Zecche portatrici della malattia di Lyme, nei loro vari stadi di crescita (Getty Images)

Riproveremo un vaccino contro la malattia di Lyme

L'unico esistente fu ritirato 17 anni fa dopo una serie di cause legali: ora un'azienda farmaceutica sta provando a introdurne uno nuovo, ma i problemi non mancano

Zecche portatrici della malattia di Lyme, nei loro vari stadi di crescita (Getty Images)

Lyme è una piccola città di 2.400 abitanti nel Connecticut (Stati Uniti), senza una storia particolarmente interessante: sarebbe rimasta piuttosto anonima se non fosse stato per un anomalo e misterioso aumento di casi di artrite, soprattutto tra i bambini, avvenuto a metà degli anni Settanta. Lo studio di quella strana epidemia portò alla scoperta di una malattia, che venne chiamata con il nome della città dove tutto era cominciato: malattia di Lyme. Da allora i ricercatori hanno scoperto che è la malattia causata da un batterio (Borrelia burgdorferi) che infetta le zecche, che poi la trasmettono agli esseri umani e agli animali, e che può avere esiti invalidanti. A oggi non esiste un vaccino per prevenirla negli umani, nonostante in passato un vaccino esistesse eccome, e fu poi dismesso in seguito ad alcune lezioni legali. Ora un nuovo vaccino potrebbe cambiare le cose riducendo i casi d’infezione, in crescita soprattutto negli Stati Uniti e in parte dell’Europa.

Che cos’è la malattia di Lyme
La malattia di Lyme è causata da un batterio spiraliforme che colonizza l’apparato digerente delle zecche. Quando una zecca si attacca alla pelle di un animale, e la incide per succhiare il sangue, il batterio entra nella circolazione sanguigna dell’ospite avviando l’infezione. In media negli esseri umani tre pazienti su quattro segnalano tra i primi sintomi una pustola rossastra, di solito in corrispondenza del punto in cui si è stati morsi dalla zecca. La macchia può comparire pochi giorni dopo il morso, o manifestarsi tardivamente nei sei mesi successivi, portando a un eritema. Le zecche mordono nel loro stadio intermedio (ninfe), quando sono ancora piuttosto piccole e non sempre facili d identificare: per questo alcuni non si rendono conto di averne una addosso e di essere stati morsi.

Nella fase precoce, il batterio si diffonde nell’organismo e di conseguenza si manifestano i primi sintomi, che possono ricordare quelli dell’influenza: ci si sente più stanchi del solito, si ha un po’ di febbre e si hanno dolori muscolari e alle articolazioni. In oltre la metà dei casi si sviluppano forme di artrite, con attacchi che possono ricorrere per diversi anni. Il 15 per cento dei pazienti manifesta anche danni neurologici, che possono durare per mesi prima di risolversi, solitamente senza conseguenze permanenti.

I medici talvolta hanno difficoltà a diagnosticare la malattia di Lyme, perché i suoi sintomi sono comuni a diverse altre patologie e a infezioni più comuni. Procedono per esclusione e dovrebbero valutare l’eventualità di essere affetti da borreliosi a prescindere dalla memoria del paziente, che potrebbe non ricordare o essersi mai accorto di essere stato morso da una zecca. Una diagnosi precoce consente di trattare efficacemente la malattia con gli antibiotici, mentre sono necessari mesi prima che scompaiano il senso di spossatezza e gli altri sintomi.

La prevenzione della malattia di Lyme passa prima di tutto da alcune pratiche consigliate per chi vive, o frequenta spesso, zone boscose e dove vivono le zecche. Se si fa una passeggiata in un bosco a rischio conviene seguire i sentieri già tracciati, indossare abiti con maniche lunghe e pantaloni, e coprirsi la testa con un cappello. I piedi dovrebbero essere sempre coperti, con le calze infilate sopra i risvolti dei pantaloni, per ridurre ulteriormente il rischio di dare un passaggio a una zecca. Altri consigli riguardano l’impiego di repellenti da applicare sul corpo e il controllo della pelle, una volta tornati a casa.

(CDC)

Una zecca attaccata alla pelle va rimossa con attenzione, per evitare di rompere l’apparato boccale, con il rischio di lasciare parte dell’insetto nella ferita e innescare un’infezione. Di solito viene consigliato di utilizzare pinzette sottili, mantenendole il più possibile parallele alla pelle, e di sollevare poi la zecca evitando rotazioni, che potrebbero rompere il rostro con cui penetra nella pelle. In farmacia possono essere acquistate pinzette e altri strumenti apposta per rimuovere le zecche con minori rischi. Nel caso di rottura della zecca o di complicazioni è sempre meglio affidarsi a un medico (quello di famiglia va benissimo), che potrà dare consigli su come medicare la ferita e su eventuali accertamenti, soprattutto se nelle settimane seguenti si forma un eritema.

La malattia di Lyme in Italia
In Italia le aree maggiormente interessate dalla malattia di Lyme sono: Friuli Venezia Giulia, Liguria, Veneto, Emilia Romagna e Trentino-Alto Adige. Le zone centrali e meridionali, così come le isole, sono invece meno esposte e hanno casi piuttosto sporadici. L’Istituto Superiore di Sanità non fornisce da tempo dati aggiornati sulla diffusione della malattia. Nell’ultimo bollettino del 2000 segnalava che tra il 1992 e il 1998 si erano verificati in tutta Italia un migliaio di casi. Secondo il Gruppo italiano sulla malattia di Lyme, negli ultimi anni nel nostro paese si sono verificati 500 casi ogni anno. L’aumento è in parte spiegabile con il miglioramento dei sistemi di diagnosi, che portano a identificare meglio la malattia tra chi ne è affetto, riducendo il rischio che sia scambiata per altro.

Il vaccino che c’era
Negli Stati Uniti – dove la malattia di Lyme è molto più diffusa – un vaccino potrebbe contribuire enormemente a ridurre il numero di infezioni. Valneva, un’azienda farmaceutica francese, lavora da sei anni alla creazione di un vaccino, da poco entrato nella seconda fase di trial clinici sia negli Stati Uniti sia in Europa. Valneva non sarebbe la prima a produrre un vaccino contro la malattia di Lyme: tra il 1999 e il 2000 la SmithKline Beecham (ora GlaxoSmithKline) aveva messo in vendita il LYMErix, poi ritirato in seguito a forti pressioni da parte dell’opinione pubblica e ad alcune cause legali.

Il LYMErix funzionava inducendo il sistema immunitario a produrre anticorpi contro una proteina (OspA) che si trova sulla superficie del batterio che causa la malattia di Lyme. Se una zecca entrava in contatto con una persona vaccinata, ingeriva il suo sangue che conteneva gli anticorpi per uccidere il batterio prima che questo potesse diffondersi oltre il sistema digerente della zecca. Era una buona soluzione, ma non funzionava sempre come sperato.

Come racconta Cassandra Willyard su Undark, uno studio pubblicato nel 1998 sulla rivista medica New England Journal of Medicine analizzò circa 11mila persone in zone particolarmente esposte alla malattia di Lyme, notando che chi aveva ricevuto le tre dosi del vaccino LYMErix aveva ridotto fino al 76 per cento il rischio di ammalarsi, rispetto a chi non era stato vaccinato. Poco dopo fu però pubblicata un’altra ricerca, che mostrava come una porzione del gene che nel batterio della malattia di Lyme codifica la proteina OspA abbia una notevole somiglianza con parte di un gene coinvolto nella codifica di una proteina usata dal nostro sistema immunitario. Vista la somiglianza, dicevano i ricercatori, c’era la possibilità che persone infette potessero sviluppare una risposta immunitaria contro la proteina umana. Lo studio non citava il LYMErix, ma non si poteva escludere che un vaccino che attiva una risposta contro OspA potesse produrre lo stesso effetto nell’organismo umano.

La Food and Drug Administration (FDA), l’agenzia federale statunitense che si occupa della sicurezza dei farmaci, approfondì la faccenda senza arrivare a prove scientifiche convincenti che confermassero le preoccupazioni sul LYMErix. Nonostante ciò, diverse persone rimasero convinte che i dolori articolari che provavano, e altri disturbi, fossero stati causati dal vaccino e avviarono azioni legali contro SmithKline Beecham. Le vendite precipitarono e nel 2002 l’azienda farmaceutica decise di ritirare dal mercato il vaccino. Per chiudere le pendenze legali, la società concordò inoltre il pagamento di circa un milione di dollari.

La vicenda del LYMErix ebbe un grave impatto sulla possibilità di sviluppare nuove soluzioni contro la malattia di Lyme: visto il precedente, nessun grande centro di ricerca e azienda farmaceutica ritenne fosse il caso di proseguire. Sanofi Pasteur, per esempio, aveva quasi pronto un vaccino alternativo al LYMErix, sempre basato sul meccanismo della proteina OspA, che non fu però mai messo in commercio. Gli unici vaccini oggi esistenti contro la malattia di Lyme sono per proteggere gli animali, mentre non ce n’è uno per gli esseri umani. Le cose potrebbero forse cambiare entro pochi anni.

Il nuovo vaccino contro la malattia di Lyme
I nuovi casi di malattia di Lyme negli ultimi anni sono stati numerosi: negli Stati Uniti, il Congresso ha istituito nel 2016 un gruppo di lavoro sulle malattie trasportate dalle zecche. Il suo primo rapporto è stato presentato alla fine dello scorso anno, con un’esplicita richiesta per un aumento dei fondi federali per affrontare le malattie portate dalle zecche, ritenute una “seria minaccia in crescita”. Nei mesi seguenti gli Istituti Nazionali di Sanità hanno annunciato che saranno stanziati nel prossimo anno circa 6 milioni di dollari per portare avanti la ricerca sulle malattie come quella di Lyme.

Nel frattempo, Valneva è al lavoro per fare approvare il suo nuovo vaccino, che ha solo alcune cose in comune con il LYMErix. A differenza del suo predecessore, offre una protezione contro diversi ceppi del batterio Borrelia e non solo contro quello più comune nel Nordamerica. I ricercatori hanno inoltre rimosso il meccanismo legato alla proteina OspA, utilizzando un’altra sequenza che dovrebbe ridurre il rischio di eventuali problemi con il sistema immunitario. La modifica non dovrebbe mutare l’efficacia del vaccino, che sarà testato nei prossimi anni su gruppi di 8mila persone tra Stati Uniti ed Europa, in vista di ricevere l’approvazione per la sua commercializzazione entro cinque anni.

Il problema è che Valneva è un’azienda relativamente piccola e avrà quindi bisogno di un partner commerciale (un’azienda farmaceutica più grande) per mettere in vendita e diffondere il suo vaccino. Valneva aveva una collaborazione con GlaxoSmithKline, che si è però sfilata a inizio giugno spiegando di voler razionalizzare gli investimenti e dedicarsi ad altre iniziative di ricerca. GlaxoSmithKline è uno dei cinque più grandi produttori di vaccini al mondo, quindi Valneva dovrà rivolgersi ai suoi concorrenti come Pfizer, Sanofi Pasteur e Novovax; difficilmente a Merck, che ha confermato di essere al lavoro per una propria versione di vaccino contro la malattia di Lyme.

Valneva dovrà anche fare i conti con la scarsa popolarità riscossa negli ultimi anni dai vaccini nell’opinione pubblica, soprattutto a causa delle campagne di piccoli gruppi di contrari ai vaccini (no vax), piuttosto rumorosi su Internet. Una certa avversione nei confronti dei vaccini si è accompagnata al riemergere di malattie che pensavamo ormai quasi sotto controllo, come il morbillo, e sarà quindi difficile convincere le persone a vaccinarsi contro una malattia come quella di Lyme, che viene contratta solamente in particolari circostanze.

Un’ulteriore complicazione potrebbe essere data dalle modalità di somministrazione del vaccino. Salvo non emergano possibilità diverse con i prossimi test, per immunizzarsi saranno necessari due richiami dopo la prima vaccinazione, da effettuare entro sei mesi e poi un quarto richiamo entro un anno dall’ultima dose; potrebbe essere inoltre necessario un richiamo periodico ogni tre anni. Le vaccinazioni che funzionano meglio sono solitamente quelle che richiedono un basso numero di richiami, perché al loro aumentare cresce il rischio della dispersione, con un maggior numero di persone che non completa il ciclo per immunizzarsi

In compenso, dal ritiro del LYMErix sono ormai passati 17 anni e l’avversione a quel tipo di vaccino si è ridotta sensibilmente, anche se permane tra chi aveva portato avanti le cause in tribunale. Il sistema di Valneva dovrebbe fare il proprio debutto in un contesto meno teso e litigioso, favorito dalle istituzioni che ormai premono per avere una soluzione che riduca il numero dei contagi.

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