(ANSA / FILIPPO ATTILI - PALAZZO CHIGI)
  • Italia
  • lunedì 28 ottobre 2019

Cosa ha scoperto il Financial Times su Conte

Il presidente del Consiglio lavorò per una società oggi coinvolta in un'inchiesta in Vaticano, di cui poi si è occupato anche da presidente del Consiglio (ma sono quasi tutte cose già note)

(ANSA / FILIPPO ATTILI - PALAZZO CHIGI)

Il Financial Times ha scoperto che una società finanziata da un fondo d’investimento finito al centro di uno scandalo finanziario in Vaticano aveva assunto l’attuale presidente del Consiglio italiano Giuseppe Conte come consulente poco prima della sua nomina a capo del governo. Conte, già allora accusato di conflitto di interessi, ha sempre respinto le accuse. Ma la nuova inchiesta in Vaticano ha riportato la vicenda all’attenzione pubblica e spinto Conte a respingere nuovamente qualsiasi accusa di coinvolgimento.

La vicenda risale alla primavera del 2018, quando il fondo Fiber 4.0, di proprietà al 40 per cento del finanziere Raffale Mincione, si stava scontrando con un’altra cordata di azionisti per il controllo di Retelit, una società proprietaria di 8 mila chilometri di fibra ottica in tutta Italia. Il Financial Times ha scoperto che il denaro con cui Mincione aveva conquistato la posizione di guida all’interno di Fiber 4.0, circa 200 milioni di euro, proveniva dalla segreteria di Stato del Vaticano. Proprio la segreteria di Stato del Vaticano e i suoi giri di affari con le società di Mincione sono al centro di un’indagine della polizia vaticana, che all’inizio di ottobre ha portato alla sospensione di cinque dipendenti della segreteria di Stato e al sospetto che milioni di euro siano stati sottratti alle casse del Vaticano per realizzare investimenti azzardati.

Conte venne coinvolto in questa vicenda proprio dal consorzio Fiber 4.0 guidato Mincione. Nell’aprile del 2018 il gruppo era stato sconfitto in una votazione per il controllo di Retelit. Per cercare di rovesciare il risultato Fiber 4.0 ingaggiò Conte come consulente per un parere legale. Conte all’epoca era un poco conosciuto professore di diritto all’Università di Firenze, di cui però proprio in quei giorni si parlava con sempre maggiore insistenza come di un possibile ministro se non addirittura come capo del futuro governo.

Il 14 maggio, poche settimane prima della formazione del governo Lega-Movimento 5 Stelle, Conte inviò la sua consulenza a Fiber 4.0: l’unico modo di rovesciare la votazione a loro sfavore era un intervento del governo tramite il “golden power”, lo strumento che permette all’esecutivo di imporre a società ritenute strategiche, come quelle di telecomunicazioni, di seguire particolari orientamenti o di fare certe scelte piuttosto che altre. Meno di un mese dopo Conte divenne presidente del Consiglio e in uno dei primi Consigli dei ministri venne deciso di esercitare il “golden power” su Retelit, esattamente come lui stesso aveva suggerito nel suo parere per conto di Fiber 4.0.

La notizia fu data quasi immediatamente da Repubblica, che descrisse la situazione di conflitto di interessi del presidente del Consiglio. Conte replicò dicendo che non aveva partecipato alla riunione in cui si era deciso l’uso del “golden power” e respingendo tutte le accuse. Alla fine, comunque, né il consorzio Fiber 4.0 né Mincione erano riusciti a ottenere vantaggi dalle azioni del governo. Conte non ha voluto rispondere alle nuove domande del Financial Times, ma in un comunicato pubblicato ieri sera ha nuovamente respinto le accuse di conflitto di interessi e ha fatto sapere che non era a conoscenza del fatto che tra i finanziatori di Mincione ci fosse la segreteria di Stato del Vaticano.

Oggi Mincione dice al Financial Times che l’uso del “golden power” non gli ha fatto «perdere né guadagnare nemmeno un centesimo» e che la nomina di Conte nel governo e l’accusa di conflitto di interessi «è stata solo sfortuna». I membri della cordata rivale, però, la pensano veramente. Uno dei manager dei fondi che sono riusciti a ottenere il controllo di Retelit, Gianluca Ferrari, ha detto al Financial Times che simili episodi rischiano di danneggiare la credibilità dell’Italia agli occhi degli investitori internazionali.

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