(Mohammad Mohsenzadeh/Mizan News Agency via AP)
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  • giovedì 27 Febbraio 2020

Il coronavirus sta diventando un enorme problema in Iran

Sono stati contagiati parlamentari e membri del governo, un ex ambasciatore è morto; il governo continua a diffondere numeri poco credibili e si rischiano molti contagi nei paesi vicini

(Mohammad Mohsenzadeh/Mizan News Agency via AP)

Masoumeh Ebtekar, vicepresidente iraniana per le Donne e gli Affari Familiari, è risultata positiva al coronavirus (SARS-CoV-2). Ebtekar, la donna con l’incarico politico più importante in Iran, non è la prima politica iraniana di rilievo contagiata dal virus ed è possibile che non sarà l’ultima: ieri Ebtekar ha partecipato alla tradizionale riunione settimanale del governo guidato dal presidente Hassan Rouhani, insieme a una ventina di altre persone, tutti membri del governo.

Le cose da sapere sul coronavirus

Da qualche giorno l’Iran viene considerato uno dei paesi più preoccupanti in quanto a diffusione del coronavirus, soprattutto perché i numeri comunicati dal governo sembrano poco credibili.

Secondo gli ultimi dati diffusi dal ministero della Salute, il numero totale dei casi è salito a 245, mentre le persone morte sono 26: significa un tasso di letalità del 10 per cento circa, molto superiore a quella tra l’1 e il 3 per cento registrato in altri paesi interessati dal virus. Per questo molti credono che il numero dei contagiati sia in realtà molto più alto. Le province iraniane interessate sono 19 su un totale di 31, incluse quelle dove vive la maggior parte della popolazione del paese.

A preoccupare sono anche altre cose. Anzitutto il fatto che diversi membri del governo e del parlamento siano risultati positivi al coronavirus: per esempio il viceministro della Salute, Iraj Harirchi, che solo due giorni fa aveva negato che il suo governo stesse diffondendo numeri sul coronavirus più bassi di quelli reali, e Mahmud Sadeghi, parlamentare eletto a Teheran, che dopo avere scoperto la positività ha scritto su Twitter: «Il mio test per il coronavirus è risultato positivo… Non ho molte speranze di continuare a vivere in questo mondo».

Giovedì è stata annunciata anche la morte di Hadi Khosroshahi, 81enne ex ambasciatore iraniano al Vaticano: sembra che avesse iniziato a stare male qualche giorno fa nella città di Qom, ma che fosse andato in ospedale solo mercoledì, quando era stato sottoposto al tampone per il coronavirus, risultato positivo.

La situazione sembra particolarmente grave proprio a Qom, città 150 chilometri a sud della capitale Teheran e importante meta di pellegrinaggio per i musulmani sciiti, sia iraniani che provenienti da altri paesi vicini.

Di Qom si era iniziato a parlare pochi giorni fa, quando Ahmad Amiriabadi Farahani, deputato di Qom, aveva detto al parlamento iraniano che solamente nella sua città il numero dei morti per coronavirus era circa quattro volte superiore al numero ufficiale diffuso dal governo per l’intero paese. Farahani aveva parlato di 50 morti e 250 persone messe in quarantena, compreso il direttore dell’ospedale universitario. La notizia era stata smentita dal viceministro della Sanità, Iraj Harirchi, lo stesso che poi è risultato positivo al test del coronavirus.

Negli ultimi giorni diverse persone che avevano visitato Qom sono risultate positive al coronavirus: tra loro ci sono anche alcuni stranieri, che sono ora ricoverati negli ospedali dei loro paesi.

Operatori disinfettano un treno della metropolitana di Teheran per il coronavirus (AP Photo/Ebrahim Noroozi)

A differenza di altri paesi vicini, l’Iran ha un sistema sanitario ben sviluppato, con molti dottori e infermieri di buon livello. A partire dalla Rivoluzione islamica del 1979, i servizi medici in Iran furono estesi alle parti più remote del paese e nel corso degli anni il sistema nazionale riuscì a superare crisi sanitarie piuttosto serie: per esempio eradicò la polio già negli anni Ottanta, facendo molto meglio di altri paesi del Medio Oriente, e lo scorso anno riuscì a bloccare la diffusione dell’Influenzavirus B dopo che aveva ucciso oltre 100 persone.

Il Financial Times ha scritto però che la capacità del sistema sanitario iraniano di bloccare la diffusione del coronavirus non è certa: sia perché si hanno ancora poche informazioni sul virus, sia a causa delle sanzioni economiche imposte all’Iran negli ultimi anni, in particolare quelle statunitensi reintrodotte dal presidente Donald Trump nell’estate del 2018.

In una situazione di ancora maggiore incertezza si trova l’Iraq, che condivide un confine di 1.500 chilometri con l’Iran attraverso il quale si sviluppano rapporti commerciali bilaterali dal valore di 12 miliardi di dollari all’anno. Finora in Iraq sono stati confermati sei casi di coronavirus, tutti legati in un modo o nell’altro all’Iran. Un’epidemia in Iraq potrebbe essere devastante, hanno detto diversi esperti di sicurezza sanitaria citati dal Financial Times. L’Iraq ha un sistema sanitario indebolito da decenni di sanzioni economiche, violenze e instabilità, che potrebbe definitivamente collassare in caso di diffusione incontrollata di infezioni da coronavirus.

In Iran negli ultimi due giorni il regime ha cominciato a prendere misure più serie per contenere la diffusione del virus, anche se molti pensano che non siano sufficienti.

Il governo ha ordinato per esempio la chiusura di tutte le università per una settimana, di alcune scuole per tre giorni e la cancellazione di diverse manifestazioni culturali. Ha ordinato inoltre la chiusura delle moschee e di altri luoghi religiosi nella città di Qom, dove è stato cancellato anche un importante festival religioso previsto per marzo, e ha cancellato la preghiera del venerdì a Teheran e in altre città del paese (una decisione di enorme rarità).

Secondo il Wall Street Journal, però, non tutti stanno rispettando le nuove direttive: per esempio il sito religioso più importante in città, il Santuario di Fatima bint Musa, rimarrà aperto. Il custode del Santuario, l’ayatollah Mohammad Saeedi, ha detto in un video trasmesso dal sito di news iraniano Jamaran: «Consideriamo questo luogo sacro come una casa per curarsi. Una casa per curarsi significa che le persone vengono qui per ricevere cure da malattie fisiche e mentali. […] Certamente crediamo che si debba usare prudenza, e seguiremo le indicazioni sanitarie del caso».

La situazione per tutta la regione potrebbe peggiorare nei prossimi giorni. Oltre all’Iraq, ci sono stati i primi casi confermati di coronavirus anche in altri paesi: in Libano (3), in Bahrein (33), in Kuwait (43), in Afghanistan (1) e in Pakistan (2, con però circa 5mila pellegrini che stanno per tornare dall’Iran, molti dei quali hanno visitato Qom).