(Kevin Winter/Getty Images)

Gli Oscar per tutte le altre cose

Le categorie di cui si parla meno e i nomi in molti casi meno noti, per andare oltre il "bello/brutto" o le opinioni basate solo su quel che fanno gli attori e le attrici

(Kevin Winter/Getty Images)

Nella notte tra domenica e lunedì si terrà la 92ª cerimonia di premiazione degli Oscar, in cui saranno assegnati 24 premi. Quello di cui più si parlerà e del quale – forse – ci ricorderemo tra qualche anno, è quello per il miglior film; e quelli di cui il giorno dopo si parlerà di più saranno quelli per la regia o la recitazione. Ma tra i premi assegnati ai lungometraggi di finzione – cioè ai film che non sono documentari o cortometraggi – ci sono più di dieci premi cosiddetti “tecnici”, perché riguardano specifici aspetti di un film (come il sonoro, la fotografia o i costumi) e premiano determinati professionisti di alcuni campi del cinema, i cui nomi diventano raramente famosi (anche se ci sono delle eccezioni).

Sono aspetti determinanti per rendere un film quello che è – spesso basterebbe che uno solo di questi fosse trascurato per rovinare un film – ma tante volte passano in secondo piano. Gli Oscar sono una buona occasione per parlarne un po’.

Miglior fotografia

Jarin Blaschke – The Lighthouse
Roger Deakins – 1917
Rodrigo Prieto – The Irishman
Robert Richardson – C’era una volta a…Hollywood
Lawrence Sher – Joker

In inglese la fotografia del cinema si chiama “cinematography”: basta questo per spiegare quanto sia fondamentale per la riuscita di un film. Possono esistere film brutti con una buona fotografia, ma molto difficilmente un film bello riesce a esserlo nonostante una brutta fotografia. Il direttore della fotografia, colui o colei che ritira un Oscar per la migliore fotografia, è uno dei più importanti assistenti sul set, uno di quelli con il quale il regista parla più spesso e intensamente. Il direttore della fotografia è, in sintesi, il responsabile di tutte le immagini di un film: tra le altre cose decide – con il regista – dove mettere le luci, come inquadrare cosa e come far muovere la cinepresa. Ma anche che pellicola, quali cineprese e quali lenti usare.

Questo premio esiste dalla prima edizione degli Oscar, e per un paio di decenni furono assegnati ogni anno due Oscar per la migliore fotografia: a colori e in bianco e nero.  L’anno scorso il premio fu vinto da Alfonso Cuarón, il primo di sempre a vincere l’Oscar come direttore della fotografia di un film di cui era anche regista (Roma). Due anni fa vinse invece Roger Deakins, dopo 13 volte che era stato candidato senza mai vincere. È il grande favorito anche per quest’anno, grazie al suo notevole lavoro in 1917 di Sam Mendes.

Tra i film candidati, la fotografia più strana è quella fatta da Jarin Blaschke per il film  The Lighthouse, girato in bianco e nero.

Miglior montaggio

Andrew Buckland e Michael McCusker – Le Mans ’66 – La grande sfida
Tom Eagles – Jojo Rabbit
Jeff Groth – Joker
Thelma Schoonmaker – The Irishman
Yang Jinmo – Parasite

È l’Oscar che premia coloro i quali si trovano davanti a ore di girato e le trasformano in un film di un paio d’ore. È un lavoro lento che è ora fatto a computer e un tempo si faceva con le forbici. Orson Welles disse che era «come scrivere, un lavoro solitario», che per farlo bisognava «sgobbare, sgobbare e sgobbare» e che alla fine era tutta una questione di «senso del ritmo».

L’anno scorso vinse John Ottman, montatore di Bohemian Rhapsody e l’anno prima ancora Lee Smith, montatore di Dunkirk. È, insieme con la fotografia, l’attività peculiare del cinema, quello che permette a un film di essere quello che è. Quest’anno tutti i cinque film candidati al miglior montaggio sono anche candidati come migliori film e sebbene sembri essere una gara ancora aperta, il favorito sembra essere il sudcoreano Yang Jinmo, che ha lavorato a Parasite. Un film di cui il suo stesso regista Bong Joon-ho ha detto che è «una fine pioggerella» che piano piano cresce e diventa «un tifone». È in gran parte merito del montaggio.

Ma ha qualche possibilità di vittoria anche l’ottantenne Thelma Schoonmaker, storica collaboratrice di Martin Scorsese, che ha montato le oltre tre ore di The Irishman (ha detto che non pensava proprio che alla fine sarebbe stato così lungo), che è stata nominata più di venti volte e che ha già vinto tre Oscar per Toro scatenato, The AviatorThe Departed.

Miglior scenografia

Dennis Gassner e Lee Sandales – 1917
Lee Ha-jun e Cho Won-woo – Parasite
Barbara Ling e Nancy Haigh – C’era una volta…a Hollywood 
Bob Shaw e Regina Graves – The Irishman
Ra Vincent e Nora Sopková – Jojo Rabbit

In inglese la scenografia è il “production design” e fino a qualche anno fa il premio era noto come quello per l’art direction. Come si vede dal fatto che per ogni film ci sono due persone nominate, il premio viene diviso tra lo scenografo vero e proprio tra due figure professionali: il product designer e il set decorator, l’arredatore di scena. Insieme, il loro lavoro consiste nel progettare, decidere e allestire il set mettendo nelle inquadrature più o meno tutto quello che non sono gli attori, provando a far sembrare vero o quantomeno verosimile quello che di solito non lo è.

L’anno scorso vinse Black Panther, probabilmente per il modo in cui seppe creare interni ed esterni della città immaginaria di Wakanda. Quest’anno il film favorito per questo premio è C’era una volta…a Hollywood, per come ha saputo ricreare tanti luoghi, interni ed esterni di una città e di un periodo nell’immaginario di molti.

Ling, la scenografa del film di Tarantino, è nata e cresciuta a Los Angeles e nell’anno in cui è ambientato il film, il 1969, aveva 17 anni. All’Hollywood Reporter ha raccontato che Tarantino le disse da subito che però «non voleva fare un documentario, ma ricreare quello che al tempo era l’essenza della città».

Migliori effetti speciali

Matt Aitken, Dan DeLeeuw, Russell Earl e Daniel Sudick – Avengers: Endgame
Greg Butler, Dominic Tuohy e Guillaume Rocheron – 1917
Leandro Estebecorena, Stephane Grabli e Pablo Helman –The Irishman
Roger Guyett, Neal Scanlan e Patrick Tubach – Star Wars: L’ascesa di Skywalker 
Andrew R. Jones, Robert Legato, Elliot Newman e Adam Valdez – Il re leone 

Questo premio esiste dal 1940, quando a vincere fu il film La grande pioggia. Negli ultimi cinque anni il premio è stato vinto da Interstellar, Ex Machina, Il libro della giungla, Blade Runner 2049 e First Man. Bisogna tra l’altro tenere presente che questo premio non va solo a chi mette più esplosioni e navicelle spaziali e si può vincere anche con effetti di altro tipo. Forse è il nome italiano che trae un po’ in inganno: in inglese è “visual effects”, effetti visivi.

Le previsioni su quest’Oscar sono davvero difficili e al momento non sembra esserci un vero favorito e potrebbe vincere sia uno dei tre film della Disney (Avengers: Endgame, Il re leone e l’ultimo Star Wars) o, qualora l’Academy volesse premiare effetti speciali usati per funzioni diverse, in storie di tutt’altro tipo, 1917 o The Irishman.

Dovesse vincere The Irishman si tratterebbe però di un premio storicamente rilevante, perché dato a un film in cui la maggior parte del lavoro di postproduzione ha riguardato il ringiovanimento digitale di alcuni suoi attori, una cosa che nel cinema vedremo sempre più spesso.

Miglior trucco e acconciatura
Vivian Baker, Anne Morgan e Kazuhiro Tsuji – Bombshell – La voce dello scandalo 
Rebecca Cole, Naomi Donne e Tristan Versluis – 1917
Kay Georgiou e Nicki Ledermann – Joker
Paul Gooch, Arjen Tuiten e David White – Maleficent – Signora del male
Jeremy Woodhead – Judy

Il premio esiste dal 1982 (quando si premiava solo il trucco e vinse Un lupo mannaro americano a Londra) ed è sempre stato un Oscar particolare: per due anni furono nominati solo due film, nel 1984 non fu assegnato e dal 1985 in poi i candidati sono sempre stati tre e non cinque come in quasi tutte le altre categorie. L’anno scorso vinse Vice – L’uomo nell’ombra (che seppe trasformare Christian Bale in Dick Cheney) e due anni fa L’ora più buia (che seppe trasformare Gary Oldman in Winston Churchill).

Per il premio di quest’anno il nome che gira di più è Bombshell, film con Charlize Theron, Nicole Kidman e Margot Robbie, che nei cinema arriverà a marzo.

Migliori costumi
Mark Bridges – Joker
Jacqueline Durran – Piccole donne
Arianne Phillips – C’era una volta…a Hollywood 
Sandy Powell e Christopher Peterson – The Irishman
Mayes C. Rubeo – Jojo Rabbit

Esiste dal 1940 e, così come altri premi fino alla seconda metà degli anni Sessanta era doppio: ce n’era uno per i costumi dei film in bianco e nero e uno per i film a colori. La persona che ha vinto più Oscar per i Migliori costumi è Edith Head, che è anche la donna ad aver vinto più Oscar in qualsiasi categoria: è stata nominata 35 volte e ha vinto in otto occasioni. L’anno scorso vinsero i costumi di Black Panther e quest’anno è quasi certo che gli Oscar dovrebbero tornare a premiare, come spesso successo in passato, un film ambientato diversi decenni fa: i favoriti sembrano essere infatti Piccole donneJojo Rabbit, ambientati nell’America dell’Ottocento e nella Germania nazista.

Dei costumi del primo si è occupata Jacqueline Durran, già vincitrice dell’Oscar nel 2013, per Anna Karenina; a quelli del secondo ha lavorato la messicana Mayes C. Rubeo che a curriculum ha film come Apocalypto, Avatar, World War Z e Thor: Ragnarok.

Miglior colonna sonora
Alexandre Desplat – Piccole donne 
Hildur Guðnadóttir – Joker
Randy Newman – Storia di un matrimonio (Marriage Story)
Thomas Newman – 1917
John Williams – Star Wars: L’ascesa di Skywalker

Una categoria piena di grandi nomi del mestiere, compresi i cugini Randy e Thomas Newman, rispettivamente alla nona e alla quattordicesima nomination, e alla 93esima per la famiglia Newman, praticamente una dinastia, quando si parla di colonne sonore. È la famiglia con più nomination nella storia degli Oscar, ma sono comunque meno del doppio di quelle che ha ottenuto John Williams, alla sua 52esima (sette in meno di uno che di nome faceva Walt e di cognome Disney).

Tra tutti questi mostri sacri – anche Desplat ha già vinto due Oscar – la favorita al momento è la violoncellista e compositrice islandese Hildur Guðnadóttir, autrice anche della colonna sonora della miniserie Chernobyl.

Migliori sceneggiature

Originali
Noah Baumbach – Storia di un matrimonio 
Bong Joon-ho e Han Jin-won – Parasite 
Rian Johnson – Cena con delitto
Sam Mendes e Krysty Wilson-Cairns – 1917
Quentin Tarantino – C’era una volta…a Hollywood

Non originali
Greta Gerwig – Piccole donne 
Anthony McCarten – I due papi 
Todd Phillips e Scott Silver – Joker
Taika Waititi – Jojo Rabbit
Steven Zaillian – The Irishman

Sono originali le sceneggiature che non arrivano da idee precedenti – che siano libri, racconti brevi o opere teatrali. Una curiosità: anche se quest’anno non è il caso, tutti i sequel contano come “non originali”, perché basati (in quanto seguiti) su storie già esistenti. Un anno fa vinsero Green Book e BlacKkKlansman, due anni fa Get Out e Chiamami col tuo nome.

Quest’anno quasi tutti i film delle due categorie – fatta eccezione per The Irishman e I due papi – sono firmati (nella maggior parte dei casi senza la collaborazione di altri) da chi li ha anche diretti: è in genere un segno di progetti piuttosto personali. Tra le sceneggiature originali dovrebbe essere una sfida tra Tarantino (già vincitore di due Oscar per la sceneggiatura, e mai di uno per la regia) e i due sceneggiatori di Parasite. La favorita per il premio alla miglior sceneggiatura non originale è Greta Gerwig, autrice dell’ennesimo adattamento per il cinema del romanzo di Louisa May Alcott.

Quei due del sonoro

Miglior sonoro
David Giammarco, Paul Massey e Steven A. Morrow – Le Mans ’66 – La grande sfida 
Tom Johnson, Gary Rydstrom e Mark Ulano – Ad Astra
Todd Maitland, Tom Ozanich e Dean Zupancic – Joker
Christian P. Minkler, Michael Minkler e Mark Ulano – C’era una volta…a Hollywood 
Mark Taylor e Stuart Wilson – 1917

Miglior montaggio sonoro
Donald Sylvester – Le Mans ’66 – La grande sfida 
David Acord e Matthew Wood – Star Wars: L’ascesa di Skywalker
Alan Robert Murray – Joker
Wylie Stateman – C’era una volta a… Hollywood
Oliver Tarney e Rachael Tate – 1917

Sono due Oscar diversi, ma facilmente confondibili, anche per colpa dei fraintendimenti che si generano nella traduzione in italiano. L’Oscar per il Miglior sonoro (“sound mixing” in inglese) esiste dagli anni Trenta, mentre l’Oscar per il Miglior montaggio sonoro (“sound editing”) esiste dal 1964, ma ci sono state diverse edizioni degli Oscar in cui non è stato assegnato. Il mixing e l’editing del suono sono tra loro strettamente collegati; semplificando si può però dire che l’editing viene prima (è la scelta dei suoni da “mettere” in un film) e il mixing arriva dopo, in post-produzione.

Variety spiega così la differenza: «dopo che il sound editor ha montato tutto quello che il pubblico sentirà nel film, il sound mixer decide come il pubblico sentirà quei suoni».

L’anno scorso entrambi i premi furono vinti da Bohemian Rhapsody e due anni fa entrambi da Dunkirk. Quest’anno il favorito – per entrambi – è 1917.

E sì, c’è chi vorrebbe unire i due premi, magari per fare posto a uno di questi.