(Fukuhara/POOL/Kyodonews)
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  • giovedì 19 Settembre 2019

Il presidente delle Filippine ha detto di aver provato a fare uccidere un sindaco

Dopo però il suo portavoce ha detto che si era «espresso male»

(Fukuhara/POOL/Kyodonews)

Durante un discorso pubblico a Manila, il presidente filippino Rodrigo Duterte ha detto di aver tentato di far uccidere l’ex sindaco della città Daanbantayan, l’ex generale Vicente Loot. Parlando alla stampa poco dopo il giuramento di un governatore neoeletto, Duterte ha detto: «Generale Loot, maledetto figlio di puttana: ti ho fatto un’imboscata, animale, eppure sei sopravvissuto». Quattro mesi fa Loot aveva effettivamente subito un attentato che aveva ferito due autisti e la balia di suo nipote, ricorda l’edizione filippina di CNN. Poco dopo però un portavoce del governo ha detto che Duterte si era «espresso male».

Non è la prima volta che Duterte, noto per i toni e lo stile autoritario e violento con cui governa, dice cose molto sopra le righe: in passato, fra le altre cose, si è paragonato al dittatore nazista Adolf Hilter, ha dato del “figlio di puttana” a Barack Obama e ammesso di avere ucciso a coltellate un uomo, quando era più giovane. In quest’ultima occasione un suo portavoce, più tardi, disse che Duterte stava scherzando.

Anche questa volta, uno dei suoi portavoce ha minimizzato le dichiarazioni di Duterte e spiegato ai giornalisti che il presidente si è «espresso male» perché ha parlato in tagalog, la lingua principale delle Filippine, che non è la sua lingua madre. Il South China Morning Post ricorda che Duterte parla spesso in un miscuglio di inglese, bisaya – il dialetto più parlato nella regione dove è cresciuto, il Davao, nel sud del paese – e tagalog. In precedenza Duterte aveva smentito di avere commissionato l’attacco a Loot e incolpato il ministro dell’Interno del governo precedente, Mar Roxas.

Nel 2016, all’inizio del suo mandato, Duterte promise di condurre una violenta campagna contro trafficanti e spacciatori di droga: ad agosto di quell’anno lesse in diretta tv una lista di cento politici che secondo lui erano coinvolti nel traffico di droga. Fra loro c’era anche Loot, che si è sempre dichiarato innocente e che nel 2018 aveva chiesto all’agenzia federale di compiere un’indagine sul suo conto e dimostrare la sua innocenza.

Il New York Times scrive che negli ultimi tre anni migliaia di persone – «molte, ma non tutte, sospetti spacciatori o tossicodipendenti» – sono state uccise in maniera sommaria dalla polizia o da milizie private. Il governo stima che nella campagna di Duterte contro il traffico di droga siano state uccise almeno 6.600 persone; secondo la Commissione filippina per i diritti umani, un organo indipendente dal governo, il dato reale sarebbe di 27mila omicidi.

Due mesi fa il Consiglio per i diritti umani dell’ONU, un organo che supervisiona il rispetto dei diritti umani nei paesi che aderiscono all’organizzazione, ha chiesto all’alto commissario ONU per i diritti umani Michelle Bachelet di scrivere un rapporto sulle uccisioni sommarie avvenute nelle Filippine durante il mandato di Duterte, cosa che nei prossimi anni potrebbe portare alla creazione di una apposita commissione d’inchiesta.