La Porta dell'India a Delhi il 16 marzo. (Yawar Nazir/Getty Images)
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  • domenica 22 Marzo 2020

E l’India?

In un paese da 1,3 miliardi di abitanti e confinante con la Cina risultano meno di 400 casi di coronavirus, e ci si sta chiedendo perché

La Porta dell'India a Delhi il 16 marzo. (Yawar Nazir/Getty Images)

I dati ufficiali forniti dal governo dell’India dicono che nel paese risultano 360 casi di infezione da coronavirus (SARS-CoV-2) e 7 morti. Sono numeri bassissimi, considerando che l’India ha oltre 1,3 miliardi di abitanti e che condivide quasi 3.500 chilometri di confine con la Cina, il paese dal quale è cominciata la pandemia. In tanti, tra scienziati e osservatori, si stanno chiedendo da cosa dipenda questo bilancio finora così basso: se dall’efficacia delle misure precauzionali adottate dal paese, dalla fortuna oppure dalla scarsa estensione dei test effettuati finora dal paese, che potrebbero restituire un quadro soltanto parziale della diffusione del virus.

Attualmente l’India ha fatto meno di 15mila tamponi per verificare i contagi da coronavirus. Sono meno di 11 per ogni milione di abitanti: per farsi un’idea, in Italia sono stati oltre 3.000 sullo stesso campione di popolazione, oltre 10.000 ogni giorno, e sono comunque meno di quanti ne raccomanda l’Organizzazione Mondiale della Sanità. In Corea del Sud, il paese considerato più virtuoso nell’estensione dei test, sono stati fatti oltre 6.000 tamponi ogni milione di abitanti.

In India il governo centrale e diverse amministrazioni locali hanno adottato negli ultimi giorni misure drastiche per contenere il coronavirus. L’ultima è stata più che altro simbolica: il primo ministro Narendra Modi ha chiesto a tutto il paese di rispettare un coprifuoco dalle sette di mattina alle nove di sera di domenica, per testare la capacità del paese di rispondere all’emergenza.

Ma c’erano state diverse altre misure: l’ingresso dei cittadini stranieri è stato vietato con poche eccezioni fin dalle prime fasi dell’epidemia, siti turistici visitatissimi come il Taj Mahal o il Forte Rosso di Delhi sono stati chiusi, e alcune grosse città hanno chiuso centri commerciali, cinema, scuole a partire dalla scorsa settimana. Per le strade e sui mezzi pubblici la quantità di gente è diminuita significativamente negli ultimi giorni, e molti luoghi di culto hanno ridotto il numero di funzioni o hanno chiuso del tutto. In alcuni stati nelle stazioni ferroviarie viene misurata la temperatura ai viaggiatori, fermando quelli con febbre sospetta.

Le cose da sapere sul coronavirus

Un bus mentre viene sanificato a New Delhi. (Yawar Nazir/Getty Images)

Nonostante questo continuano a esserci ovunque assembramenti di persone, dai mercati ai ristoranti, e gli eventi di gruppo privati, pur essendo formalmente vietati, continuano largamente ad avere luogo, riportano i media internazionali. In questi giorni ci sono state anche molte manifestazioni politiche. L’India è un paese con aree ad altissima densità di popolazione, e i cui abitanti, come quelli di gran parte dei paesi asiatici, sono culturalmente abituati a vivere in contesti affollati e promiscui, con standard igienici differenti rispetto a molti paesi occidentali.

L’OMS però ha lodato le misure prese fin qui dall’India, in particolare la tempestività e l’efficacia con cui ha messo in quarantena le persone sospettate di aver contratto il virus, ma tanti hanno sollevato dubbi sul conteggio dei contagi nel paese. Finora la maggior parte dei casi accertati è stata direttamente collegata a viaggiatori stranieri: tra questi una comitiva di 16 turisti italiani che stava visitando il Rajasthan, che sono stati messi in quarantena. I primi contagi sembrano essere stati quelli di una famiglia indiana che era tornata dall’Italia alla fine di febbraio, nello stato del Kerala. Le autorità locali hanno usato la tecnologia GPS, i filmati delle telecamere a circuito chiuso e i tabulati telefonici per tracciarne i movimenti e rintracciare circa 1.000 persone con cui il gruppo potrebbe essere entrato in contatto tra banche, chiese e ristoranti, mettendole tutte in quarantena.

Il Taj Mahal, chiuso per il coronavirus. (Yawar Nazir/Getty Images)

Henk Bekedam, il rappresentante dell’OMS in India, ha detto al New York Times che tutti i casi di COVID-19 in India sono stati “tracciabili”, e che non ci sono prove che il contagio sia più diffuso di quanto riportato dal bilancio ufficiale. «Sono stato molto impressionato dall’India: l’hanno presa molto seriamente dall’inizio», ha detto.

Non tutti sono però d’accordo. Dipanjan Ro, un epidemiologo indiano che ha lavorato per l’OMS e per la sanità americana, ha detto che l’atteggiamento dell’India finora è stato un po’ quello di “aspettiamo domani”, e che si sarebbero dovute adottare prima misure più drastiche. Nel paese c’è poi un grave problema di disinformazione: negli ultimi giorni un gruppo nazionalista ha tenuto una specie di festa per bere collettivamente urina di mucca, descrivendola come una cura contro il virus, una posizione sostenuta addirittura da un parlamentare del partito di Modi. Un’altra credenza che si è diffusa è che il virus si possa prendere mangiando carne di pollo.

La festa organizzata dal partito nazionalista Akhil Bharat Hindu Mahasabha in cui è stato distribuito il panchagavya, una bevanda rituale di latte, urina ed escrementi di mucca, animale sacro per gli induisti. (Yawar Nazir/Getty Images)

Le preoccupazioni principali continuano comunque a riferirsi ai pochi tamponi. Il New York Times ha per esempio raccontato di una dottoressa che ha perso il lavoro per aver insistito a fare il tampone su un paziente. La scarsità di kit per il test, e la bassa capacità di analisi degli stessi, sono problemi di cui il governo si è occupato nelle ultime settimane, e ora ci sono 50 laboratori nel paese in grado di analizzare i tamponi.

C’è anche chi crede che l’India sia per certi versi attrezzata a rispondere a un’epidemia di coronavirus per la sua popolazione mediamente giovane, che riduce il numero di persone a rischio. Per quanto riguarda il clima caldo del paese, non ci sono ancora prove che possa indebolire in qualche modo il coronavirus.