(Scott Olson/Getty Images)
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  • giovedì 2 Aprile 2020

E le primarie dei Democratici americani?

Joe Biden è sempre il favorito, ma l'emergenza coronavirus ha reso tutto meno rilevante e causato molti problemi logistici e politici

(Scott Olson/Getty Images)

Giovedì, il Partito Democratico statunitense ha annunciato la decisione di posticipare di un mese la convention con cui la prossima estate verrà ufficialmente scelto lo sfidante di Donald Trump alle elezioni di novembre. La decisione è stata presa dopo che mercoledì lo aveva chiesto l’ex vicepresidente degli Stati Uniti Joe Biden e candidato alle primarie del partito: tenerle a luglio come era in programma sarebbe infatti stato un grosso problema, ma non l’unico che il partito dovrà risolvere per portare a termine le primarie, scegliere il candidato per le elezioni ed evitare che le restrizioni e i rinvii causati dall’epidemia da coronavirus non si trasformino anche in un vantaggio elettorale per Trump.

Le primarie devono ancora tenersi in 27 stati e territori statunitensi, tra cui il popoloso e influente stato di New York, l’Ohio e la Pennsylvania. I candidati ancora in corsa sono due: Joe Biden e Bernie Sanders. La vittoria delle primarie sarà decisa dal numero di delegati totali che ogni candidato avrà vinto nei vari stati. Al momento il vantaggio di Biden è tale da rendere di fatto impossibile una vittoria di Sanders, la cui candidatura si è molto indebolita negli ultimi mesi. Ma finché non finiscono le primarie – o Sanders non si ritira – Biden di fatto è ancora in ballo.

Joe Biden e Bernie Sanders si salutano prima di un confronto televisivo il 15 marzo (AP Photo/Evan Vucci)

Biden probabilmente sperava infatti che questo vantaggio avrebbe spinto Sanders a ritirarsi dalle primarie, evitandogli mesi di attacchi e permettendogli di prendere immediatamente il controllo della convention: che sarà sia il momento conclusivo delle primarie che l’inizio dell’importantissima campagna elettorale nazionale. Sanders, tuttavia, ha ribadito più volte di voler rimanere candidato, chiedendo a Biden di organizzare altri confronti televisivi e impedendo quindi che il partito possa di fatto cominciare a pensare al dopo, quando ci sarà da sfidare Trump.

La richiesta di rinvio della convention fatta da Biden aveva tuttavia probabilmente a che fare anche con un altro aspetto delle primarie: il fatto che siano state quasi del tutto oscurate dall’emergenza legata al coronavirus. Gli Stati Uniti sono diventati in poche settimane il paese con più casi di contagio al mondo: giornali e televisioni si occupano quasi solo di quello e l’attenzione pubblica per le primarie dei Democratici è molto diminuita. Anche le campagne elettorali sono di fatto sospese, con i candidati che devono accontentarsi di videoconferenze e altri eventi in diretta streaming.

Joe Biden nello studio televisivo allestito a casa sua per gli eventi della campagna elettorale in streaming

La convention avrebbe dovuto tenersi tra il 13 e il 16 di luglio a Milwaukee, in Wisconsin, ed è stata rimandata alla settimana del 17 agosto. Si tratta di un enorme evento pubblico, con incontri, discorsi e concerti organizzati in grandi palazzetti con migliaia di partecipanti. Tenerlo a inizio luglio, quando l’epidemia sarà probabilmente ancora in corso, avrebbe reso necessario per i Democratici inventarsi qualcosa di molto meno pomposo e teatrale, come una “convention virtuale”, aveva scritto il New York Times. Questo ne avrebbe ridotto di molto l’impatto mediatico, facendole perdere gran parte della forza e dell’importanza che può avere per galvanizzare gli elettori e lanciare la candidatura dello sfidante di Trump. La speranza è che ad agosto le cose vadano meglio.

Spostare un evento così grande, anche di poche settimane, non sarà comunque semplice anche solo dal punto di vista logistico, ma intanto il problema più urgente per il Partito Democratico sembra essere come portare a termine le votazioni negli stati che mancano.

15 stati hanno già annunciato il rinvio del giorno delle primarie (qui c’è un calendario completo) o l’obbligo di voto per posta, ma viste le incognite legate all’epidemia non è certo che basterà. Il capo del Partito Democratico, Tom Perez, ha chiesto a tutti gli stati di prendere misure per favorire il voto da casa e per diminuire l’affluenza ai seggi fisici il giorno del voto, con il rischio di avere migliaia di persone lo stesso giorno nello stesso posto a toccare la stessa penna nella cabina elettorale. Cosa farà il Partito Democratico di ogni stato non è tuttavia ancora chiaro e in molti casi le decisioni potrebbero scontrarsi con eventuali misure restrittive che potrebbero essere introdotte nelle prossime settimane.

A questo bisogna aggiungere che le regole stesse per le primarie dei Democratici impongono a tutti gli stati di votare prima del 9 giugno. Gli stati che dovessero votare dopo perderebbero la metà dei loro delegati alla convention, mentre i candidati che dovessero fare campagna elettorale negli stati che voteranno dopo il 9 giugno non otterrebbero nessun delegato anche se ne vincessero. Per questa ragione la gran parte degli stati che hanno rinviato le primarie le hanno fissate per il 2 giugno, ma è ancora incerto con quale severità il partito vorrà far rispettare le regole.

Lo stato di New York, uno dei più colpiti dall’epidemia ma anche uno dei più importanti per le primarie, ha già detto che voterà il 23 giugno e questo potrebbe spingere il partito a non applicare le regole, o a concedere delle deroghe. I ritardi, ha scritto Vox, non dovrebbero avere un grosso effetto sul risultato finale: Biden resta comunque il favorito per la vittoria. Spostare in avanti il momento in cui questo verrà sancito, tuttavia, potrebbe tra le altre cose rimandare il momento in cui i Democratici cominceranno a raccogliere – e spendere – soldi in vista delle elezioni di novembre.

Intanto il 7 aprile si voterà in Wisconsin, dove si è deciso di andare avanti con il programma originale: lo stato assegna 84 delegati in tutto e Biden è dato in grande vantaggio su Sanders.