(AP Photo/Andrew Harnik)

«Abbiamo eseguito gli ordini del presidente»

Gordon Sondland, un importante diplomatico statunitense, ha messo ancora più nei guai Trump durante un'audizione sull'impeachment

(AP Photo/Andrew Harnik)

Oggi pomeriggio si è tenuta un’altra importante audizione pubblica della procedura di impeachment contro il presidente statunitense Donald Trump. Il testimone era Gordon Sondland, ricco imprenditore americano che da circa un anno è l’ambasciatore degli Stati Uniti alle istituzioni dell’Unione Europea, nominato dallo stesso Trump. Diversi analisti sostengono che la testimonianza di Sondland – ancora in corso – sia la più importante fra quelle date finora nelle audizioni perché collega esplicitamente Trump alle pressioni portate avanti del suo avvocato personale Rudy Giuliani nei confronti del governo ucraino affinché aprisse un’indagine su Joe Biden, possibile avversario di Trump alle elezioni presidenziali del 2020. Finora la linea difensiva di Trump e dei Repubblicani era stata negare che esistesse un legame del genere.

Sondland ha raccontato invece che fu Trump stesso a obbligare lui e altri importanti diplomatici – fra cui il segretario all’energia Rick Perry e l’inviato speciale americano in Ucraina, Kurt Volker – a lavorare con Giuliani affinché lo assistessero nelle sue pressioni sul governo ucraino. «Abbiamo eseguito gli ordini del presidente», ha spiegato Sondland durante il suo discorso iniziale. In sintesi: la testimonianza di Sondland sembra corroborare l’accusa principale che i Democratici hanno avanzato contro Trump, cioè di avere usato l’influenza del governo americano per fini personali e politici.

Sondland ha 62 anni ed è un ex imprenditore e finanziere da tempo legato ai Repubblicani, e che deve il suo attuale incarico soprattutto a una donazione da un milione di dollari che versò a Trump per la cerimonia di inaugurazione della sua presidenza. La sua testimonianza, hanno notato alcuni, è particolarmente rilevante anche perché a differenza di altri collaboratori di Trump la sua ricchezza e le sue competenze al di fuori del mondo della politica gli consentono di non dipendere dalle sorti del presidente americano, rendendolo di fatto più autonomo di diversi suoi colleghi.

Sondland ha raccontato che ai tempi non riteneva che la richiesta di Trump e i tentativi di Giuliani fossero irregolari, e di essersi reso conto soltanto in un secondo momento che le ragioni di Trump erano soprattutto politiche: usare l’influenza degli Stati Uniti – e soprattutto gli aiuti militari e la legittimazione politica che poteva garantire al nuovo presidente Volodymir Zelensky – per fabbricare un’inchiesta potenzialmente molto imbarazzante per Biden, uno dei principali leader dei Democratici.

In un primo momento, a inizio ottobre, lo stesso Sondland aveva testimoniato al Congresso in un’audizione a porte chiuse che gli aiuti militari all’Ucraina non erano stati trattenuti per ricattare Zelensky, salvo poi cambiare idea pochi giorni fa. Durante la testimonianza di oggi ha lasciato intendere piuttosto esplicitamente che Trump voleva condizionare gli aiuti militari e una visita di Zelensky alla Casa Bianca all’apertura di un’indagine su Biden e suo figlio Hunter, che fino a poco tempo fa faceva parte del consiglio di amministrazione di una grossa azienda ucraina che si occupava di energia.

Nel corso della sua testimonianza, Sondland ha anche tirato in ballo diversi pezzi grossi dell’amministrazione Trump, dal segretario di Stato Mike Pompeo passando per il capo di gabinetto Mick Mulvaney fino ad arrivare persino al vicepresidente Mike Pence. Sondland sostiene che in estate a un certo punto disse a Pence che la posizione dell’Ucraina era «bloccata» finché Zelensky non avesse annunciato pubblicamente l’apertura di un’inchiesta su Biden (come poi è avvenuto a inizio ottobre). Sempre secondo Sondland, Pence fece un cenno con la testa lasciando intuire di essere a conoscenza della questione.

È difficile prevedere quali conseguenze avrà la testimonianza di Sondland: la tesi dei Democratici ne è uscita sicuramente rafforzata, anche perché Sondland sulla carta fa ancora parte dell’amministrazione Trump. Secondo alcune ipotesi, nei prossimi giorni i Repubblicani potrebbero chiamare a testimoniare al Congresso alcuni importanti collaboratori di Trump – Pompeo e Mulvaney su tutti – per bilanciare la testimonianza di Sondland.