La Polarsten durante una spedizione in Antartide. (Mario Hoppmann/Alfred Wegener Institute)
  • Scienza
  • venerdì 20 settembre 2019

Questa nave sta andando a intrappolarsi nel ghiaccio

La Polarstern è partita con decine di scienziati a bordo per farsi trasportare per un anno dalle correnti, nella più importante missione artica di sempre

La Polarsten durante una spedizione in Antartide. (Mario Hoppmann/Alfred Wegener Institute)

Oggi, venerdì 20 settembre, partirà da Tromsø, in Norvegia, la più grande missione di esplorazione scientifica artica della storia, con un obiettivo molto particolare. A bordo del rompighiaccio tedesco Polarstern, un sacco di scienziati di 19 paesi diversi si dirigeranno verso il mare di Laptev, al largo delle coste siberiane, si piazzeranno su una banchisa di ghiaccio e si lasceranno trasportare dalle correnti marine per un anno o forse qualcosa di più, per condurre una lunga serie di studi che ci diranno qualcosa di più sugli effetti del riscaldamento globale sul Circolo Polare Artico.

La missione avrà un costo complessivo di 140 milioni di euro e coinvolgerà in tutto circa 600 scienziati, che si alterneranno a bordo della Polarstern abitandola a gruppi di almeno 60 alla volta. I membri dell’equipaggio saranno invece 40. I componenti della spedizione vivranno e lavoreranno in una delle regioni più inospitali del pianeta “intrappolati” nel ghiaccio, procedendo alla deriva. Con un certo grado di approssimazione, è una versione controllata e pianificata (e in movimento, soprattutto) di quello che successe a una delle più celebri missioni artiche di sempre: quella guidata nel 1845 dal Capitano John Franklin, che rimase bloccata nei pressi dell’Isola di Re Guglielmo, in Canada, senza riuscire a fare ritorno.

Ovviamente, la spedizione Mosaic – come si chiama quella della nave Polarstern – non farà la stessa fine: sarà costantemente monitorata, assistita e rifornita da un gran numero di mezzi artici, dagli elicotteri che porteranno le provviste al rompighiaccio russo Akademik Fedorov, che seguirà la nave principale nella prima parte della missione trasportando ulteriore equipaggiamento scientifico. L’equipaggio della Polarsten allestirà addirittura una pista di atterraggio nei pressi della nave, per gli aerei che porteranno avanti e indietro gli scienziati nei mesi della spedizione.

Un pallone aerostatico che verrà usato per le ricerche. (Stephan Schön/Alfred Wegener Institute)

Una cosa simile era successa soltanto un’altra volta nella storia. Nel 1893 l’esploratore norvegese Fridtjof Nansen partì a bordo della sua nave di legno, la Fram, per raggiungere il Polo Nord con lo stesso metodo della Polarstern, cioè rimanendo bloccata nel ghiaccio. Due anni dopo diventò chiaro che la nave non ci sarebbe arrivata, e Nansen, con il suo socio Fredrik Hjalmar Johansen, la abbandonò per provare a raggiungere il Polo Nord via terra. Non ci riuscirono, ma diventarono gli uomini ad esserci andati più vicini fino a quel momento. Dopo un inverno passato in condizioni difficilissime, Nansen fu recuperato da un’altra missione che passava di lì e riportato in Norvegia nel 1896, poco prima che rientrasse anche la Fram, su cui era rimasto l’equipaggio.

La rotta della Polarstern è stata pianificata osservando le immagini satellitari dell’Artico degli ultimi 15 anni, individuando così i punti del ghiaccio migliori in cui rimanere bloccati per compiere il percorso desiderato: la deriva prevista condurrà la nave verso il polo, oltrepassandolo e poi verso sud attraverso lo stretto di Fram, che separa le isole Svalbard dalla Groenlandia e che deve il nome alla nave della missione di Nansen. Lì la banchisa trasportata dalle correnti entrerà nell’Atlantico, sciogliendosi e liberando la Polarstern.

Un tratto di mare al largo della Groenlandia. (Alfred Wegener Institute)

Nonostante l’accurata indagine statistica sul punto migliore da raggiungere per percorrere questa rotta, esiste comunque la possibilità che qualcosa vada storto. La Polarstern potrebbe finire per esempio sul vortice di Beaufort, una corrente che se imboccata potrebbe rendere praticamente impossibile per le navi di rifornimento raggiungere la missione. In quel caso «le cose si metterebbero molto male», ha spiegato al New York Times Allison Fong, oceanografa della spedizione. L’interruzione della missione nei primi 12 mesi sarebbe considerata un fallimento.

In totale le attrezzature sulla nave pesano quasi 500 tonnellate, e comprendono, tra le altre cose, l’equipaggiamento necessario per i vari esperimenti. Alcuni verranno condotti a decine di chilometri dalla nave, grazie a apparecchiature capaci di operare autonomamente, ma tutti avranno l’obiettivo di raccogliere la maggior quantità di dati possibile. Gli effetti del riscaldamento globale sull’Artico infatti sono tra i più preoccupanti della crisi climatica: le temperature medie della regione stanno aumentando con una velocità doppia rispetto a quelle del resto del pianeta, ma costruire modelli precisi sul futuro dei poli è difficile per i pochi dati a disposizione.

(Alfred Wegener Institute)

Sulla nave verrà studiata una gran quantità di cose di campi diversi, dall’ecosistema locale al ruolo del ghiaccio artico nella formazione delle nuvole, dalle trasformazioni del ghiaccio artico nel corso delle varie stagioni alla formazione degli iceberg e dei loro movimenti, dalla composizione del ghiaccio delle grandi piattaforme alle continue interazioni tra la superficie artica e l’atmosfera e ai loro continui scambi di sostanze chimiche. Una delle più grandi potenzialità della missione è infatti quella di studiare il Polo Nord per un anno intero, un arco di tempo che potrebbe consentire osservazioni in grado di spiegarci molte nuove cose sulle conseguenze dell’effetto serra sul ghiaccio artico, e farci un’idea più chiara del futuro a breve e medio termine della calotta polare.

La vita degli scienziati però non sarà facile. Come ha spiegato il New York Times, dovranno passare diverse settimane nell’oscurità, esposti – come nei mesi di luce, del resto – a pericoli che includono anche gli orsi polari, per cui sono previste apposite guardie armate. I partecipanti della missione sono stati addestrati alla sopravvivenza in posti estremi, e sono stati preparati alle avversità e ai pericoli che potrebbero incontrare: a partire dall’allarmante ma innocuo rumore dovuto alla pressione del ghiaccio contro lo scafo d’acciaio della nave, che con i suoi 9 centimetri di spessore è progettato per resistere a queste condizioni.

La maggior parte degli scienziati rimarrà sulla Polarstern per turni di due mesi, mentre l’equipaggio cambierà a metà della spedizione: in parte saranno portati sul posto con rompighiaccio russi e cinesi, in parte su elicotteri e aerei. Sulla nave ci sarà una piccola piscina, una palestra, una sauna e un lettino solare per contrastare gli effetti della mancanza di luce solare.

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