invece Steven Spielberg (fondatore con Katzenberg della Dreamworks) e i registi degli ultimi due migliori film degli Oscar: Guillermo del Toro e Peter Farrelly. Del Toro realizzerà una serie zombie, Farrelly una commedia di cui non si sa granché e Spielberg una serie horror che si potrà vedere solo di notte. Il Wall Street Journal scrive che sono anche previsti remake in formato smartphone di alcuni film, tra cui Varsity Blues, Il fuggitivo e Come farsi lasciare in 10 giorni.

Quibi ha già chiuso contratti pubblicitari per oltre 100 milioni di dollari, e tra le aziende che hanno pagato ci sono anche Google e Procter & Gamble, che per il primo anno di Quibi ne saranno partner pubblicitarie esclusive. Ma Quibi punta a fare soldi anche dagli abbonamenti, come Netflix. Un abbonamento senza pubblicità costerà 8 dollari al mese, uno con le pubblicità costerà 5 dollari. Hollywood Reporter ha stimato che nel suo primo anno l’azienda spenderà circa un miliardo di dollari per produrre contenuti e almeno 400 milioni in marketing e pubblicità. Si pensa anche che le più costose tra le produzioni di Quibi costeranno almeno 125mila di dollari per ogni minuto finito che lo spettatore vedrà sul proprio smartphone: che vuol dire, per una serie da 12 episodi di 10 minuti ciascuno, un costo totale di 15 milioni di dollari; un costo-per-minuto da serie di alto livello.

Su Quibi ci saranno serie di vario genere, ma anche programmi di altro tipo: comici, documentaristici o d’informazione. In ogni caso, ogni episodio dovrebbe durare tra i cinque e i dieci minuti. Pare che la scelta sia dovuta alle statistiche che dicono che i membri della Generazione Z (i nati poco prima e poco dopo il Duemila) hanno diverse sessioni quotidiane di uso dei loro smartphone, ma che ogni sessione dura in media 6 minuti e mezzo. Whitman ha spiegato al Wall Street Journal che in realtà serie da dieci minuti non sono poi così rivoluzionarie perché per anni chi scriveva serie era abituato a scrivere in blocchi di questa durata, visto che ogni 10-15 minuti circa in genere arrivava la pubblicità.

All’inizio Quibi sarà disponibile solo negli Stati Uniti, ma è prevista un’espansione prima verso altri paesi anglofoni e poi nel resto del mondo. Ad aprile, al momento del lancio, le serie più importanti, diciamo da copertina, saranno 8; poi ne sono previste altre 26 entro il primo anno (a cui vanno però aggiunti altri contenuti “minori”). Visto che vanno di moda i film e le serie in verticale, alla Instagram (chissà cosa ne pensa Lynch) , tutti i contenuti di Quibi saranno da subito visibili sia in orizzontale che in verticale.

Una delle cose più interessanti di Quibi è che l’azienda avrà i diritti sulle serie che produrrà e pubblicherà solo per sette anni e, ancora più importante, già dopo due la serie smartphone potrà essere trasformata in una serie tv o in un film su cui Quibi non avrà praticamente nessuno controllo. Un regista o un autore potrà quindi usare Quibi per sperimentare qualcosa e, se dovesse riscuotere successo, potrebbe poi decidere di farne una versione più grande e tradizionale da mostrare su altri schermi, più grandi e tradizionali. Non è neppure detto che la serie vada rigirata da capo: in molti casi potrebbe bastare prendere le scene girate per Quibi e montarle in modo diverso. Katzenberg ha detto che già ci sono trattative per l’acquisizione dei diritti, che scatteranno tra poco più di due anni, su alcune delle serie che Quibi mostrerà nei suoi primi mesi.

È pieno zeppo di contenuti audiovisivi che si possono vedere su smartphone – da una storia Instagram fino ad Arancia Meccanica di Stanley Kubrick, sull’app per smartphone di Netflix – ma in un caso non c’è la qualità autoriale di Hollywood e nell’altro il contenuto non è particolarmente adatto a uno smartphone. Katzenberg ha detto di non vedere, almeno per ora, Quibi in concorrenza con Netflix («non più di quanto lo sia Spotify») e ha detto che vuole essere per YouTube, Facebook, Snapchat e Instagram quello che HBO fu per le TV tradizionali. A chi gli chiede perché Quibi dovrebbe riuscire dove altri hanno fallito, Katzenberg dice che la differenza di Quibi è la qualità delle storie che racconterà. Molti di quelli che credono in Quibi dicono di farlo anche per via di Katzenberg, uno che, ha scritto Forbes, in passato ha dimostrato di «saper andare a sinistra, mentre tutti gli altri guardavano a destra».

È però il caso di ricordare che, nonostante tutto, Quibi è un progetto che il suo stesso fondatore definisce tra l’improbabile e l’impossibile. I motivi sono almeno quattro.

Primo: forse non ci sarà, almeno all’inizio, concorrenza vera con Netflix, ma ci sarà di sicuro con YouTube, le storie Instagram, i video di TikTok e tutti i modi (spesso gratuiti) che ci sono e ci saranno in futuro per ingannare il tempo fissando uno smartphone.
Secondo: qualcuno sostiene che, come dimostrato in questi anni dalle cose che più hanno avuto successo su Netflix, la gente è ancora affezionata a certi schemi, come le serie comiche da 25 minuti per episodio e le serie drammatiche da un’ora circa. Netflix, dice chi propone questa critica, ha provato a fare serie più corte e semplici, ma non sembrano aver avuto tantissimo successo.
Terzo: i soldi. Qualche dollaro o euro al mese non è oggettivamente tanto, ma lo diventa se si aggiunge a altri tre-quattro-cinque abbonamenti simili.
Quarto: i contenuti di Quibi saranno tutti nuovi. Non succederà, per capirci, che su Quibi si vedrà una serie smartphone di Star Wars, Game of Thrones o della Marvel. In un contesto altissimamente concorrenziale (quello delle «guerre dello streaming»), Quibi dovrà partire da zero. E, dice qualcun altro, se Netflix, Disney o Instagram decidessero di occupare il settore delle serie smartphone, potrebbe farlo molto più in fretta di Quibi, senza dover partire da zero.

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