• Cultura
  • venerdì 15 novembre 2019

Gli spazi e i tempi di “Parasite”

È il film sudcoreano che ha vinto la Palma d'oro a Cannes e che secondo qualcuno potrebbe addirittura puntare all'Oscar

Parasite, film sudcoreano diretto da Bong Joon-ho, è arrivato nei cinema italiani il 7 novembre ed è ancora disponibile in diverse sale. Finora in Italia non l’hanno visto in molti, meno di 100mila spettatori (per farsi un’idea, Joker ha superato i 4 milioni) ma è un film che si è fatto notare: ha ricevuto ottime recensioni e ha vinto la Palma d’Oro al Festival di Cannes, e se ne parla anche come di un possibile candidato all’Oscar per il miglior film. Una cosa decisamente inconsueta, per un film in cui le parole in inglese sono giusto una manciata.

Prima di parlarne più nel dettaglio, ci sono tre cose da dire su Parasite. La prima è che è uno di quei film a cui è difficile dare un genere, perché – pur stando molto stretti – è un thriller ma anche una commedia, e di sicuro anche un film drammatico. La seconda, in parte conseguenza della prima, è che è un film vivace e dinamico, pieno di colpi di scena e momenti spiazzanti. La terza, utile se qualcuno dovesse sentirsi spaventato dalle parole “film sudcoreano”, è che in Parasite ci sono alcuni riferimenti alla cultura sudcoreana – tra l’altro molto apprezzabili per chi gradisce vedere film “di altre culture” – ma, come ha scritto il New York Times, potrebbe benissimo essere ambientato anche a Los Angeles o Londra.

Bong Joon-ho, il regista, ha 50 anni. I suoi film più recenti sono Snowpiercer e Okja (entrambi almeno un po’ di fantascienza), ma il film con cui si fece conoscere è Memories of Murder, del 2003, a cui nel 2006 seguì l’horror di fantascienza The Host.

Parasite è ambientato ai giorni nostri in Corea del Sud e inizia presentando i quattro membri della famiglia Kim: padre, madre, figlio e figlia. I genitori sono disoccupati e nemmeno i figli, in età da università, studiano o lavorano. Vivono tutti e quattro in un umido seminterrato di un quartiere povero, la cui unica vista sull’esterno è data da una finestra al livello della strada. L’innesco per la trama del film arriva quando il figlio trova lavoro come insegnante d’inglese presso una ricca famiglia, che vive in una villa di design in un quartiere per bene su una specie di collina, con un ampio giardino. In questa villa vivono i Park, anche loro in quattro, con la loro domestica. Il signore e la signora Park sono ingenui e il ragazzo riesce a far sì che anche gli altri suoi familiari (senza dire di essere suoi familiari) finiscano a lavorare per loro. Più o meno dopo un’ora di film, i Park partono per il campeggio e i Kim si trovano quindi liberi di fare quel che pare loro a casa dei Park. Sembrano aver raggiunto il loro obiettivo, ma poi succedono una serie di imprevisti (che non scriveremo).

Parasite è stato apprezzato in ogni suo aspetto – dalla recitazione alla fotografia passando per la colonna sonora (in cui tra l’altro c’è una canzone di Gianni Morandi) – e la vivacità della trama è ovviamente merito della sceneggiatura, di cui Bong Joon-ho è co-autore. Ma ci sono due elementi che, molto più che in altri casi, sono determinanti per rendere il film quello che è: la scelta e l’uso degli spazi, e la gestione dei tempi.

Gli spazi
Non serve essere abbonati ai Cahiers du Cinéma, la prestigiosa rivista francese di critica cinematografica, per notare fin da subito la palese differenza tra i due luoghi principali di Parasite: l’angusto e sporco seminterrato dei Kim, e l’ampia ed elegante casa dei Park. Ci sono anche alcune notevoli scene all’esterno, ma non è un caso che Bong abbia raccontato di aver inizialmente pensato al film come a una possibile rappresentazione teatrale.

Entrambe le case sono state ricreate in un set e quindi costruite da zero apposta per il film. La casa dei Park è spaziosa e “ultra minimalista“: quando ci sono solo uno o due personaggi inquadrati, c’è tanto spazio intorno a loro; quando ci sono molti personaggi insieme è possibile mostrarli tutti nella stessa inquadratura. Nella casa dei Park c’è quindi anche spazio per nascondersi o spiarsi. Al contrario, sembra quasi che i Kim facciano quasi fatica a entrare tutti nella stessa stanza, oltre che nella stessa inquadratura.

La casa che più si fa notare è senza dubbio quella dei Park, in cui si svolge la maggior parte del film. Il sito Architectural Digest ne ha parlato dal punto di vista estetico, definendola «semplice, elegante, moderna, piena di legno, vetro, silhouette e linee pulite». Il sito di cinema IndieWire, invece, ne ha approfondito le parti più cinematografiche, parlandone con lo scenografo Lee Ha Jun. Lee ha spiegato di aver «messo priorità ai punti e agli angoli di ripresa» e di averla progettata e poi realizzata partendo dalla sceneggiatura e sapendo già le necessità che Bong avrebbe avuto per certe scene. IndieWire parla della casa dei Park come di una delle «migliori realizzazioni della scenografia cinematografica contemporanea» e Bong ha raccontato che tutta la giuria del festival di Cannes – gente che di cinema se ne intende, come Alejandro Gonzalez Iñarritu e Yorgos Lanthimos – era convinta che fosse una vera casa.

Un altro spazio importantissimo per il film, e la cui ricorrenza è facile da notare, sono le scale: ma è una cosa che diventa ancora più evidente nella seconda metà del film, quella di cui abbiamo scelto di non parlare.

I tempi
Oltre al dove, gran parte della riuscita di Parasite è data dal come. Una volta che la casa dei Park diventa l’ambiente principale della storia, lo spettatore ne scopre gli spazi insieme ai Kim. Per far sì che lo spettatore si metta a suo agio con la nuova casa, Bong usa in genere scene molto lunghe – il film ha 960 tagli, quando molti film d’azione, o thriller, possono arrivare ad averne il doppio – proprio perché gli ampi spazi permettono di seguire quel che succede girando o muovendo la cinepresa, e quindi senza fare stacchi tra un’inquadratura e l’altra. Nella casa dei Park le cineprese sono «disposte come le ossa di uno scheletro», ha scritto IndieWire.

Oltre ai tempi con cui viene scelto quando e come passare da un’inquadratura all’altra, ci sono anche i tempi del racconto, la scelta di quando far succedere quel che succede. Man mano che i Kim riescono con l’inganno a infiltrarsi tra i Park, potrebbe capitare di avere la sensazione di capire dove il film andrà a parare. A un certo punto, come abbiamo detto, i Park partono per il campeggio e i Kim restano soli a gustarsi la casa e il successo delle loro macchinazioni, con in sottofondo “In ginocchio da te” di Gianni Morandi. Fino a quel momento il film è stato, secondo una definizione molto usata, una “satira sociale”; da lì in poi il film prende strade impreviste e scivola verso altri generi e registri. Bong ha raccontato che voleva far sì che Parasite fosse «una fine pioggerella» che piano piano cresce, «per diventare un tifone».

Bong ha raccontato a Entertainment Weekly che per riuscirci ha dovuto mettere in atto un «caos controllato», e creare quello che il New York Magazine ha definito «uno stato di costante e agitata trasformazione». Sempre parlando di Bong e della sua capacità di gestire tempi e registri diversi, A.O. Scott ha scritto sul New York Times che ha una «precisione tecnica senza pietà» e che «nei suoi film le azioni e le reazioni sono spesso sorprendenti, ma mai insensate», perché «i suoi personaggi hanno serietà, densità e grazia, oltre a una discreta dose di stupidità». Scott ha anche aggiunto che Parasite è «il film dell’anno» e che «Bong potrebbe essere il regista del secolo».

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