LeBron James e Giannis Antetokounmpo. (Jonathan Daniel/Getty Images)
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  • lunedì 17 Febbraio 2020

Un All Star Game con un senso

Quest'anno la storica partita di esibizione della NBA è stata insolitamente divertente e combattuta, per via di un nuovo regolamento e della memoria di Kobe Bryant

LeBron James e Giannis Antetokounmpo. (Jonathan Daniel/Getty Images)

Domenica sera a Chicago c’è stata la partita del 69esimo All Star Weekend, l’evento annuale della NBA in cui i migliori giocatori del campionato si sfidano in gare di abilità, di tiri da tre punti, di schiacciate e soprattutto in una amichevole tra giocatori dell’Est e giocatori dell’Ovest. Normalmente la partita dell’All Star Game è una lunga esibizione di schiacciate acrobatiche, tiri da lontanissimo e giocate che in generale hanno poco a che vedere con il basket e più con l’intrattenimento circense, favorite da una sostanziale assenza delle difese. Quest’anno, però, una importante modifica al regolamento della partita e la morte improvvisa di Kobe Bryant, avvenuta tre settimane fa, hanno fatto sì che la partita sia stata la più combattuta, divertente e coinvolgente da un bel po’ di tempo.

«Probabilmente nessuno nella storia recente ci ha tenuto di più a vincere l’All Star Game di Kobe Bryant. La combinazione delle modifiche al regolamento e la sua memoria hanno dato vita a una partita che lo avrebbe reso orgoglioso», ha scritto ESPN.

Tradizionalmente, nell’All Star Game si affrontano i migliori giocatori della Eastern Conference e i migliori della Western Conference, in una partita senza valore e il cui risultato viene dimenticato praticamente il giorno dopo. Nessuno è interessato a difendere e tutti ci tengono soprattutto a finire nelle raccolte delle azioni più spettacolari: con il risultato che gran parte della azioni si svolge senza difesa. Se questo genere di show ha funzionato a lungo, da anni era ormai diventato evidente che qualcosa andasse cambiato per ravvivare la partita, e così nel 2018 fu introdotta una nuova formula, che prevedeva che ad affrontarsi fossero due squadre guidate da altrettanti capitani, che scelgono i propri compagni indipendentemente dalla Conference di appartenenza.

Ma a rendere davvero diverso l’All Star Game 2020 è stato il sistema del punteggio: è stato azzerato all’inizio di ogni quarto, con il vincitore di ciascuno che ha ottenuto 100mila dollari da donare a una propria organizzazione benefica. Arrivati all’ultimo quarto, il cronometro che normalmente limita a 12 minuti la durata di ciascun quarto è stato eliminato. Alla somma dei punti totali segnati dalla squadra che ne aveva fatti di più fino a quel momento ne sono stati aggiunti 24, come l’ultimo numero di maglia di Bryant, e quello è stato fissato come risultato finale da raggiungere, per fare sì che la partita si concludesse per forza di cose con un tiro della vittoria. Questo nuovo regolamento, chiamato “Elam ending”, è stato preso da un popolare torneo estivo di basket statunitense.

Le due squadre dell’All Star Game di Chicago, come quelle della precedente edizione, erano guidate da LeBron James dei Los Angeles Lakers e da Giannis Antetokounmpo dei Milwaukee Bucks. Nel “Team LeBron” c’erano tra gli altri Anthony Davis dei Lakers, Kawhi Leonard dei Los Angeles Clippers, Luka Dončić dei Dallas Mavericks e James Harden degli Houston Rockets. Nel “Team Giannis” c’erano Joel Embiid dei Philadelphia 76ers, Paskal Siakam dei Raptors, Kemba Walker dei Boston Celtics e Trae Young degli Atlanta Hawks. Tutti i giocatori della squadra di Antetokounmpo hanno indossato il numero 24 come quello di Bryant, mentre quelli della squadra di James avevano il 2 come quello di sua figlia Gianna, morta con lui nell’incidente di elicottero.

Il Team Giannis ha vinto il primo quarto, il Team LeBron il secondo, e il terzo è finito in parità: il punteggio finale da raggiungere nel quarto quarto è stato quello di 157, ottenuto sommando 24 punti ai 133 fatti nei primi tre quarti dal Team Giannis.

Al posto dei soliti alley oop, tiri da 12 metri e schiacciate senza nessuna forma di opposizione, nell’ultimo quarto della partita di domenica si sono viste stoppate, rimbalzi presi sgomitando, tuffi per recuperare palloni, difese relativamente tenaci, proteste per le decisioni degli arbitri e tiri che tutto sommato si possono vedere anche in una normale partita di NBA. Alla fine ha vinto la squadra di James, nonostante fosse partita in svantaggio, anche se per una casualità la partita si è chiusa nel modo meno spettacolare possibile: il canestro con il quale è stato raggiunto il punteggio di 157 è avvenuto su tiro libero, cosa più noiosa e ordinaria di un tiro da lontano, come quello provato da James per chiudere la partita sul punteggio di 154 a 153.

«Nessuno di noi sapeva cosa aspettarsi. Ma nel corso di tutto l’ultimo quarto e alla fine della partita eravamo tutti tipo: “Questo è molto divertente”» ha sintetizzato James.

Il premio di MVP, assegnato al migliore giocatore, è andato a Kawhi Leonard, uno dei più forti giocatori della lega che l’anno scorso ha guidato i Raptors alla loro prima, storica vittoria di un titolo. Leonard è per molti versi il giocatore che più assomiglia a Bryant nella NBA di oggi, soprattutto per l’aggressività agonistica: non a caso il suo ex allenatore Gregg Popovich aveva chiesto a Bryant, quando si era ritirato, di fargli da mentore.

Bryant giocò per 18 volte l’All Star Game, nelle sue 20 stagioni in NBA: la sua prima volta, nel 1998, fece arrabbiare i veterani perché mise in campo da subito la sua competitività, tanto che il suo allenatore lo tenne in panchina nell’ultimo quarto per non fargli vincere il premio di MVP in faccia ai colleghi più anziani. Lo vinse poi Michael Jordan, non a caso. Bryant e Jordan si sarebbero poi affrontati altre tre volte: nel 2003, l’ultimo All Star Game di sempre di Jordan, i due furono protagonisti di uno scambio di insulti scherzosi ma comunque piuttosto tesi, diventato un momento celebre della storia della NBA.