La folla in fuga dallo Stadio Olimpico il 28 ottobre 1979 (Archivio)
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  • lunedì 28 Ottobre 2019

L’omicidio di Vincenzo Paparelli allo Stadio Olimpico

Il 28 ottobre di quarant’anni fa un tifoso della Lazio venne ucciso sugli spalti colpito da un razzo poco prima del derby di Roma

di Pietro Cabrio
La folla in fuga dallo Stadio Olimpico il 28 ottobre 1979 (Archivio)

Il primo derby di Roma della stagione di Serie A 1979/1980 si giocò alla settima giornata, domenica 28 ottobre. Si disputò in casa della Roma, che non vinceva lo Scudetto da 37 anni ma che con il suo allenatore di allora, lo svedese Nils Liedholm, lo avrebbe vinto tre stagioni dopo, per la seconda volta. La Lazio, invece, aveva vinto il suo primo campionato quattro anni prima, ma dopo la morte del suo allenatore, Tommaso Maestrelli, e dopo l’assurdo omicidio del centrocampista Luciano Re Cecconi, si trovava in una netta fase calante: al termine della stagione sarebbe stata retrocessa d’ufficio in Serie B per il coinvolgimento nello scandalo del Totonero.

Nonostante le difficoltà, lo Scudetto vinto dalla Lazio nel 1974 aveva avvicinato tanti tifosi alla squadra. L’entusiasmo nei confronti dei giocatori, soprattutto di quelli rimasti tra quelli che lo avevano vinto, come il capitano Pino Wilson, era ancora alto. Per il primo derby del 1979 la curva nord dei tifosi laziali si riempì già oltre un’ora prima del calcio d’inizio. All’epoca l’Olimpico era molto diverso da come si presenta oggi: non era coperto, aveva meno posti, era più scomodo ma anche più spazioso, dato che non c’erano seggiolini ma lunghi spalti in legno o marmo spoglio. Quel giorno smise anche di piovere in tempo per la partita, cosa che spinse tanti tifosi a cambiare i loro programmi.

Fra questi ci fu Vincenzo Paparelli, un meccanico di 33 anni che proprio per il bel tempo decise di andare all’Olimpico insieme alla moglie, Vanda Del Pinto, facendosi prestare l’abbonamento dal fratello. La coppia viveva in zona Casalotti, periferia nord-ovest di Roma, e aveva due figli piccoli, Marco e Gabriele, che quel giorno furono lasciati a casa per timore dei disordini. I due arrivarono allo Stadio Olimpico con largo anticipo e sedettero nella metà alta della curva nord.

Nel frattempo nella curva opposta, quella romanista, un diciottenne romano, Giovanni Fiorillo, e altri due coetanei, Enrico Marcioni e Marco Angelini, erano entrati con tre razzi autoesplodenti anti-grandine: dei cilindri da 20 centimetri di lunghezza e 4 di diametro in grado di percorrere traiettorie superiori ai 250 metri. Iniziarono a spararli nel trambusto prima della partita rivolgendoli verso la curva della Lazio: il primo la oltrepassò, ferendo un tifoso all’esterno, mentre il secondo finì tra gli spettatori. Tra il pubblico si scatenò il panico quando ci si accorse che il secondo razzo aveva colpito in faccia proprio Paparelli, che in quel momento stava mangiando. La moglie seduta accanto fu la prima a vederlo: urlando cercò di rimuovere il razzo conficcatosi nell’occhio sinistro del marito, ma nel farlo si ustionò e poi svenne.

Paparelli fu trasportato all’Ospedale Santo Spirito già morto. Dopo aver perforato l’occhio sinistro, il razzo era esploso sfondando la zona parietale, tranciando i vasi sanguigni e danneggiando irrimediabilmente il cervello. Il medico in servizio quel giorno allo Stadio Olimpico, il primo a soccorrere Paparelli, disse: «Non assomigliava neanche a una ferita di guerra, era molto peggio».

La curva della Lazio si svuotò: alcuni tifosi se ne andarono, altre migliaia cercarono di raggiungere la curva romanista, sia dall’interno che dall’esterno dello stadio. Vennero fermati in tempo dagli agenti di polizia, ma il clima all’interno dell’Olimpico rimase ingestibile. L’arbitro della partita, Pietro D’Elia, si assunse tuttavia la responsabilità di far giocare comunque la partita, poiché in accordo con i responsabili della sicurezza ritenne che fare uscire decine di migliaia di persone dall’Olimpico in quel momento avrebbe potuto creare altri gravi disordini. Fu infine il capitano della Lazio, Wilson, a convincere i propri tifosi della scelta andandoci a parlare prima del calcio d’inizio. Quella partita si giocò in un clima surreale: finì 1-1, ma per i giocatori in campo è come se non fosse mai stata giocata.

Fiorillo intanto era scappato ed era riuscito a far perdere le proprie tracce, anche se poi venne identificato. Era un diciottenne con la licenza elementare, imbianchino a tempo perso, con problemi di tossicodipendenza e con due condanne per furto. Vagò alcuni giorni in giro per l’Italia fino a raggiungere la Svizzera: si costituì nel gennaio del 1981. Dopo sei anni di processo venne condannato in via definitiva a 6 anni e 10 mesi, come Angelini, mentre Marcioni ricevette una condanna a 4 anni e 10 mesi. Fiorillo morì il 24 marzo del 1994 a 33 anni.

Un documento appartenente a Fiorillo (ANSA)

Già nel 1963 un tifoso della Salernitana, Giuseppe Plaitano, era stato ucciso da un proiettile vagante sparato da un carabiniere per disperdere il pubblico nei disordini. Fu il primo morto nella storia del calcio italiano, ma l’omicidio di Vincenzo Paparelli fu diverso e rimase impresso a lungo nell’opinione pubblica, finendo anche in parlamento. Fu infatti il primo morto nelle violenze tra tifosi, e i fatti accaddero in una delle partite più importanti del campionato.

Il caso Paparelli fu inoltre emblematico per quel momento storico. Quegli anni furono infatti i più duri e sanguinosi dei cosiddetti “anni di piombo”. L’estremismo politico e la violenza avevano preso piede anche all’interno delle tifoserie organizzate di tutta Italia. Giravano un sacco di armi e Roma era l’epicentro di tutto.

Il giorno della morte di Paparelli, il vice-questore di Roma Enrico Marinelli disse al giornale l’Unità: «Non ho mai visto un derby più terribile di questo. Una cosa incredibile. Stamane quando abbiamo fatto l’abituale giro di perlustrazione abbiamo trovato di tutto, nascosto nei posti più impensati. Abbiamo riempito un camioncino di mazze, spranghe di ferro, sassi, mattoni e una cinquantina di razzi». I razzi sparati da Fiorillo vennero peraltro venduti senza la richiesta del porto d’armi, come invece prevedeva la legge.

I funerali di Vincenzo Paparelli (ANSA/ARCHIVIO – DRN)

Poche squadre passarono dei momenti duri come la Lazio e i suoi tifosi negli “anni di piombo”, in special modo nella seconda metà degli anni Settanta. Nel giro di poche stagioni la squadra passò dal primo Scudetto, vinto peraltro da una squadra composta da molti giocatori abitualmente armati e legati all’estrema destra romana, alla malattia dell’allenatore Maestrelli, che morì nel 1976 per un tumore al fegato. L’anno seguente uno dei vincitori del primo Scudetto, il centrocampista Luciano Re Cecconi, fu ucciso da un colpo di pistola in una gioielleria di Roma, e ancora oggi non si sa bene perché.

La famiglia Paparelli è rimasta legata alla Lazio, soprattutto tramite il secondo figlio, Gabriele, che però non frequenta spesso lo Stadio Olimpico. Continua tuttavia a cancellare le numerose scritte offensive alla memoria del padre che da anni, puntualmente, compaiono sui muri di Roma come provocazione tra tifosi romanisti e laziali.