Questa è l’America

Come comincia il primo libro di Francesco Costa, peraltro vicedirettore del Post, su un paese che conosciamo meno di quanto pensiamo

È uscito oggi il primo libro di Francesco Costa, giornalista e peraltro vicedirettore del Post. Il libro si intitola Questa è l’America. «Ci sono molti posti del mondo di cui sappiamo meno che degli Stati Uniti d’America», scrive Costa all’inizio del libro, «ma non ci sono posti con un divario più ampio degli Stati Uniti tra quello che crediamo di sapere e quello che sappiamo effettivamente». A causa della gigantesca influenza statunitense nei nostri consumi e nella nostra cultura, infatti, «pensiamo di conoscere bene l’America quando in realtà, nella gran parte dei casi, la nostra idea è un impasto di luoghi comuni e poche informazioni concrete», mescolate al nostro «tifo politico locale».

Il libro – frutto di anni di attività giornalistica e viaggi sul campo che Costa ha raccontato attraverso la newsletter e il podcast Da Costa a Costa – prova a colmare questo divario attraverso alcune storie che permettono di conoscere un po’ meglio le persone che abitano il più potente paese del mondo, rispondendo ad alcune frequenti domande sull’America e sugli americani: perché questo assurdo sistema sanitario? Perché non vogliono liberarsi delle armi? Qual è il segreto e il costo del predominio economico degli Stati Uniti? Come si arriva ad avere alla presidenza Barack Obama e Donald Trump nel giro di pochi anni? Pubblichiamo di seguito un estratto del primo capitolo del libro, che affronta una delle grandi storie americane contemporanee meno raccontate e comprese: l’abuso dei farmaci antidolorifici e le sue enormi conseguenze.

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C’è l’insegnante cinquantenne che non ha mai toccato nemmeno una sigaretta, ma inizia a prendere gli antidolorifici oppiacei durante una chemioterapia e ne diventa dipendente mentre guarisce dal cancro. C’è l’operaio che ha lavorato tutta la vita in fabbrica e comincia ad assumerli su indicazione del suo medico per curare un dolore cronico alla schiena. C’è il giovane giocatore di football a cui gli antidolorifici vengono prescritti dopo un brutto infortunio. C’è la rockstar nota per la sua vita monacale – Prince – che prende un antidolorifico per alleviare un dolore all’anca e muore per un’overdose accidentale. Il punto di partenza è sempre diverso, quello di arrivo quasi mai.

Le dimensioni di questa epidemia non hanno precedenti. […] Dal 1999 al 2018 quasi 800.000 persone negli Stati Uniti sono morte per overdose; la grandissima parte per overdose da oppiacei. Soltanto nel 2017 i morti sono stati 70.237, il doppio di dieci anni prima: circa centonovanta ogni giorno, otto per ogni ora, una ogni sette minuti. Dieci volte il numero totale dei soldati caduti in Iraq e in Afghanistan dal 2001 a oggi, più di tutti i soldati morti in Vietnam, Iraq e Afghanistan messi insieme. Il tutto in un solo anno: come l’anno prima, come quello prima ancora e come quello dopo. Let that sink in, direbbero loro, prendetevi un momento per assorbire e pesare questa informazione. Il numero dei morti per overdose da oppiacei quell’anno negli Stati Uniti non ha superato soltanto il numero dei morti per armi da fuoco: ha superato il numero massimo mai registrato di morti per armi da fuoco in un solo anno (il 2017). Non ha superato soltanto il numero dei morti per HIV: ha superato il numero massimo mai registrato di morti per HIV in un solo anno (il 1995). Non ha superato soltanto il numero dei morti per incidenti stradali: ha superato il numero massimo mai registrato di morti in incidenti stradali in un solo anno (il 1972). […]

Se negli Stati Uniti la stampa si è accorta tardi di questo fenomeno, i media internazionali lo hanno quasi completamente ignorato: se n’è parlato molto poco, e meno di quasi tutto il resto. Non è una novità, né una sorpresa. Ci sono molti posti del mondo di cui sappiamo meno che degli Stati Uniti d’America, ovviamente, ma non ci sono posti con un divario più ampio degli Stati Uniti tra quello che crediamo di sapere e quello che sappiamo effettivamente. L’influenza statunitense nei nostri consumi è così gigantesca e longeva – e tanto sono grandi la nostra cultura da bar e il nostro bisogno di mostrare quanto la sappiamo lunga – che pensiamo di conoscere bene l’America quando in realtà, nella gran parte dei casi, la nostra idea è un impasto di luoghi comuni e poche informazioni concrete.

Quando descriviamo l’assurdo sistema sanitario statunitense, lo facciamo spesso scegliendo due argomentazioni imprecise e fallaci, tra le molte valide che avremmo invece a disposizione: quella per cui se non hai un’assicurazione «ti lasciano morire per strada» (falso) e quella per cui «la sanità si paga» (perché, in Italia chi la paga?). Crediamo che gli statunitensi siano tutti armati fino ai denti – ci sono effettivamente più armi che persone – ma non sappiamo che la metà delle armi in circolazione in America è posseduta dal 3 per cento della popolazione. […] Coltiviamo il luogo comune secondo cui gli Stati Uniti userebbero la mano pesante contro l’evasione fiscale e i reati dei cosiddetti colletti bianchi, ma in carcere ci vanno ancora soprattutto ragazzi neri. […] Siamo abituati a leggere l’intera politica estera statunitense innanzitutto sulla base del petrolio, della necessità di trovarlo e importarlo a prezzi sempre più convenienti, ma oggi gli Stati Uniti sono praticamente indipendenti dal punto di vista energetico. L’elenco potrebbe continuare.

Nell’impossibilità di dichiararci sorpresi – vorrebbe dire che qualcosa, di questi americani, forse ci è effettivamente sfuggito – alla fine della fiera accogliamo il risultato elettorale più clamoroso in oltre due secoli di storia statunitense, la vittoria di Donald Trump alle elezioni presidenziali del 2016, come la logica e prevedibile conseguenza dei nostri luoghi comuni, affidando loro anche la problematica spiegazione delle sue caratteristiche accidentali, contraddittorie e mai viste prima – Trump ha preso tre milioni di voti in meno della sua avversaria – così come il fatto che lo stesso paese, pressoché gli stessi elettori, pochi anni prima per ben due volte avessero scelto a gran maggioranza Barack Obama. Facciamo tutto questo sulla base delle cose che crediamo di sapere, della nostra crescente incapacità di rispondere «non lo so» a qualsiasi domanda o, peggio ancora, adattando al contesto statunitense il nostro tifo politico locale. Il tutto senza avere alcuna contezza di vicende ineludibili come quella che riguarda i farmaci antidolorifici, per esempio, del contesto che le ha innescate e della loro importanza nel definire cosa siano oggi gli Stati Uniti d’America e le persone che li abitano.