Un'immagine delle proteste dei commercianti cinesi di via Paolo Sarpi nel 2007 (ANSA)

La Lega, la Toscana e la Cina, visti da fuori

Un discusso articolo del New York Times ha messo in relazione l'ascesa di Salvini in Toscana e la concorrenza economica della Cina, azzeccando alcune cose e mancandone altre

Un'immagine delle proteste dei commercianti cinesi di via Paolo Sarpi nel 2007 (ANSA)

Il New York Times ha pubblicato un lungo reportage dall’Italia centrale e soprattutto dalla zona giornalisticamente nota come “la zona rossa”, l’area compresa tra Toscana, Marche e Umbria in cui la sinistra è stata a lungo la forza politica egemone e maggioritaria ma dove di recente, in concomitanza con la crisi economica e sociale di quelle aree, gli elettori votano sempre più spesso per la Lega e in generale per i partiti populisti e anti-establishment. Gli autori dell’articolo, Peter S. Goodman ed Emma Bubola, hanno intervistato artigiani, piccoli imprenditori e politici locali, tutti in questi anni colpiti dalla crisi, costretti a licenziare i propri dipendenti o a chiudere le loro attività.

Tutti o quasi hanno indicato tra le ragioni delle loro difficoltà la concorrenza dei paesi in via di sviluppo e più di tutti quella delle imprese cinesi, in grado di competere offrendo prezzi molto più bassi. Secondo Goodman e Bubola – che riprendono una tesi da anni molto diffusa e discussa in Italia – l’apertura al commercio con la Cina, la concorrenza delle sue imprese, la crisi e il senso di abbandono che questi fenomeni hanno sviluppato, hanno contribuito allo spostamento di centinaia di migliaia di voti da sinistra a destra e quindi al successo della Lega.

Per quanto non sia una tesi nuova, però, l’articolo ha suscitato numerose reazioni sui social network. In particolare il New York Times è stato accusato di trattare in maniera eccessivamente brutale e semplicistica il rapporto tra la Cina e l’Italia, ignorando per esempio le difficili condizioni a cui sono sottoposti i lavoratori cinesi in Italia, e anche il fatto che molti italiani abbiano guadagnato parecchio dalla concorrenza cinese. Più in generale, poi, i critici ricordano che non si può essere a favore della concorrenza solo quando ci favorisce – l’Italia ha ancora un’economia fondata sulle esportazioni – e non quando ci penalizza: le nuove condizioni del mercato richiedono adeguamenti e innovazioni da parte degli imprenditori, mentre chi non ci riesce rischia di chiudere, da sempre e ovunque.

L’effetto della concorrenza dei paesi in via di sviluppo sull’economia italiana è stato discusso e analizzato da ben prima dell’articolo del New York Times. L’idea più diffusa è che, complessivamente, l’apertura della Cina al commercio internazionale (che in genere viene fatta coincidere con la sua adesione all’Organizzazione mondiale del commercio, nel 2001) sia stata un fenomeno complicato da gestire, in particolare per paesi come il nostro.

Una volta che la Cina si è aperta al commercio internazionale, infatti, per i produttori cinesi è stato relativamente facile specializzarsi nella produzione di beni che non contenevano particolari innovazioni tecnologiche difficili da copiare, come scarpe, accessori e tessuti (oggi la situazione è in parte cambiata e la Cina ha iniziato a fare concorrenza anche in settori a maggior valore aggiunto). Potendo contare su una manodopera dal costo molto più ridotto rispetto ai paesi sviluppati, le merci cinesi sono arrivate sui mercati di tutto il mondo con prezzi molto competitivi e spesso spiazzando chi quelle merci le produceva da tempo con costi ben più alti.

È la stessa storia che lo scrittore Edoardo Nesi, erede di una famiglia di imprenditori del tessile di Prato, ha raccontato più volte in questi anni e ora anche al New York Times. I suoi genitori si erano arricchiti vendendo tessuti nella Germania Ovest, così come nel Dopoguerra avevano fatto altre centinaia di imprenditori della zona. A partire dagli anni Novanta, però, i produttori tedeschi hanno iniziato ad acquistare merci a prezzo minore prima dall’Europa Orientale e poi dalla Cina. Di fronte alla concorrenza, Nesi ha raccontato che l’azienda di famiglia iniziò ad abbassare il prezzo e a peggiorare la qualità dei suoi prodotti, «così da poter vendere a Zara». Ma anche Zara, grande società spagnola di abbigliamento,  oggi preferisce rifornirsi dalle fabbriche del sud est asiatico. Alla fine Nesi è stato costretto a vendere l’azienda di famiglia.

L’Italia, con la sua struttura fatta di microimprese spesso a conduzione familiare, quindi poco propense alla ricerca e all’innovazione, e la sua specializzazione in prodotti come abbigliamento e accessori, «è stata indubbiamente colpita in maniera maggiore di molti altri paesi dalla competizione cinese», ha scritto un gruppo di sei ricercatori in uno degli ultimi studi pubblicati sul tema. Nell’articolo, pubblicato tra i working papers del ministero dell’Economia, il gruppo sostiene che la concorrenza cinese sia responsabile per almeno un decimo del ritardo mostrato nella performance economica italiana sui mercati internazionali rispetto agli altri principali paesi europei. Questo lavoro è stato utilizzato tra gli altri dall’economista olandese Servaas Storm in un celebre articolo in cui analizza il declino economico italiano negli ultimi 30 anni.

Anche l’idea di collegare gli effetti negativi della globalizzazione e il declino economico di un’area alle sue scelte politiche non è nuova. A rendere popolare questo collegamento ha contribuito molto Andrés Rodríguez-Pose, economista della London School of Economics, che in un articolo dello scorso febbraio (intitolato “La vendetta dei luoghi dimenticati”) mostra come le aree che hanno votato di più per Donald Trump, per Brexit e per Marine Le Pen (tutte scelte di forte rottura con il passato, seppure in contesti diversissimi) siano allo stesso tempo le aree più danneggiate dagli effetti del commercio internazionale. Di questo problema si sono occupati anche gli economisti premi Nobel Esther Duflo e Abhijit V. Banerjee nel loro ultimo libro (Good Economics for Hard Times, ancora inedito in Italia).

D’altro canto è comprensibile che l’articolo del New York Times sia stato criticato. A partire dal titolo (“Le radici cinesi dell’estrema destra italiana”), gli autori sembrano dare al commercio con la Cina tutta la responsabilità del successo politico di Matteo Salvini e della Lega, il che è senza dubbio esagerato, visto che è avvenuto anche in tantissime altre parti del paese in condizioni molto diverse. L’articolo inoltre sembra mettere sullo stesso piano fenomeni profondamente diversi: per esempio tratta allo stesso modo la concorrenza delle imprese cinesi che si trovano in Cina e gli effetti sull’economia italiana prodotti dalle imprese che operano in Italia, con titolari (e spesso dipendenti) cinesi.

È noto che in zone come quella di Prato l’imprenditoria cinese è molto diffusa e in molti casi ha rilevato quella italiana. Ma il meccanismo con il quale è avvenuto questo passaggio è spesso poco limpido e non si spiega con le dinamiche del commercio internazionale. Molti marchi della moda italiana che si riforniscono dalle imprese di Prato, per esempio, richiedono prezzi così bassi che è spesso impossibile produrre la merce richiesta senza ricorrere all’economia informale: lavoro nero, evasione fiscale, assenza del rispetto delle normative sulla sicurezza. I lavoratori di queste fabbriche, quasi sempre cinesi, sono spesso sottoposti a condizioni lavorative disumane ed esposti a gravi pericoli per la loro salute.

In passato soltanto gravi incidenti, come la morte di 7 lavoratori nell’incendio di un capannone nel 2013, sono riusciti a portare l’attenzione pubblica su questi problemi. Ma anche in questi casi, l’interesse del pubblico per la situazione dei cinesi in Italia ha assunto connotati discriminatori quando non apertamente razzisti. Raramente ci si è soffermati sul ruolo dei committenti italiani in questo meccanismo, preferendo concentrarsi su quello dei terzisti cinesi che magari venivano anche accusati di aver rubato il lavoro ad aziende italiane (quando spesso il subentro di imprenditori cinesi avviene perché gli italiani preferiscono vendere le aziende e reinvestire i capitali in attività meno rischiose).

Esistono istituzioni pubbliche del nostro paese, come l’Ispettorato del lavoro e numerose polizie locali, che hanno organizzato campagne in cui gli imprenditori cinesi sono stati presi di mira con particolare attenzione proprio sulla base della loro nazionalità o della loro etnia (e questo ha spesso portato gli imprenditori cinesi a protestare, contro quello che ritenevano un atteggiamento persecutorio). Anche se in molte aree con un forte insediamento di cittadini cinesi, come il quartiere Paolo Sarpi a Milano e la città di Prato, le cose sono migliorate rispetto a dieci anni fa, è chiaro che il rapporto tra il nostro paese e la Cina e con i cittadini cinesi che si trovano in Italia avrà bisogno di essere discusso e analizzato ancora a lungo.