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  • lunedì 23 Dicembre 2019

La strage del “treno di Natale”

Il 23 dicembre del 1984 una bomba esplose tra Firenze e Bologna causando 16 morti e ferendo più di 250 persone

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Il 23 dicembre del 1984 una bomba esplose a bordo del treno Rapido 904, in viaggio tra Firenze e Bologna. Morirono 16 persone e più di 250 furono ferite. L’attentato, chiamato poi dai media la “strage di Natale”, dato che il treno era pieno di persone che stavano tornando a casa per le feste, arrivò cinque anni dopo quello alla stazione di Bologna, in un momento in cui il paese si considerava finalmente uscito dalla stagione dei grandi attentati, e segnò profondamente l’opinione pubblica. Anni dopo la magistratura dimostrò che la strage era stata compiuta dalla mafia e dalla camorra, che avevano acquistato l’esplosivo da alcuni estremisti neofascisti.

Secondo gli investigatori, la bomba era stata sistemata sopra una rete porta bagagli nella carrozza 9 del treno alla stazione di Santa Maria Novella, l’ultima fermata prima di attraversare gli Appennini e raggiungere Bologna nel suo viaggio da Napoli a Milano. La bomba esplose alle 19.08, quando il treno era da poco entrato nella grande galleria dell’Appennino, un tunnel lungo quasi 20 chilometri vicino Bologna. Secondo gli investigatori era una bomba radiocomandata: gli attentatori aspettarono che il treno entrasse nel tunnel proprio per massimizzarne l’effetto.

Lo scoppio, nello spazio chiuso della galleria, fu particolarmente potente. Tutti i finestrini e i vetri andarono in frantumi. La carrozza 9 fu sventrata, 15 persone morirono sul colpo e un’altra in seguito. Praticamente tutti i passeggeri riportarono ferite. Qualcuno tirò il freno d’emergenza e il treno si trovò bloccato esattamente al centro della galleria, con la carrozza nove in fiamme che emetteva fumo soffocante. Tra il caos, il freddo, il fumo e il buio (le luci di emergenza della galleria erano deboli e si spensero in fretta), l’attentato avrebbe potuto avere conseguenze enormemente più gravi, ma la fortuna e l’abilità dei soccorritori fecero sì che tutti i passeggeri superstiti fossero portati in salvo.

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Le indagini di magistrati e forze dell’ordine si diressero subito verso la pista della criminalità organizzata, soprattutto poiché prima della strage un collaboratore di polizia aveva anticipato che alcuni appartenenti alla camorra stavano preparando un attentato. Le indagini proseguirono in fretta. Nel corso del 1985 i magistrati scoprirono in una casa di Rieti dell’esplosivo simile a quello usato nell’attentato, detonatori e congegni per innescare un’esplosione a distanza.

Nell’ottobre del 1985, meno di un anno dopo, la magistratura incriminò il boss di Cosa Nostra Pippo Calò come mandante della strage e insieme a lui altre 22 persone per averla eseguita materialmente e aver procurato gli esplosivi. In particolare, i camorristi del clan Misso (dal nome del suo capo, Giuseppe Misso) erano accusati di aver eseguito materialmente la strage, mentre alcuni neofascisti erano accusati di aver fornito ai mafiosi l’esplosivo e gli altri congegni necessari a costruire la bomba.

Proprio in quei mesi, in Sicilia, stava cominciando il maxi processo contro Cosa Nostra istruito dal giudice Giovanni Falcone: secondo gli investigatori la strage del Rapido 904 era una risposta a quel processo. L’allora pm Piero Luigi Vigna scrisse che il mandante della strage era Calò e lo aveva fatto per conto di Cosa Nostra, che con la strage aveva «lo scopo pratico di distogliere l’attenzione degli apparati istituzionali dalla lotta alle centrali emergenti della criminalità organizzata che in quel tempo subiva la decisiva offensiva di polizia e magistratura per rilanciare l’immagine del terrorismo come l’unico, reale nemico contro il quale occorreva accentrare ogni impegno di lotta dello Stato».

Gran parte degli imputati fu condannata in primo grado e poi in appello. Arrivate in Cassazione, però, quasi tutte le condanne furono annullate dal giudice Corrado Carnevale, una controversa figura all’epoca soprannominata «l’ammazzasentenze». Carnevale ordinò di rifare il processo di appello, che però giunse alle stesse conclusioni. La sentenza fu infine confermata dalla Cassazione nel 1992. Calò e un suo alleato furono condannati all’ergastolo come mandanti della strage, mentre i camorristi furono condannati soltanto per aver acquistato e custodito l’esplosivo. In un altro procedimento fu condannato a sei anni Massimo Abbatangelo, deputato neofascista dell’MSI accusato di aver procurato l’esplosivo ai camorristi.

Negli anni successivi i giudici provarono a condannare come mandante della strage Totò Riina, che all’epoca stava diventando il capo assoluto di Cosa Nostra. Il processo però, iniziato alla fine del 2014, si è concluso pochi mesi dopo con l’assoluzione di Riina per mancanza di prove (Riina è successivamente morto in carcere nel novembre del 2017).